Voci di Ieri

Lontano da Ponza. Trova tutti gli articoli nel menù: “Storia”

Immagini

0036-036 2009-07-16_18-58-30 29 56 corrida19 Idraulica antica: parte dell'acquedotto

Sul dialetto ponzese (2)

Condividi questo articolo

di Ernesto Prudente

 Per l’articolo precedente: leggi qui

 

E’ ben noto che quando si scrive in dialetto si incontrano difficoltà infinite.

Io mi sono appoggiato il più vicino possibile a quanto ho sentito dalla viva voce cercando di portare sulla carta, come una nota musicale, il suono della parola più esatto e più fedele possibile. Mi sono servito  della pronuncia dei veri isolani, quelli, nella cui casa, si è sempre parlato nella forma dialettale. Giosuè Coppa, Giustino Mazzella, Livio Vitiello, Gaetano De Martino e tanti, tanti altri, che, sin dalla nascita, hanno “zucate” questo modo di parlare.
La pronuncia di una parola dialettale è autentica soltanto se esce dalla bocca di chi in quel luogo è nato ed è vissuto e sono vissuti i suoi genitori. E’ difficile, molto difficile tradurre in segni alfabetici certi suoni che solo la voce riesce ad esprimere.
E quando sono nati  dubbi su un modo di dire ho preferito riportare la parola “incriminata” nei vari modi che la pronuncia suggeriva. Basterebbe guardare con attenzione alcune parole che iniziano con la Nc o con la Ng. Troverai scritto ‘ncattevàte e ‘ngattevate;  ‘ncagliate e ‘ngagliate, dopo una lunga serie, con larga partecipazione, di esami fonetici.

Nel nostro dialetto il genere dei nomi, quasi sempre, dipende dal cambiamento di una vocale all’interno della parola: ‘ntussecuse, maschile, e ‘ntussecose, femminile;  zuzzuse, maschile, e zuzzose, femminile; suorve, maschile, e sòrve, femminile, oppure dall’articolo: ‘u sprùcete, ‘a sprùcete; ‘a gnore, ‘u gnore.

Il plurale dipende quasi sempre dall’articolo: ‘i zamprevite – ‘i zamprevite, ‘u scungille – ‘i scungille, ‘a sègge – ‘i sègge, ‘a nucchètte – ‘i nucchètte.

Punti essenziali della parlata ponziana sono l’accento e l’apostrofo. L’accento può essere grave o acuto a seconda se la sillaba accentata, che è l’anima della parola, deve  esprimere un suono largo e aperto o un suono chiuso e stretto.
L’apostrofo, che è molto usato nel nostro idioma, è adoperato, come nella lingua, quando una parola termina con una vocale non accentata, e la seguente comincia con una vocale per evitare un cattivo suono che si avrebbe dal loro incontro. Piglia il posto della vocale con cui termina la parola.

Le particolarità fonetiche del  dialetto ponzese si possono, a mio parere, così esprimere:

1 )  Tutte le parole vengono accentate secondo la pronuncia in modo tale che la sillaba venga pronunciata con maggiore intensità rispetto alle altre;

2 )  La vocale e non accentata è sempre muta sia che si trovi in finale di parola che all’interno della stessa;

3 )  L’accento grave sulle e ed o serve ad indicare un suono largo e aperto;

4 )  L’accento acuto sulle vocali  e  ed  o  indica un suono stretto e chiuso;

5 )  Le parole che finiscono in gle vanno pronunciate con la e muta, dando alla sillaba gle il suono che essa ha nella parola coniglio;

6 )  Le parole che finiscono i -chje  vanno  pronunciate senza le vocali finali dando alla  -ch  il suono che essa ha nelle parole macchia  o chiesa;

7 )  Le parole che finiscono in -che vanno pronunciate dando alla -ch lo stesso suono della parola barca;

8 )  L’uso dell’j al posto della vocale i ha lo scopo di dare alla stessa un suono più prolungato;

9 )  Tutte le voci verbali della prima e terza coniugazione sono accentate per indicare la sillaba tonica;

10 )  I nomi, nel passare dal maschile al femminile, cambiano una vocale all’interno della parola: nennélle – nennìlle, ‘nfuse – ‘nfose, peccerìlle – peccerèlle, ‘ntussecuse – ‘ntussecose;

11 )  In molti casi il genere dei nomi si distingue dal tipo di articolo.

12 )  Spesso la vocale finale dell’aggettivo che precede un nome si trasforma da e od o in una quasi u: belle uaglione in bellu uaglione; male tiémpe in malu tiémpe;

13 )  L’articolo ‘o’, nella nostra parlata si converte in ‘u’: ‘u dite, ‘u mare, ‘u lione, ‘u  stipe, ‘u munaciélle.

Sono questi i principali accorgimenti a cui mi sono attenuto nel portare a buon fine questo mio lavoro, dimenticando che a molte parole si antepone  una ‘a’: auciélle per uccello, aiére per ieri, arùte per ruta, alàcce per làcce.


Prima di chiudere, non posso esimermi dal dovere di ringraziare tutti quelli – e sono tanti – che mi hanno dato una mano nel reperimento, nella scelta e nella trascrizione delle parole.
Particolari  riconoscenza e gratitudine vanno a Giosuè, amico dall’infanzia, che spesso per aiutarmi è stato costretto a indossare, con sofferenza, i miei vestiti.
…Cu i cazune ca ‘nciarrevàvene ncòppe i ginòcchje mi ha sempre sorriso!

 

[Ernesto Prudente: Dall’introduzione a“Alfazeta” voci del dialetto ponziano”. (2) – Fine // Sul dialetto ponzese (2) – Continua]

Condividi questo articolo

Devi essere collegato per poter inserire un commento.