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In giro… (2)

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di Pasquale Scarpati 

Annamaria Annunziata - Pinocchio nel paese dei balocchi -olio su tela

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I banchi della scuola dal pianale nero e leggermente inclinato verso l’interno, sono totalmente di legno e dovrebbero essere di un uniforme color nero; ma non è raro notare striature bianche che  a guisa di  fulmini scendono lungo i fianchi del banco dall’alto verso il basso.
Essi danno un “tocco” di “umanità” ad un ambiente altrimenti monotono e greve.  Sediamo in quattro o in sei sulla panca, che è legata al banco ed ha una spalliera anch’essa di legno.
Il pianale su cui dobbiamo appoggiare i quaderni per scrivere o gli album per disegnare ha una particolarità: è lavorato “ad intarsio”.
Qualche “maestro intagliatore”, infatti, prima di noi ha voluto lasciare la propria orma e noi non siamo da meno.
Abbiamo gli strumenti del mestiere: i pennini.

Il piano di appoggio, inclinato, termina in alto con un piccolo ripiano dove c’è un buco in cui è infilato il calamaio (uno ogni due bambini) pieno d’inchiostro: nostra croce e delizia. Armati di un’astuccia che termina con un cerchietto di ferro dove va collocato il pennino, nella classe prima delle elementari ci divertiamo, ora con la penna ora con la matita, temperata a volte da un coltello o da un coltellino, prima a scrivere, per lungo tempo, le “mazzarelle”, poi a lasciare, sul ruvido legno del banco, la nostra indelebile orma ai posteri. Così le due parti combacianti della punta del pennino spesso si separano sotto il tremendo sforzo dell’intarsio.

Papà, avendo notato che gradisco molto questa separazione, un giorno mi ha regalato una scatola in cui ve ne sono più di cento; questa ha il coperchio  di colore azzurro scuro su cui è stampata la veduta di Napoli con il Vesuvio fumante. Nel corso degli anni ai pennini si sostituirà la meraviglia delle meraviglie: la penna a sfera.
Non so perché si chiami così, fatto sta che i pennini con quell’inchiostro nero nero e la carta assorbente sono in lento ma costante declino. Ma anche quest’attrezzo moderno non è esente da inconvenienti: spesso l’inchiostro, dopo un po’, rifiuta di uscire o esce a puntini.
Allora noi, per prima cosa, alitiamo sulla punta perché pensiamo che, riscaldandola, riprenda a funzionare; se quella resta sorda ai nostri comandi, passiamo alle  maniere forti: strofiniamo energicamente prima su qualche foglio tanto da ridurlo in tanti pezzi poi, se quella si ostina, continuiamo su qualche cosa di più duro.
Alla fine cerchiamo di togliere la parte terminale da dove esce l’inchiostro e sfilare dall’involucro l’esile cilindro di plastica che lo contiene.
Questa operazione non è esente da pericoli: prima guardiamo, in controluce, se l’inchiostro è terminato, poi soffiamo nel cilindro ed infine armeggiamo vicino alla punta. Ma, ohibò, spesso capita che l’inchiostro, stanco di essere maltrattato, esce di colpo inzaccherando tutto. Non avendo più la rugosa carta assorbente, dobbiamo strappare fogli e fogli dai quaderni i quali, alla fine si riducono alle sole copertine combacianti. Si salva soltanto l’ultimo foglio su cui è immancabilmente stampata la tabellina pitagorica.

Altra novità che sopraggiungerà nel corso degli anni è l’astuccio in legno, dalla forma oblunga, dove riporre in ordine le penne e buona parte dell’occorrente per la scuola. Questo attrezzo  ha il coperchio che è estraibile perché scivola in due scanalature; quello delle bambine è più appariscente perché porta, disegnato, qualche fiorellino.

Obbligatorio è il grembiulino che ha il colletto bianco con il fiocco del colore a seconda della classe che si frequenta.  Sia il grembiulino che il colletto amano però rivestirsi di altri colori: del nero dell’inchiostro e dell’unto dell’olio che cola dal culurcio della marenna, a cui si aggiungono, specialmente sul grembiulino, sfumature di bianco.
Tutto questo si fa sicuramente perché a noi, bambini, non piace la monotonia delle cose uniformi ma amiamo variegare ciò che indossiamo ed anche l’ambiente in cui viviamo! Spesso però anche il viso si chiazza come la pelle di un dalmata.
Una goccia d’inchiostro birichina non ama posarsi sul foglio di quaderno ed essere poi asciugata dalla carta assorbente ma vola sulla guancia di Liberato o Luigino o Gaetano o Rafele che ovviamente vogliono istantaneamente provare e dare la medesima emozione.
Il maestro Totonno, quando se ne accorge, con solerzia ci fa alzare in piedi  e in tale stato ci fa rimanere per un certo tempo. Poi ci manda al bagno per pulirci.
Pulirci!? Ma come?
Strofiniamo i fazzoletti bagnati aiutati da Michelina che strofina con forza tanto che le guance diventano paonazze.  Dopo esserci abbondantemente bagnati anche le gambe ed i pantaloni e persino i calzini e dopo esserci asciugati alla meno peggio e già con il pensiero alle tristi conseguenze una volta giunti a casa, zitti zitti facciamo rientro in classe.

