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Tempi belli di una volta. Il ‘Palmarola’

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di Lino Catello Pagano

 

Arrivavano verso il dieci di giugno, avvisavano un mese prima, chiamavano mio padre gli dicevano: “Carmine prepara il Palmarola che arriveremo ad Anzio il 10 giugno”.
…Iniziava così l’avventura.

Si partiva per andare a Santa Maria nei cantieri Parisi dove ‘il motoscafo’ – come si chiamava allora – era imballato come fosse un regalo; era un telone così pesante che per levarlo dovevano esserci tutti i componenti dell’equipaggio, Era pesantissimo, tanto che davano una mano tutti quelli che lavoravano nel cantiere, per poterlo levare…
Era uno sforzo che facevano tutti all’unisono: “Tira! …ooo issa..!  …e via e si tirava, si faceva attenzione agli occhielli del telone, che se te ne arrivava uno in testa, certamente bene non faceva!
L’equipaggio era formato da Benito Costanzo, mio zio Silverio Pagano e mio padre Carmine.

Si lavorava sodo per dieci giorni; a me bambinetto era dato l’incarico di carteggiare tutti i corrimano che erano pitturati in vernice coppale, io carteggiavo dalla mattina alla sera con la mascherina e con le mie mani piccolissime piene di polvere e calli. Passati quei giorni di ristrutturazione e di rimessa in opera e il varo in mare dello scafo, si provavano i motori; le rifiniture si facevano in porto. Mia madre era impegnata a lavare e rimettere in ordine tutti i cuscini e le ‘sedie da regista’; erano sistemati i pioli nelle scanalature; si provavano e venivano lasciate ad asciugare al sole; una mano di coppale e ritornavano nuove.
Le ultime a essere lavate erano le tende che coprivano lo scafo nei giorni di sole cocente.

Il giorno degli acquisti era sempre una festa. Partivano Benito e mio zio Silverio, acquistavano di tutto dopo aver fatto assieme a mio padre una lista chilometrica; lui ricopriva il ruolo di cuoco e capitano.

Quell’anno arrivò presto il nove di giugno. Quella volta mio padre decise di portarmi ad Anzio con lui a prendere i figli dei proprietari: erano delle persone speciali. Viaggiammo da Ponza ad Anzio – era il nove mattina – io che non ero stato neppure a Palmarola, facevo questo viaggio euforicamente, ma l’euforia finì presto e iniziò il mal di mare che mi massacrò e mi fece fare tutto il viaggio sdraiato nel letto.
Il motoscafo beccheggiava nell’onda lunga ed io rimettevo nell’onda corta. Ero un cadavere; non parlavo e restavo ad occhi chiusi.
Arrivammo ad Anzio nel pomeriggio. Quando l’attracco fu ultimato, misi il naso fuori dal boccaporto.
Ero bianco come un lenzuolo, mi guardavano e ridevano, e mi dicevano che il mare non era fatto per me, ma si sbagliavano perché avrei passato sul mare una quindicina d’anni e con che navi più belle.

Passammo la notte lì sul motoscafo. Era bellissimo, mi sentivo uno importante, ma sapevo che quando saremmo rientrati a Ponza, sarei dovuto scendere e lasciare i ragazzi: Anna, Daniele, Marco, Luca, la signora Marisa e sua cognata Anna e la tata Betty. Quel periodo – venti giorni di giugno e venti di luglio – era dedicato ai ragazzi, mentre il resto di luglio e tutto agosto era per tutta la famiglia, solo adulti.

Il mattino del dieci verso le undici arrivarono con un taxi come previsto.
Tutti, come mi videro mi fecero festa: ci conoscevamo da anni, eravamo coetanei.

Caricati i bagagli mettemmo la prua verso Ponza. Questa volta avevamo le onde in favore che ci spingevano e non feci la figura di chi non sapeva andare per mare.
Mi vollero a cena con loro. La signora Marisa chiamò mio padre e gli disse che se non avevo niente da fare avrebbe avuto piacere che io restassi con loro per tutto il tempo, insieme ai suoi ragazzi, lì a bordo.

Mio padre mi guardava ed io con gli occhi che l’imploravo a dire di sì.
Dio lo illuminò e si rivolse alla proprietaria dicendole che era molto onorato che suo figlio venisse accolto assieme ai suoi ragazzi. Io ero al settimo cielo, non stavo nella pelle.

Arrivati a Ponza mio padre disse: – Vai a casa e chiedi a mamma che ti prepari il corredo per stare questi quaranta giorni sulla barca.
Volai dal porto a Chiaia di Luna, avevo le ali ai piedi, non toccavo terra per quanto ero felice.
Arrivai a casa, ero letteralmente senza fiato, parlavo come un disco rotto. Mia madre mi fece bere un sorso d’acqua, ma anche quella non aiutò, per un pelo non soffocai… mi andò di traverso, tossii a non finire…

Quando ripresi fiato e calma gli dissi che doveva prepararmi una borsa con gli indumenti per stare a bordo per il periodo che restavano i ragazzi. Rimase stupita, preparò velocemente tutto l’occorrente non dimenticando gli slip da bagno. Rientrato a bordo con la mia borsa, andai e la deposi in cabina, dove dormiva il mio papà e feci ritorno in coperta, dove tutti erano a chiacchierare sulla prua seduti per terra, si stava facendo il programma di dove si sarebbe andati con il motoscafo. Infinefu scelta come destinazione Palmarola, la spiaggia dei sassi saremmo rimasti una settimana a fare bagni.

Il ricordo è nitido nella mia mente ora che viaggi e bagni non ne posso più fare. Restano solo le cose belle; nel ricordo sembra ieri, mentre sono passati tantissimi anni.

Grazie e ancora grazie a colei che quella volta si mise sulla mia strada.

 

Le signore davanti al ‘Palmarola’ sono Amalia Bosso con la figlia Clara e la seconda è Luisa Regine con la nostra (non ancora) redattrice Rita Bosso

 

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