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L’antica cultura contadina isolana. Le colture tradizionali e i cambiamenti successivi. (3)

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di Mimma Califano

 per l’articolo precedente, leggi qui

 

Si stavano enumerando i fattori che consentono di mantenere nel tempo la fertilità del terreno.

Ogni tipo di pianta assorbe gli elementi in proporzioni diverse, quindi sullo stesso pezzo di terreno bisogna cambiare con frequenza tipo di coltura. La rotazione è tanto più necessaria quando si tratta di piante definite ‘forti consumatori’. Ad esempio: cavolfiore, cavoli, pomodori, cetrioli, sedano, fave, patate.

I nostri contadini  erano consapevoli di queste peculiarità e avevano perciò cura di alternare costantemente le colture.

A Ponza si utilizzava anche un altro principio: Quando si vedeva che il terreno dava segni di stanchezza, lo si rivoltava, si potrebbe dire da sopra a sotto: era quello che una volta si definiva scuppunia’  –

Lo scopo principale era di arieggiare le radici profonde – soprattutto delle viti – e di far loro arrivare un po’ di humus e concime, concentrato essenzialmente nella parte superficiale del terreno. La fatica era tanta che a Ponza è rimasto il detto… Quando una persona si lamenta di essere molto stanca, gli si dice: …E ch’è fatt’? È scuppuniate?

Questa tecnica oggi non sarebbe condivisa né dall’agricoltura biologica (vedi qui sotto al punto 1), né  dalla permacultura (al punto 2) .

1)  La coltivazione biologica. Una delle caratteristiche della coltivazione biologica prevede il “non disturbare la struttura del suolo”, cioè la sua stratificazione, ma fare solo una lavorazione molto superficiale smuovendo il terreno avanti e indietro, senza rivoltarlo. Poiché, viene spiegato, ci sono organismi del suolo che amano l’aria e hanno bisogno di restare in superficie; altri che vivono meglio in assenza di aria (anaerobi); quindi ad ogni vangatura il terreno deve riorganizzarsi. Ovviamente questa tecnica è possibile essenzialmente  con un lavoro manuale. Nel caso si utilizzino macchine agricole queste devono rispettare altri criteri.

2 ) la permacultura – Il termine “permacultura” deriva dall’inglese permaculture, una contrazione sia di permanent agricolture sia di permanent culture  traducibile come: “agricoltura permanente per una cultura permanente”,  secondo il coniatore del termine Bill Mollison: “la  cultura umana non può sopravvivere a lungo senza la base di una agricoltura sostenibile e una gestione etica della terra” (Wikipedia).
Con riferimento al terreno, mantiene gli stessi principi dell’agricoltura biologica, ma  in modo più intransigente sostiene che si possono produrre piante destinate all’alimentazione inserendole in un contesto di erbe spontanee, riducendo quindi al minimo l’intervento umano.

E infine il sovescio. Si tratta in sostanza di una ‘concimazione verde’, effettuata principalmente per arricchire il terreno di azoto. Si sa che l’azoto di cui è ricchissima l’aria atmosferica (intorno  al 78 %) non è utilizzabile come tale dalle piante. Solo alcune di esse, in particolare le leguminose, contengono in appositi tubercoli radicali dei batteri fissatori d’azoto, che utilizzano per le proprie necessità. Il sovescio – una tecnica già conosciuta dai romani – consiste nel rimuovere e interrare queste piante prima che il loro azoto venga organizzato nei frutti.

Non a Ponza, per l’esiguità degli appezzamenti di terra, ma altrove – ai Castelli romani, per esempio – è pratica comune piantare fave o ‘favino’ tra i filari e  al momento della fioritura arare a strisce alterne; l’anno successive si invertono le strisce lasciate a produzione (v. foto qui sotto)

I tubercoli radicali delle Leguminose

Lupini, favino, fave, trifoglio. A Ponza si utilizzavano, a fini di sovescio, soprattutto i primi due, ma poiché il terreno per qualche mese (tre/quattro) resta non produttivo, si impiegava questa tecnica solo quando era strettamente necessario. In pratica si seminano le citate leguminose e quando le piante iniziano a fare i fiori (prima che ‘leghino’ il baccello) si zappano, mischiandole al terreno; quindi si procede con la coltura principale.

E torniamo al discorso iniziale: la riproduzione delle piante.

I contadini storicamente sono stati condizionati dalla pioggia, dalla siccità, dal vento e dalla gradine, dal troppo sole, dagli  insetti, dalle diverse malattie che colpiscono le loro colture, ma non nelle modalità di riproduzione delle piante.

Generazione dopo generazione, per secoli, i contadini hanno potuto continuare a riprodurre, selezionare, migliorare, perpetuare le specie più adatte alla propria zona di lavoro, in un continuo ciclo evolutivo e senza alcuna dipendenza da strutture esterne alla propria piccola azienda, per la maggior parte a conduzione familiare.

Prima di andare ad analizzare quante e quali conseguenze le moderne tecniche agricole hanno comportato per i terreni e più in generale per l’ambiente, consideriamo qualche aspetto sulla riproduzione di alcune specie di piante qui da noi, a Ponza.

Poche e fondamentali informazioni.

I semi per la riproduzione erano scelti da piante in buona salute: erano i primi frutti che la pianta produceva, quelli più in basso, che venivano lasciati sulla pianta lungo. Perciò a fine luglio non era infrequente vedere penzolare da una pianta una grossa melanzana che aveva perso il suo bel colore violetto per un marroncino tendente al giallo; o dei peperoncini verdi diventati rossi.


I semi dei pomodori per la riproduzione in genere si sceglievano quando si facevano le conserve (i buttìglie) per l’inverno. Si prendevano dai pomodori più belli, si sciacquavano e si mettevano in un piatto al sole ad asciugare per bene.

In altri periodi era facile vedere una cappuccia spigata o delle cipolle o della scarola, del sedano o il prezzemolo… in attesa che i semi giungessero al punto giusto di maturazione, per essere poi raccolti e conservati per l’annata successiva.

Anche i legumi erano sempre “i figli” di quel che si era prodotto l’anno prima.

Spesso i contadini lasciavano – si diceva – ’na ponta pe’ semmènt’ – un pezzetto di coltivazione unicamente per i semi.
Quindi si lasciavano essiccare ben bene sulle piante e  se scugnavene, battendoli  separatamente del resto del raccolto. Da questi semi si sceglievano quelli destinati alla semina per l’anno successivo.
Per difenderli dagli  insetti spesso venivano conservati con un po’ di calce in polvere.  

A parte il criterio della scelta dei semi più grossi e più belli, solo per le fave ho sentito parlare della cosiddetta fava femmina.                                                                                         

Con questo ci si riferisce ad una depressione dalla parte opposta al beccuccio nero (in dialetto: ‘u mussìll’). Si credeva che le fave con questa caratteristica (le femmine) germogliassero con più forza e facessero più frutti delle altre.

 

Ma non solo bisognava saper scegliere e conservare i semi; altrettanto importante erano i tempi per la semina, come vedremo la prossima volta…

 

L’antica cultura contadina isolana. (3) – Continua qui]

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