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Mediterraneo, di Arturo Pérez-Reverte

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proposto da Sandro Russo

 

Un altro scritto dalla antologia di brevi illuminazioni di Arturo Pérez-Reverte, raccolte nel libro – “Le barche si perdono a terra”, M. Tropea Ed.; 2012 – già presentato su questo sito (leggi qui). Il Mediterraneo è lo stesso; i suoi porti sono i nostri; lo stesso mare, la stessa gente; colori, sapori, emozioni che abbiamo amato, odiato, vissuto anche noi…

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Ormeggiare una barca sotto la pioggia, nell’atmosfera grigia di un porto mediterraneo, suscita a volte una strana malinconia. Proprio come succede oggi. Non c’è sole che si rifletta sui muri bianchi degli edifici, e l’acqua che ti sei lasciato dietro, all’entrata della baia, non è blu cobalto a mezzogiorno, né al tramonto possiede quel color vino rosso nel cui controluce scivolavano, in altri tempi, navi nere dagli occhi dipinti sulla prua. Il mare è di un grigio verdastro, il cielo basso e sporco. Le nuvole scure lasciano cadere una pioggia mite che gocciola lungo le sartie e le vele serrate, e inzuppa il teck della coperta. Non c’è neppure vento.

Dai volta alle cime e scendi sul molo, camminando lentamente tra le barche immobili. Bagnandoti. In giornate come queste, la pioggia trasmette una tristezza vaga, indefinita. Fa pensare alla fine di traversate, a navi prigioniere delle loro cime, delle bitte e dei pali di ormeggio. A uomini che danno le spalle al mare, alla fine del cammino, costretti a invecchiare nell’entroterra, fra i ricordi. Questa umidità brumosa, impropria del luogo e della stagione, addolora come un presentimento, o una certezza. Mentre ti allontani dal molo, non puoi non pensare ai tanti uomini di mare che un giorno hanno lasciato una barca per l’ultima volta. E, per contrasto, senti anche la nostalgia del luccichio luminoso e azzurro: salsedine e giovani pelli abbrustolite dal sole, rumore di risacca, odore di fumo dei falò accesi con legna portata a riva dalla corrente, sulla sabbia umida di spiagge deserte e rocce scolpite dal paziente susseguirsi delle onde. Memoria d’altri tempi. Di altri uomini e donne. Di te stesso, forse, quando eri un altro anche tu. Quando cercavi di conoscere il mare con occhi d’avventura, nei porti presentivi solo oceani immensi e isole dove non sarebbero mai arrivati i mandati di cattura della polizia giudiziaria, ed eri ancora lontano dal contemplare il mondo come fai oggi: guardando al futuro senza vedere altro che il tuo passato.

Al bar La Marina – reliquia centenaria, condannata a morte dalla speculazione edilizia locale – Rafa, il proprietario, arrostisce alici e sardine. A un lato del bancone ci sono tre uomini che bevono vino e fumano, accanto alla finestra da cui si vedono, a distanza, i pescherecci uno addossato all’altro nel molo vicino, confinante con il mercato. I tre hanno la stessa pelle bruciata dal sole e solcata da rughe simili a tagli di rasoio, con l’aria rude e virile, lo sguardo grigio come la pioggia che cade fuori, le mani ruvide e secche per l’acqua fredda, la salsedine, le lenze, le reti e i palamiti. Sull’avambraccio di uno di loro si può apprezzare un tatuaggio, seminascosto dalla camicia: una donna rozzamente disegnata, scolorita dal sole e dagli anni. Incisa, si suppone, quando una pelle tatuata – mare, carcere, servizio militare e prostituzione – era qualcosa di più di una moda o un capriccio. Quando quel marchio sulla pelle suggeriva una biografia. Una storia singolare, a volte torbida, da raccontare. O da tenere segreta.

Senza neanche chiedertelo, Rafa poggia sul bancone di zinco un piatto di alici arrostite, grandi quasi come il palmo di una mano, e un bicchiere di vino. «Che tempo da cani» dice rassegnato. E tu annuisci mentre bevi un sorso di vino e porti alla bocca, prendendola con le dita e cercando di non farti colare addosso l’unto, un’alice che mordi dalla testa alla coda fino a spolpare la lisca. E all’improvviso, quel forte sapore di pesce con appena una goccia d’olio, cotto su una piastra rovente, la consistenza della sua carne e quella pelle bruciacchiata che si stacca tra le dita che pulisci con un tovagliolo di carta – un’ancora stampata accanto al nome del bar – prima di prendere il bicchiere di vino e portarlo alle labbra, diffonde echi di antica memoria, sapori e odori legati a questo mare vicino, oggi fosco e velato di grigio: pesci che si dorano sulla brace, barche in secca sulla sabbia, vino rossastro, vele bianche in lontananza, sulla linea luminosa e azzurra. Quelle immagini si fanno strada come se qualcuno avesse fatto scorrere una tenda nella tua vita e nei tuoi ricordi, e il paesaggio familiare fosse di nuovo lì, nitido come sempre. E capisci di colpo che la bruma che gocciola nel tuo cuore è solo un episodio isolato, un aneddoto minimo nel tempo infinito di un mare eterno; e che in realtà tutto è ancora lì, nonostante il mattone, la stupidità, l’oblio, la barbarie, la bruma sporca e grigia. Il sapore delle alici e delle sardine che Rafa arrostisce nel bar è identico a quello che conobbero coloro che, nove o diecimila anni fa, navigavano già per questo mare interiore, utero di ciò che siamo stati e che siamo. Mercanti che trasportavano vino, olio, viti, marmi, piombo, argento, parole e alfabeti. Guerrieri che espugnavano città con cavalli di legno e poi, se sopravvivevano, facevano ritorno a Itaca sotto un cielo che la loro sagacia spopolava di dei. Antenati che nacquero, lottarono e morirono accettando le regole apprese da questo mare saggio e impassibile. Ecco perché, in giornate come questa, è un conforto sapere che la vecchia patria rimane lì intatta, oltre la pioggia.

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