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Oltre Ponza: in giro per isole. Procida (8)

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 di Rosanna Conte

Per l’articolo precedente (7), leggi qui

Mare

Ci siamo incamminati per Callìa, che domina con una terrazza la Corricella dal lato ovest. È questo l’ultimo tratto di una visuale panoramica posta alla nostra sinistra in maniera quasi ininterrotta dall’uscita dalla Terra murata. Inizia qui una delle stradine tipiche procidane strette fra muri e costruzioni: via Marcello Scotti.

Via Marcello Scotti

Via Marcello Scotti

È da qui in poi che alla nostra sinistra sono disseminate, per la lunghezza della Chiaia, le dimore con orti e giardini affacciati sul mare.
Di rilevante lungo il suo percorso troviamo la Chiesa dedicata a S. Tommaso d’Aquino, sede della Congrega dei Turchini che custodisce la statua lignea del Cristo morto, e l’hotel “Le Arcate”.

Chiesa di San Tommaso d'Aquino.OK

Chiesa di San Tommaso d’Aquino

L’hotel costruito alla fine degli anni ’50 è ormai abbandonato.
Oggi ci sono almeno 14 strutture recettive, piccole e medie, ma, per anni, “Le Arcate” è stato l’unico grande albergo dell’isola. Nonostante la sua bellezza, con giardini di accesso, panorama dalle stanze sul mare e discesa privata sulla spiaggia, è stato abbandonato dopo qualche decennio.
Per capire come sia stato possibile bisogna sapere che Procida, pur avendo ospitato sempre con piacere cittadini italiani e stranieri che l’hanno scelta come il loro “paradiso in terra”, non ha mai guardato al turismo come attività principale dell’isola e solo da poco più di un ventennio, con la crisi della marina mercantile italiana e l’arrivo di equipaggi provenienti dai paesi asiatici, ha dato una svolta alla sua vocazione economica.

Il legame col mare è stato determinante per secoli nella vita del procidano.
Anche i pescatori procidani, come i ponzesi, hanno generato colonie lungo le coste del Mediterraneo e, spesso, appartenendo ambedue le isole al regno borbonico ed essendo soggette alle stesse leggi, si sono trovati insieme in luoghi lontani per avere la possibilità di pescare.

Feluca

Feluca. Tipo di imbarcazione portata dai ponzesi a La Maddalena nel XVIII sec.

Nella seconda metà del ‘700 (nel 1767 la Sardegna passa al regno Sabaudo) si sono sicuramente incontrati a La Maddalena, i ponzesi con le nasse e i procidani con le reti, e dopo l’unità d’Italia si sono incontrati a Carloforte, seguendo la scia della grande migrazione meridionale legata, oltre che alla miseria, anche alla nuova possibilità di muoversi senza gli impedimenti precedenti.

Anche i procidani, come i ponzesi, hanno, quindi, portato le conoscenze delle tecniche della pesca in Sardegna, principalmente, ma anche altrove. In un viaggio fatto una decina di anni fa, sono stata a Marsiglia.

Le Panier a Marsiglia

Le Panier: quartiere di Marsiglia

Mi trovavo ai piedi del quartiere Le Panier, luogo prediletto dei romanzi dello scrittore marsigliese Izzo, quando mi sono ritrovata a parlare, davanti ad una chiesetta, con donne le cui famiglie provenivano da Torre del Greco. Salita in cima al quartiere, nella piazza dei Mulini, mi sono ritrovata accolta da una famigliola di procidani provenienti dalla Corricella, e discesa dal quartiere per il lato opposto, sono andata a trovare la nostra Nannina ‘a Francese, che da Sant’Antonio a Ponza era passata a Marsiglia dal secondo dopoguerra. Nel giro di circa 500 metri ho incontrato un mondo concentrato e parallelo a quello da cui provenivo!

Ma l’isola partenopea ha avuto ben altra storia e, mentre Ponza era dedita all’agricoltura e alla pesca, Procida si lanciava nell’attività di armamento di una flotta mercantile.
Si fa risalire a metà ‘400 la presenza a Procida di mastri calafati, come i leggendari Iacopo Assante e Perotto di Martano che costruivano le galee della flotta napoletana sulla spiaggia della Lingua.

Galea del XV secolo

Galea del XV secolo

Allora, il commercio con la costa flegrea e napoletana era curato dagli stessi procidani che utilizzavano le loro tartane e marticane. Proprio la presenza di molti “padroni di barca” ha fatto nascere, fra il 1615 e il 1617, quel “Pio monte dei marinari” che serviva a riscattare dalla schiavitù i marinai procidani catturati dai barbareschi.

Tartana

Tartana

Marticana moderna

Marticana moderna

In questo periodo Procida, dove si costruivano tartane, marticane, gozzi e barche da pesca, era seconda solo a Sorrento dove si costruivano le polacche.

Polacca

Polacca

L’attività cantieristica e marinara aveva un indotto molto vasto: oltre alle persone degli equipaggi – da 6 a 8 uomini per le tartane, da 12 uomini in su per le marticane – lavoravano calafati e carpentieri, mastri d’ascia e mastri ferrai, fabbricanti di vele, di funi, di filati per le reti e di ogni tipo di bottame utilizzato nella esportazione di vini, agrumi e pesce salato o lavorato.

Lo sviluppo del naviglio procidano prosegue nel ‘700. Se nel 1774 sono 169 le imbarcazioni, tra piccole e grandi, attribuite all’isola, nel 1791 diventano 200.
Nel secolo dei lumi, la cultura marinara è fortemente radicata nella popolazione isolana, tanto che non si ferma alle attività lucrative del commercio e della pesca, ma produce anche intellettuali che danno il loro contributo nel campo della legislazione della navigazione e dell’istruzione.

Carlo III di Borbone

Carlo III di Borbone

Già il re Carlo III aveva iniziato l’ammodernamento delle leggi per rendere più sicura la navigazione con direttive sull’obbligo di conseguire l’attestato di abilitazione al comando, sulla composizione dell’equipaggio per ogni tipo di nave, sulla tenuta di un diario di bordo e aveva raccomandato, prima di partire per la Spagna di nominare un collegio per impartire l’istruzione nautica. Ma è il suo successore, re Ferdinando, a dare l’incarico di compilare il nuovo codice della navigazione al giurista Michele de Iorio, un procidano che, oltre alle tante cariche che ricopre, è anche docente di Economia Politica all’Università di Napoli, la cattedra, prima in Europa, fondata da Antonio Genovesi.

Ferdinando I  re delle due Sicilie

Ferdinando I re delle due Sicilie

 Ed è il sacerdote procidano Marcello Scotti (a cui è intestata la strada che abbiamo attraversando durante questa conversazione) che nel suo “Catechismo nautico” – pubblicato nel 1788- si mostra convinto sostenitore della diffusione dell’istruzione nautica come motore della crescita economica. La sua idea diventa proposta di una scuola di metodo pratico-nautico di cui egli stesso sia il direttore, ma il progetto non decolla perché si teme la modernità di questo sacerdote che finirà impiccato tra i martiri della rivoluzione napoletana del 1799.

 

[Oltre Ponza. Procida (8) – Continua]

 

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