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Sul dialetto ponzese (1)

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di Ernesto Prudente

 

Cogliamo al volo la bella iniziativa di Franco De Luca di riproporre e approfondire il dialetto ponzese nei sui “Incontri culturali”: leggi qui. Ne approfittiamo per recuperare queste belle pagine del non dimenticato Ernesto – qui la prima parte; la seconda seguirà a breve – e quindi altre voci sul dialetto ponzese, nelle sue ascendenze e correlazioni, nei suoi cambiamenti nel tempo; non ultime la difficoltà di leggerlo e un modo condiviso di scriverlo.
Qualunque contributo dei nostri Lettori sull’argomento, sarà gradito. 

La Redazione


Introduzione

Nel luglio del 1993, dopo anni di ricerche, diedi alle stampe un glossario ponzese, “A Nzèrte”. Fui spinto dalla paura che la parlata dei nonni  stesse scomparendo sotto le cannonate dei mezzi di informazione e dell’istruzione di massa che hanno portato, giorno dopo giorno, alla formazione di  un linguaggio, sciapito e incolore, il più possibile uniforme, che ha distrutto la forma dialettale.

Il dialetto sta morendo, dicendo così mi voglio illudere, perché quasi certamente è morto già, sia a Ponza che negli altri paesi, ovunque.

Non c’è giovane che ardisca esprimersi in dialetto.

Ccà nun ce stà cchiù nisciune ca te dice c’a pettule è ’na paròle dialettale che significhe doje còse.
Pe prime, è chille piézze i cammise, chille i nanze o chille i rète è a stésse còse, comme è a stésse cose si a cammise è d’a fémmene o dall’òmme, che, sfacciatamente, facenne finte i niente, tante nisciune se fa russe cchiù pecché u scuorne è state sfrattate da na sentènze i nu giùdece d’assalte, che sporge a chille pòste, proprje llà addò nun sa fosse fa vedé.

A pettule, cu tiémpe, s’à pigliate nu sacche i mode i dicere, assaje bèlle, comme:
“Sta sèmpe sotte a pettule d’a mamme”(chiste è nu pruverbje c’à fennute i campà, pecché mò nisciune cchiù sta sotte i pettule d’a mamme);
“À fatte a società i pettulancule e cumpagne”;
“Pare c’a pettule s’arròbbe a cammise”;
“A pettulélle ‘i mammà”. E ‘nce ne stanne ancòre .

Ma a pettule int’a case d’a nonne significave pure n’ata còse: quella sottile sfoglia di pasta  abilmente preparata e distesa con il mattarello per ritagliarla, poi, una volta asciugata,  a listelli da condire, dopo averla bollita, con il sugo del ragù  o da completare il piatto di legumi. Nelle lenticchie la nonna metteva le pettule e diceva che aveva cucinato paste e lummiccule.

Ho l’atroce dubbio che i cultori delle tradizioni locali, compresa quella linguistica, siano sempre più rari. C’è rimasto qualche dilettante allo sbaraglio che va facendo tesoro, accussì, pe’ sfìzìje, di definire le caratteristiche del luogo dove vive e della sua gente. La massa se ne strafotte.
Quando poi nel giorno di San Silverio non vede il palo della cuccagna, non vede l’oro addosso al Santo, non vede, in quel giorno, gli uomini  in giacca e cravatta, allora insorge e dice: Ccà stamme perdénne a féde.
No! …nuje amme pèrze tutto!

Della agricoltura e della pesca, le nostre attività economiche, nun è rimaste cchiù niénte!

Eppure u paése è crisciute cu’ i sorde i chille lavorature. Nun ce stà nu giovene ca sape putà nu file i vite, nun ce sta nu giovene ca pure jénne a pescà sape  fa na magle vicine a’ rézze stracciate, sape ’nferì na spaccature o sape fa nu marruffe. ‘I può truvà sule ncòppe u cammusante.
Non l’abbiano a male quei miei cari amici, più o meno della mia età, che sono i simboli di un ricco passato, perché sono loro che mi notiziano in merito.

