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La mia città

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di Gabriella Nardacci

 

A Franco De Luca.

Esco ora dalla lettura del tuo pezzo che mi ha lasciato tanta poesia e nel contempo rabbia, per l’impotenza a risolvere, anche in minima parte, un problema a un amico.

L’inverno non aiuta a discernere bene le cose. Le avvolge nel suo grigiore che riesce ad ammantare anche l’animo sensibile. Le tue stesse sensazioni, penso, siano da considerarsi “comuni”, sia che si provino in un’isola come in una metropoli. La crisi c’è ed è evidente ovunque. Una mia amica è stata costretta a chiudere un esercizio commerciale e nulla ho potuto dire per sollevarla da quella tristezza.

Tu dici delle frasi belle che credo siano condivise da tutti coloro che, come me, guardano alla vita e a ciò che le concerne, con lo stesso sguardo supplichevole di come si guarda alle stelle.

Ma è solo l’inverno che non ci dà quel calore che vorremmo e la tua isola, da “illo tempore” adottata anche da me, non è più triste di una città in cui tutti distrattamente corrono, portando nella testa sogni e bisogni, illudendosi “di trovare calore stringendosi a se stessi”.
Sì, è vero che “soli non siamo comunità”. Questo è la triste verità! Nessuno è pronto ad aprirsi all’altro, a guardare oltre il “proprio orticello”, a considerare l’altro, – “l’intruso” da tener fuori altrimenti rompe un equilibrio – facente parte della stessa comunità (e già la cara Luisa Guarino ne ha parlato…).

Da soli non ce la facciamo… Occorre radunarsi e convincersi che il bene di ciascuno di noi può arrivare se lavoriamo tutti insieme. Senza chiuderci la porta alle spalle.

Questo pezzo mi ha fatto pensare a tante cose e mi complimento con Franco.

Allego una mia poesia, dedicata a Roma, che ha una chiusa simile al pezzo di Franco.

Cordialmente.
Gabriella

 

Roma. Il Tevere dall’isola tiberina, in una giornata d’inverno


La mia città

 

È grande la mia città

Ha tutto quel che occorre e niente

Ha un fiume grande con gli innamorati

Le strade le vetrine e tanta gente

E le storie con le lettere scritte ai soldati.

 

È bella la mia città

Ha vicoli cupole e monumenti

La dolce vita alle fontane accese

Luoghi nascosti per gli amanti

Le preghiere chiuse nelle chiese

E lucciole sognatori musicanti.

 

È vera la mia città

Ha bei gerani rossi sui balconi

Ha i vecchi soli dentro le osterie

Degli operai sui tram i visi ciondoloni

Qualche gagà a spasso per le vie

Le fughe e i ritorni alle stazioni

E gli artisti nei caffè di via Condotti.

Ha le stagioni solo nei giardini

Le ragazze che fanno l’occhiolino ai giovanotti

E i bimbi con i sogni usciti dai calzini.

 

La mia città ha tutto quel che occorre e niente

Ci si sente soli anche tra la tanta gente

La mia città è grande da contener gioie e dolori

Ma ci si riporta a casa

E tutto il resto è fuori!

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1 commento per La mia città

  • Franco De Luca

    Amica Gabriella,
    così voglio considerarti, se me lo permetti, anche se non ci conosciamo.
    L’inverno amplifica la realtà, che è là, e sarà lì anche con la bella stagione. Se questa la si considererà come un toccasana si sbaglia. L’estate è breve e passa in fretta, mentre è tutto il restante tempo che va osservato, interpretato e affrontato. Le due fasi dell’anno vanno considerate insieme, distinte, ma insieme. Diversamente ci si inoltra ancor più sulla strada del “villaggio turistico”. Che non ha bisogno di “comunità” perché i “gruppi sociali” (anziani, giovani, studenti, operai, casalinghe, operatrici stagionali) convivono, si intersecano stagionalmente, per il solo fine economico.
    Ponza non è il centro del mondo, ma in questo contesto è il centro del mondo che mi interessa, che vorrei diventasse epicentro di partecipazione anche per altri.
    Non voglio che sia “rifugio” per nessuno ma che sospinga gli animi a divenire “comunità”.
    Ti ringrazio, amica Gabriella, per avermi permesso questa nota aggiuntiva. La tua sensibilità dimostrata garantisce la tua ponzesità.

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