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A mio padre Pietro Lombardi

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di Leonardo Lombardi

 

Siamo orgogliosi di presentare qui un racconto autobiografico di Leonardo Lombardi, amatore e frequentatore di Ponza, di cui abbiamo presentato integralmente, proprio tra i primi articoli del sito, la ponderosa ed accurata monografia: “Ponza. Impianti idraulici romani” (in 11 puntate!). Per consultare il suo lavoro, digitarne il titolo in ‘CERCA NEL SITO’ o attraverso l’indice per Autori
A Leo le congratulazioni della Redazione e l’augurio di ritrovarlo ancora su queste pagine. 

 

Che anni strani quelli della guerra, tutte le regole e le abitudini di casa completamente disarticolate. La scuola una catastrofe, si studiava poco o niente, si passavano mattinate intere nei rifugi antiaerei; si cercavano mezzucci per racimolare qualche soldo per comprare qualcosa da mangiare.
Ma non è di me che volevo parlare, ma di mio padre.

Strano personaggio, aveva fatto la guerra mondiale come caporale trombettiere. La prima guerra mondiale naturalmente, e mi raccontò alcuni episodi di quella terribile guerra, forse raccontò a me e mio fratello, ma io ricordo solo la mia presenza. Passò mesi in trincea fino al congelamento degli arti inferiori, dovevano tagliarglieli ma un’avanzata austriaca rinviò l’intervento e salvò le gambe.
Era del 1894, quindi quando tornò a casa, nel 1919, aveva 25 anni.

Sapeva disegnare, per un dono della natura, aveva studiato al San Michele, come orfano e aveva una preparazione più estetica che tecnica per fare l’architetto.
Lavorava a Via Margutta, al numero 33, dove passava ore e ore al tavolo da disegno a creare, correggere, rifare e ricominciare.
Io lo ricordo lì, la sua attività prima di Via Margutta mi è nota solo da scarsi cenni. A studio con il famoso architetto Brasini (Ponte Duca D’Aosta per capirci). Poi la Fontana delle Anfore a Testaccio [leggi qui, da Wikipedia], poi le piccole fontane che ancora oggi creano pittoreschi angoli dei quartieri romani con i loro simboli.

Eppoi. Eppoi il Tevere, la Romana Nuoto dove si esibiva in tuffi spettacolari e dove mi insegnò, legandomi a una zucca secca e vuota, a nuotare.
Era simpatico e generoso, altruista, spiritoso con la battuta pronta spesso aiutata da brani di sonetti del Belli che sapeva a memoria.

Come padre era assente eppure mi ha dato molto e mi porto dietro questo carattere aperto e disponibile ad aiutare chiunque abbia bisogno di una mano.
Anche la sua allegria e il suo ottimismo mi hanno contagiato e penso spesso a quanto ho perso nel non averlo interrogato di più sulla sua vita.
Avrei capito le sue lacune culturali e il suo netto rifiuto dei formalismi sociali.

Con lo scoppio della guerra e, in particolare, dopo l’8 Settembre, l’occupazione tedesca ci complicò la vita. Il lavoro era scarso e si viveva vendendo qualche quadro dei miei zii pittori o un tappeto comperato da mio padre a Rodi quando lavorava nel Dodecanneso per il restauro di monumenti medievali. Non volle iscriversi al partito fascista e questo complicò ulteriormente le cose.

Seguitava ad andare a studio dove disegnava con la compagnia di un grosso soriano finché un giorno ci disse che aveva ospitato degli amici ebrei tenendoli nascosti in uno stanzino annesso al grande vano dove vi erano gli stiratori da disegno. Lo fece perché si salvassero dalla ferocia nazista.
In questo fatto è riassunto il carattere di mio padre.
Nascondere un ebreo comportava la fucilazione, eppure, con grandi raccomandazioni di silenzio, la cosa sembrò a tutti noi normale.

Da alcuni anni, con il rifiorire del razzismo, è nato in me il desiderio di rivisitare questa storia e dare una testimonianza di quanto mio padre fece in quel lontano 1943.

Troppo tardi, morti i miei genitori, morto mio fratello che, essendo più grande di me, forse ricordava qualcosa di più. Mi ero arreso e forse avrei inviato una lettera ad una comunità ebraica priva di prove certe e testimonianze, sapendo che sarebbe stata inutile. Rinviavo di giorno in giorno sapendo che morto io nessuno più si sarebbe occupato di questo fatto, forse marginale della lotta contro il nazi-fascismo, ma significativo.

Mi occupavo d’altro, dei miei studi e di quel tanto di lavoro che ancora mi arriva. Avevo tempo e volevo disfarmi di disegni, quadri e litografie che occupavano inutilmente spazio negli armadi. Un mio caro amico si interessò al mio progetto e accompagnò a casa mia un grande esperto d’arte del ‘900 che ha anche una galleria, Raffaele Cecora.
I disegni e le stampe in mio possesso non hanno un valore  commerciale mentre i quadri di famiglia, autori due zii e mio nonno, destarono un profondo interesse in Cecora che mi disse che se avessi voluto liberarmi di qualcuno di quei quadri sarebbe stato interessato.

Il tema era esaurito ma era nata una speciale sintonia con questo signore di modi nobili e di grande cultura per cui, non so neanche perché, mi misi a parlare di mio padre, di Via Margutta, delle sue capacità di disegnatore e di quel lontano episodio di coraggio e altruismo del 1943. Raffaele restò sorpreso e mi disse che sua moglie è ebrea e che suo nonno si salvò dalla deportazione grazie ad un architetto che aveva lo studio in via Margutta e che anni dopo gli aveva regalato un disegno con una veduta di Roma.

Poco dopo ci salutammo con la promessa di vederci ancora. Passò poco più di un’ora e squillò il telefono. Era Raffaele che mi diceva che la firma sul disegno era quella di mio padre e che il nonno di sua moglie, Cesare Della Seta, antiquario di Via del Babbuino, aveva ricevuto quel disegno proprio in memoria di quell’amicizia con mio padre che lo aveva salvato. La figlia, di Della Seta, ormai centenaria, aveva sempre conservato quel disegno.

Senza queste coincidenze, del tutto casuali, e senza quel disegno, questa storia sarebbe rimasta solo sospesa nei miei ricordi.

Leo Lombardi 13/03/2013

 

Nota di redazione
Anche rievocativo della figura paterna un altro articolo di Leo Lombardi: “I tuffi di papà”: leggi qui

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