In altre parole la pronuncia dialettale rimane ma la riserva di vocaboli dialettali si va impoverendo giorno per giorno così che la parlata si è ridotta ad un italiano tradotto in dialetto che non può essere forma dialettale pura e sincera.

Della lingua dei nonni non c’è rimasto neanche lo strascico. E in questo anche la scuola ha dato il suo diretto destro. Da leggere o da studiare, una poesia in dialetto contribuirebbe a non far progredire la malattia. E di poesie belle, nella nostra parlata, ce ne stanno a caterva. Sono poesie vere; esprimono sentimenti, emozioni, sensazioni e passioni con verità e bellezza che commuovono il cuore e l’immaginazione.

Debbo fare un esempio?

“L’ammore / 
l’ammore è comme fosse nu malanno /
ca, all’intrasatte, schioppa dint’o core /
senza noavvertimento, senza affanno, /
e te po ffà murì senza dulore. 

(Totò)

Ma dove questi nostri figli e nipoti possono avere la possibilità di aprire un libro di Di Giacomo, Russo, Nicolardi, Bovio o di altri?
Un libro di Franco De Luca che scrive e regala come una seminatrice a straccune (spaglio) quando qui, in questa terra, pur baciata dal Creatore, non esiste alcunché che possa avvicinare la gente alla cultura della propria terra, che non significa avere la  laurea o il diploma appeso dietro una scrivania.

Anni fa, tanti, Mario Feola, il papà del geometra Salvatore, tornando da una ”campagna” di otto mesi nei mari dell’estremo Oriente mi spiegò, con una semplicità da maestro, la vita di quei popoli  illustrandomi  tradizioni, usi e  costumi.
Fu una lezione da ateneo che ancora ricordo e conservo.
Andiamo a Le Forna a parlare con Costantino Vitiello, novantottenne, per farci raccontare la sua vita, un lunghissima vita trascorsa sul mare su un gozzo di sedici palmi tra gli anfratti della costa sarda.

A novembre del 2008 pubblicai il “Dizionario illustrato del dialetto parlato dai pescatori e dai marinai ponzesi”. Intesi fare un omaggio a – ne cito solo qualcuno – Gennaro Valiante e Antonio Cristo, due giovani che hanno preso la via del mare.

Continuo a scrivere queste cose perché mi diverto e mi diletto e mi auguro che le stesse sensazioni le provino chi legge, Spesso qualche  amico che ha letto qualcosa mi ferma per avere maggiore informazione se non per spiegarmi meglio una  certa cosa che lo ha colpito o, addirittura, per suggerirmi termini nuovi.

Per fare progressi dovrebbe scendere in campo una istituzione che metta a disposizione un Centro Culturale che funzionerebbe anche da ritrovo.

Qui la gente non sa come passare il tempo libero, specialmente durante la stagione invernale.
I vecchi si rintanano presto perché manca la compagnia. Sono sempre gli stessi e sempre più pochi quelli che si vedono tutti i giorni.
I giovani e i graduati sono all’aperto, soffia o non soffia il vento. Un gruppo si raduna in piazza discutendo solo su due argomenti a seconda della stagione, pesca e caccia. Oggi sono per ami, totanare, calamari, dentici e cernie; domani per cartucce, polvere, pallini, tordi e beccacce. Ci sono poi i lunghi  letarghi…
Altri gruppi sostano a Sant’Antonio e qui le discussioni sono più variate e più variopinte.
Alle otto, con la corriera che parte per le Forna, i gruppi si dividono e si sciolgono.
La stessa situzione del centro si vive a Le Forna. Sul notturno meglio non mettere occhio.
Ci si potrebbe anche disgustare.

Paese abbandonato che degrada giorno per giorno. Si aspetta l’estate non per migliorare culturalmente ma per fare soldi. Si pensa solo a quelli.

Non sono uno studioso del dialetto ponziano, non ne ho le capacità; sono un amante di questa parlata, che è quella dei nostri antenati.
Sono un cultore del suo modo di definire perché è dolce, espressivo, poetico. Dipinge e scolpisce il soggetto dell’espressione.

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[Da Ernesto Prudente: “Alfazeta” voci del dialetto ponziano” . Sul dialetto ponzese – (1) – Continua]

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