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0022-022 k2-22 v6-1 hp0057 sl372211 Una giovane cernia bruna: Epinephelus marginatus

Spigolature da: “Incontri culturali”. Dragùt

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di Francesco De Luca (Franco)

 

Non c’è isola del Mediterraneo che non abbia subìto ferita dalla “spada vendicatrice dell’Islam”, come amava essere chiamato Dragùt: turco ottomano, discepolo del più rinomato Khair –ad – Din  o Barbarossa (così nomato dai contemporanei), capitano supremo della flotta di Solimano il Magnifico.

Le vicende si svolsero in un periodo storico tormentato per l’Italia, e per l’Europa in generale.

S’era al culmine di una fase storica che si avviava irrimediabilmente al termine.
Perché la scoperta dell’America (1492) spostò drasticamente l’epicentro della storia occidentale dal Mediterraneo all’Atlantico.

Ma dal 1485 al 1565, periodo in cui visse Dragut, nello scacchiere mediterraneo due forze si contrapponevano. Sacro Romano Impero  – Carlo V imperatore, Impero Ottomano – Solimano imperatore. Diverse, per religione, ma simili per l’aspirazione a conquistare territori, che significavano mercati e, di conseguenza, potere economico. Il tutto piantato e sorretto sull’apparato militare. Guerre, dovunque guerre.

Chi agevolava questo tramestìo di aspirazioni, lotte, mercati, era il mare nostrum, il Mediterraneo: la via d’elezione per ogni impresa.

I Mori avevano elaborato addirittura una strategia di lotta: la guerra di corsa. Espressa in rapidi attacchi dal mare, in devastanti saccheggi, precipitose fughe. Il tutto con l’avallo del Sultano che così rendeva insicuri i porti, difficili le rotte, insidiosi gli approdi.

“Corsari” furono chiamati coloro che praticavano questo genere di lotta. Come Dragùt.

Ha lasciato memorie di saccheggi in molti porti del bacino mediterraneo: Elba, Procida, Capri, Ischia, Corsica, Capraia, Rapallo. A Ponza le sue venute sono state testimoniate dalle cronache del tempo perché nella nostra isola, non essendoci una popolazione stabile, il ricordo delle vicende non  trovò in chi depositarsi. Celebre è rimasta la sua vittoria sul vecchio ma glorioso Andrea Doria, dopo che costui l’aveva tenuto legato al remo della sua galera come schiavo per quattro anni.

La vicenda la riporto perché merita: (1552) “ Andrea Doria doveva trasportare a Napoli tremila uomini imbarcati alla Spezia. Fermatosi a rinnovare la provvista d’acqua alle foci del Tevere, venne informato della presenza di Dragùt a Procida, per cui gli fu facile intuire il piano nemico d’attaccarlo di sorpresa durante la navigazione. Aveva ormai ottantasei anni il Doria eppure se ne stava di continuo a sorvegliare per evitare sorprese. Calata la notte, cedendo alla stanchezza, se ne andò a riposare raccomandando ai capitani di fare buona guardia e di seguire la rotta al largo. Ma, a causa di un errore di manovra o per forza di qualche corrente, al mattino le quaranta galee genovesi vennero a trovarsi nelle vicinanze di Ponza proprio di fronte alle centoventi del nemico, spiegate in ampio fronte  (…)
L’ammiraglio, impotente ad opporsi a quella fatalità ed a resistere da solo, col fuoco dei sessanta cannoni della sua potente quinquereme, cercò con l’aiuto delle poche navi rimaste con lui, di coprire la ritirata delle altre; quindi anch’egli dové piegarsi alla sfortuna, inseguito dai turchi, i quali però riuscirono a catturargli solo sette piccole fuste” (Ivo Luzzatti – Biografia di Andrea Doria – Milano 1943  ).

Che Ponza, come le altre isolette italiane, fosse un approdo eletto dai Barbareschi (altro modo di chiamare i Mori) lo attesta l’atto di infeudazione che il cardinale Alessandro Farnese sottoscrisse nel 1542 a favore del padre Pier Luigi, riguardante il monastero di S. Maria in Ponza. In esso si dice: “…affinché, grazie alla riparazione, al restauro e alla fortificazione del porto della predetta isola di Ponza, che lo stesso Pier Luigi dovrà attuare, l’isola e il porto in parola non siano il ricettacolo e la dimora dei pirati e degli altri ladroni che depredano i lidi marittimi fino alle foci tiberine…”

Sopra la Parata, a Ponza, c’è un’altura chiamata in dialetto Mangiaracina, forse derivante da “Monte dei Saraceni”, chi sa. La natura del nome rimane chiusa nella memoria orale degli isolani, insieme alla conta:

Pizzo  pizzo  trangulo

A morte ’i santrangulo

Santrangulo a Messina

Mette a morte u Sarracino

Sarracino ieve pe mare

Tutte i moschele u cacaveno

Bu … bu …

Piglia u pede e zompa

Zompa tanto forte

Ca scassa feneste e porte.

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