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Racconto, di Edmond Jabés

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proposto da Silverio Tomeo

.

L’isola fu prima la mancanza,
il buco, l’oblio.
Come si è formata?
Un vuoto riempito con le pietre
in mezzo ai flutti.

 La terra è più alta del mare
e più profonda:
ma accade che l’acqua si vendichi
della sua umiliazione.

 Ferma sta l’isola, tutto attorno a lei
freme, sobbalza.
Stabile, Solitaria.
è il femminile l’isola, così esposta,
così risoluta.

 Da tanto tempo egli erra. Un giorno
forse passerà da queste terre.
un giorno, come un’isola gemella,
al di sopra dell’isola.
Diafana, liberata.

 Non ha detto perché era partito,
né quando sarebbe ritornato.
Non ha detto nulla,
o quasi …
Nessuna parola precede
le vere partenze.
Sola, una parola d’avvenire
le accompagna.

 Tomba è perciò l’isola: vuota tomba
dove giace quel che in un mattino di luce
fu appena sbozzato.
e la sua tiepida ombra sull’umida sabbia
dell’isola.

 E questa “Isola” nel più remoto esilio dove l’onda
non è che un vasto rumore indocile, parole ebbre,
senza oggetto, che si urtano,
contro le lettere morte.
Polvere di sale.
Altri deserti in vista.

.

Questi versi sono estratti dal poemetto Racconto di Edmond Jabès (Eliotropia, 1983), che ruota sull’insularità e accenna a un récit, un racconto, evocando una storia, un viaggio, una partenza. Il poeta, sin dall’inizio, gioca sui termini il (egli) e île (isola), che vuol vedere come il femminile del primo.
Il maggior traduttore di Jabès, nativo egiziano di origine ebraica, è stato il salentino Antonio Prete, Università di Siena.
Edmond Jabès (Il Cairo 1912 – Parigi 1991), noto per le numerose raccolte di versi e prose poetiche, attraversò nell’esilio parigino la grande cultura dell’avanguardia europea, connotandosi per la tonalità etica e l’inquietudine sui destini dell’umano, spesso introducendo nei suoi scritti le voci di immaginari sapienti
reb (maestri, in yiddish).
Il deserto, il silenzio, l’ascolto, l’erranza, l’assenza, il libro, la scrittura, sono altrettanti temi della sua interrogazione poetica.
“Jabès ci insegna che le radici parlano, che le parole vogliono germogliare e che il discorso poetico
prende avvio da una ferita”, scriveva Jacques Derrida.

 

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