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Ponza e Ponza di Arcinazzo (2)

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di Rosanna Conte

Per l’articolo precedente, leggi qui

 

Chi ha tentato meritoriamente di fare un percorso indiziario si è ritrovato sempre con un nulla di fatto e mi riferisco a quanto riportato sul sito www.ponzaviaggi.it.

Dove si rifugiarono i monaci e naturalmente gli altri sparuti abitanti dell’isola? In quel periodo i monasteri presenti nel basso Lazio erano quelli di Subiaco, Montecassino e probabilmente Fossanova, altrimenti si pensa che possano essere andati in qualche grande complesso a Roma.

La basilica di S. Pudenziana, restaurata da papa Silverio, avrebbe potuto accogliere  i monaci con la spoglia del santo. Ma al di là di un’iscrizione marmorea dedicata al santo non è stato trovato nulla.

Sullo stesso sito emerge un nulla di fatto anche dalla ricerca nella basilica di Santa Prassede, dove il papa Pasquale I , nell’817, aveva portato i resti dei martiri le cui tombe erano state saccheggiate dai mori siriani. Eppure qui, sulla lapide in cui erano stati incisi i nomi dei santi traslati, c’era quello di Santa Candida, quindi le spoglie dei martiri delle isole erano state raccolte e custodite.

Nella stessa basilica il ricercatore del sito ha avuto notizia che vi erano stati tumulati anche 12 papi di cui però non erano riportati i nomi e nemmeno il luogo esatto.

È  purtroppo, molto difficile correre dietro ipotesi su fatti accaduti non solo più di mille anni fa, ma proprio nell’alto medioevo, quando le nostre terre erano invase e depredate in successione e sovrapposizione da goti, franchi, mori e dagli stessi bizantini; e pensiamo al comportamento di Belisario quando entrò in  Napoli.

Le fughe e i saccheggi hanno sicuramente depauperato anche le tombe dei santi e la frammentazione delle ossa dei martiri ha avuto origine in questo periodo di terrore. Se non era possibile portare via il corpo intero, almeno un pezzetto poteva servire nel nuovo luogo per ricostruirci sopra l’altare al santo.

Senza considerare le omonimie. La santa Candida sepolta in S. Prassede non è la stessa di Ventotene; infatti il suo corpo era stato trovato nella catacomba di santa Priscilla, aveva un marito, Artemio, ed una figlia Paolina. La santa di Ventotene è quella morta a Cartagine ed era vergine.

Se non ci sono ulteriori sovrapposizioni di informazione, credo di poter dire che il suo corpo si trovi sepolto nella chiesa di san Pietro ad Aram a Napoli, in Via Santa Candida (!).

Chiesa di S. Pietro ad Aram, Napoli 

Sotto questa chiesa c’è un vero e proprio cimitero e ricordo bene di aver visto lì, una trentina di anni fa, un monumento a forma di parallelepipedo, su cui c’erano i nomi dei santi che vi giacevano; tra essi Santa Candida, quella di Cartagine.

 

A questo punto, torniamo ad Arcinazzo. Le prime notizie di un paese chiamato Ponza e situato sotto l’altipiano del monte Altuino, risalgono all’anno 720, quando alcuni fondi della “massa pontiana”, cioè della “tenuta” di Ponza, vengono dati in enfiteusi alla diaconia di sant’Eustachio in Roma.

Basilica di Sant’Eustachio a Roma

Quindi, se nel momento della fuga  dei monaci dall’isola, nell’813, esisteva già  un luogo chiamato Ponza là dove ora c’è Arcinazzo, non è possibile che siano stati i fuggiaschi a dare il nome. Escludendo l’attribuzione del nome, si può escludere anche che i monaci si siano fermati lì.

Sono più probabili le altre due piste per motivare il nome di Ponza ad Arcinazzo.

La famiglia Pontia era originaria del Sannio; uno dei suoi esponenti, Gaio (o Caio), fu il comandante di sanniti che sconfisse i romani alle Forche Caudine.

Caio Pontio, vincitore dei romani, e le forche caudine

Dopo la conquista romana, in età repubblicana, alcuni suoi membri divennero tribuni della plebe, e in età imperiale divennero addirittura governatori, come Pontio Pilato, o consoli. È  molto probabile che si sia arricchita parecchio, tanto da avere possedimenti in questa zona dell’appennino laziale, lasciando il proprio nome al territorio dopo le traversie secolari dell’impero romano.

Ritengo questa ipotesi più valida di quella che è legata allo stemma col ponte a tre arcate sia perché la tradizione del nome è sempre lenta a morire quando ha le sue radici in una presenza secolare, ma anche perché lo stemma di Ponza/Arcinazzo ha origine successiva. Come tutti gli stemmi, è nato con un elemento grafico che avesse la capacità di richiamare  alla mente con precisione e immediatezza quel gruppo socio-territoriale: il ponte ne richiamava immediatamente il nome e ne rispecchiava anche la caratteristica idro-orografica.

Certo cercare di giungere ad una conclusione sicura è una giusta aspirazione, anzi è un forte stimolo a proseguire la ricerca; ma non ci deve lasciare l’amaro in bocca se ancora siamo lontani dalla meta.

Quando si mette in moto un percorso, emergono accenni ad altri probabili filoni che possono affascinare e dare luogo a nuove riflessioni.

Nel sito web di Arcinazzo c’è uno spunto per parlare anche di evoluzione linguistica perché vi si dice che, al di là del nome, c’è una differenza nella sua pronuncia: ad Arcinazzo si pronuncia Pònza (con la “o” larga), mentre nella nostra isola si pronuncia Ponza (con la “o” stretta). Mi pare che ci sia stata una deduzione troppo leggera: i ponzesi isolani di una certa età dicono Pònza, sono i giovani  legati alla trasformazione del dialetto isolano che non pende più verso il napoletano, ma prende le inflessioni romane, che dicono Ponza con la “o” stretta. O no?

 

[Ponza e Ponza di Arcinazzo. (2) –  Continua]
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