Tiriamo fuori dalla cartella il quaderno a righi e ci accingiamo a raccogliere la voce del maestro Totonno che è pronto per il dettato.
I quaderni, dalla copertina scura e ruvida, dai fogli piuttosto giallini che hanno i bordi rossi, se a righi vedono rimpicciolirsi gli stessi a mano a mano che si va avanti nelle classi fino ad arrivare ad una sola riga nella quinta; così dicasi dei quaderni a quadretti che diventano sempre più piccoli.
La monotonia dei quaderni viene interrotta qua e là da macchie nere ora più grandi ora più piccole.
Intingere il pennino nell’inchiostro, infatti, è un’arte sopraffina. Non bisogna, infatti, intingerlo troppo a fondo nel calamaio altrimenti l’inchiostro cola e macchia tutto, non bisogna intingerlo poco perché, così facendo, non si riesce a scrivere neppure una lettera. Sia nell’uno che nell’altro caso si può rimanere indietro nel dettato e non si conosce la reazione del maestro, costretto a ripetere la stessa parola per l’ennesima volta.

Sosteniamo il primo esame per passare da un ciclo all’altro, poi la signora Lola, moglie del maestro Totonno, ci prende in cura nelle ultime due classi della scuola elementare.
E’ più materna e meno arcigna. Qualche volta ci porta sui Guarini per prendere la terra argillosa con cui fare qualche lavoretto.
A guisa di famosi pittori, per colorare usiamo una tavolozza semicircolare su cui sono riposti i colori simili a dei bottoni un po’ incavati al centro. Ve ne sono da sei e da dodici. Ovviamente abbiamo il pennellino che viene intinto nell’acqua e le gocce dovrebbero essere assorbite dalla solita carta assorbente, invece noi, lasciando che queste tocchino il pavimento, pensiamo, forse, di aiutare Michelina:  la brava signora dovrà soltanto passare lo strofinaccio!

Insomma l’aula sembra un laboratorio dove però ci si arrangia con quelle poche cose che si hanno. La manualità non è il mio forte, così pure la grafia.
Queste pecche vengono sistematicamente annotate anche sulla pagella trimestrale con dei voti decisamente bassi. Disegno e bella scrittura, infatti, fanno parte delle materie curriculari. A casa dicono che ho la scrittura da farmacista: non si capisce niente.

Scuola severa dove la memoria la fa da padrona.
Tutto deve essere mandato a memoria: le poesie e le tabelline; da queste ultime scaturiscono le monotone numerazioni orali e scritte. Ma io ho trovato un sistema ingegnoso per non contare o, per meglio dire, per contare fino ad un certo punto e poi basta. Arrivo fino allo zero della numerazione e poi ripeto, copiando, i numeri precedenti, senza ulteriore fatica di memoria: trucchi del mestiere! Quanta fatica per assimilare le operazioni di aritmetica, soprattutto la divisione!

Ad una delle pareti della classe è appesa qualche  moderna cartina geografica in cui sono ancora ben visibili le repubbliche baltiche resesi indipendenti dal 1918 ed incamerate, poi, dall’U.R.S.S. dagli anni ’40 in poi fino alla sua dissoluzione, così come si notano i numerosi Stati  della penisola balcanica. Oggi quelle cartine, guarda caso, sono di nuovo attuali! Quando si dice: i corsi e ricorsi della storia..!
C’è ancora chi si ostina a non crederci!

Ci insegnano a cantare, in onore della città di Trieste “…O Italia, o Italia del mio cuore, tu mi vieni a liberar…” o, se c’è la visita del direttore: “Battiam, battiam le mani, arriva il direttor…”

Michelina si dà da fare a pulire, ma la polvere sottile del gesso invade l’aula specialmente quando qualcuno di noi, forse imitando lo scupuliaturo della madre, spolvera la pezza che serve per cancellare ciò che si è scritto sulla lavagna,  battendola con forza sulla stessa  o sul primo banco. Lo strofinaccio qualche volta mette le ali ed arriva anche sul banco dove siedo, che è situato un po’ più indietro sulla sinistra entrando dalla porta.
Adriana, Maria Paola, Clotina e le altre bimbe siedono di norma vicino agli ampi finestroni che hanno gli infissi in legno ruvido e scaglioso.

 

Le immagini sono particolari dei dipinti di Annamaria Annunziata – per gentile concessione dell’Artista

[In giro (2) – Continua]

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