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Oltre Ponza: in giro per isole. Procida (4)

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di Rosanna Conte

Per la terza parte: leggi qui

 

Ed ecco la Piazza d’Armi! Una spianata nata col palazzo d’Avalos e la Terra Murata colmando i fossati  che proteggevano la Terra casata posti lungo l’antica Via dei Fossi.
Lungo il costone di tufo si aprono antichi portoni e finestre che, una volta, erano solo strette feritoie  utilizzate per la difesa.

Schema del sistema di abitazioni difensive

Come si vede dall’immagine, le abitazioni costituivano i bastioni difensivi della rocca; è questa la particolarità dell’architettura della Terra casata. Gli ingressi e le finestre più ampie erano aperte verso l’interno della cittadella, mentre sulla facciata esterna c’erano solo piccole feritoie per rispondere agli attacchi nemici. Con questa struttura le  singole persone  partecipavano attivamente agli eventuali scontri e ognuno vendeva cara la pelle a difesa della propria casa.

Il nuovo impianto urbanistico della Terra murata fece scomparire questa responsabilità personale: la comunità era difesa dalla murazione voluta dal cardinale Innico d’Avalos e dall’esercito. Pian piano anche le abitazioni subirono trasformazioni: furono scavati i portoni per accedere alle abitazioni direttamente sulla Piazza d’Armi; furono ampliate le feritoie che diventarono finestre e balconate; furono colorate le facciate così come accadeva nel nuovo borgo che stava sorgendo giù verso il mare, alla Corricella.

Ormai siamo nel periodo successivo alla battaglia di Lepanto (1571) e la vittoria della coalizione degli stati cristiani sugli ottomani, aveva posto fine alle incursioni dei pirati saraceni nei nostri mari, dando sicurezza alle popolazioni costiere e isolane.

Abitazioni con affaccio sulla piazza d’armi e inizio della salita all’antica Terra casata 

Ma fermiamoci un attimo prima di affrontare l’ultima salita. Alle nostre spalle, al centro della Piazza d’Armi, c’è un vialetto asfaltato che porta al mulino e alla dimora dei Direttori del penitenziario. Proprio sul terrazzo esterno del mulino si porta in processione la statua di S. Michele protettore di Procida il 29 settembre per la benedizione all’isola: pare che sia questo il luogo in cui apparve nel 1535, quando spaventò il corsaro Barbarossa facendo apparire la Terra casata circondata da fiamme.

Sulla parte opposta al mulino c’è l’ingresso al palazzo d’Avalos, mentre sulla sinistra c’è un caseggiato dove alloggiavano i graduati degli agenti penitenziari.
Lì andavo spesso nel periodo delle medie, perché vi abitava una mia compagna di classe a la sua casa era rifornita di una biblioteca di tutto rispetto. Credo di non aver mai più divorato libri come in quel periodo: avevo timore di vedermeli sfuggire per qualche inezia. Nel saloncino di quella casa ho partecipato per la prima volta ad una festicciola pomeridiana da ballo, potevo avere 12 anni, e ricordo benissimo di aver fatto da tappezzeria. Fu nel mio andirivieni con quella casa che percepii che l’isola poteva essere vissuta come luogo di lavoro e la città come luogo di vacanza poiché Maria, la mia compagna, spesso il sabato andava con i suoi a Napoli, sul Vomero, e tornava la domenica sera. Così il quartiere borghese napoletano, per lungo tempo, è rimasto nella mia mente come luogo ameno, più di Posillipo.

Prendiamo la strada a destra e ci avviamo per l’ultima salita passando per quel che resta dell’antica porta d’ingresso alla Terra casata, Porta di Mezz’Omo.

Salita attraverso la Porta di Mezz’Omo 

È una stradina stretta e ripida, su cui probabilmente veniva calato il ponte levatoio, e che ci immette in una piazzetta ricca di riferimenti per la storia di Procida.

A sinistra, oltre all’affaccio sul mare, troviamo  uno dei caseggiati del Palazzo d’Avalos che, nel secolo scorso, ha funzionato anche come Semaforo; di fronte c’è il palazzo De Iorio, attualmente Palazzo della Cultura, sede della Scuola di Alta Formazione dell’Università Orientale di Napoli, luogo di Mostre e Convegni che si svolgono frequentemente sull’isola.
Questo palazzo è l’unico manufatto architettonico signorile della Terra casata e, per questo, è ritenuta l’abitazione della famiglia da Procida, signori dell’isola dal XII al XIV secolo e fedeli servitori della monarchia sveva.

Palazzo De Iorio  

Il massimo esponente di questa casata  fu Giovanni, noto ai più perché raccolse il guanto di sfida di Corradino di Svevia, giovanissimo nipote del grande imperatore Federico II, decapitato in piazza Mercato a Napoli per volere di Carlo d’Angiò.

Statua di Corradino di Svevia, di Bertel Thorvaldsen (1770-1844) alla Chiesa del Carmine. Napoli  

E’ nota la scena, ripresa anche in una poesia di Aleardo Aleardi, del “giovinetto pallido e bello, con la chioma d’oro…” che, un attimo prima che gli tagliassero la testa gettò il suo guanto tra la folla perché ci fosse qualcuno a vendicarlo. Era il 29 ottobre 1268, Corradino aveva 16 anni, e in quella piazza Giovanni da Procida, medico della Scuola Salernitana, raccogliendo il guanto, si impegnò per tutta la sua vita a combattere gli angioini, distruttori della monarchia sveva nell’Italia meridionale. Fu infatti uno dei principali organizzatori della sommossa dei Vespri siciliani contro Carlo d’Angiò, scoppiata a Palermo il 30 marzo 1282, che spianò la strada all’arrivo di Pietro d’Aragona  nell’isola.

La signoria di Procida fu poi comprata nel 1340 da Marino Cossa, la famiglia a cui apparteneva quel Giovanni Cossa che diede nome alla contrada di Giancos (= Giovanni Cossa) a Ponza; ed ai Cossa fu tolta da Carlo V nel 1529, per essere data ai D’Avalos che furono gli ultimi feudatari dell’isola.

Il  palazzo Di Iorio, dal 1656, fu adibito a Conservatorio delle Orfane e tale è rimasto fino alla seconda metà del ’900. Ricordo ancora, quando ero alle elementari, le mie coetanee che scendevano al mattino dalla ‘Terra’ in fila per due, guidate dalla più grande, per venire a scuola. Alcune stavano anche in classe con me e non erano tristi, però ero triste io quando pensavo alla loro condizione di bambine private dell’affetto dei genitori. Nessuna di loro si iscrisse alla scuola media, anche perché allora bisognava fare l’esame integrativo per accedervi, ma so che dalle suore imparavano a cucire e a fare i lavori vari per poter essere autosufficienti una volta uscite dal Conservatorio.

Da questa piazzetta, seguendo un brevissimo tratto dopo il palazzo Di Iorio, possiamo entrare nell’Abbazia dall’ingresso posteriore, ma ci conviene girare a destra nella larga piazza creata con l’abbattimento, negli ultimi decenni del ‘900, delle case più fatiscenti ed ammirare le facciate delle abitazioni della Terra.

 Ingresso posteriore abbazia dall’alto 

Case e Piazza di Terra murata 

Attualmente questo slargo fa comodo per la circolazione delle auto e per l’organizzazione della partenza dei misteri della processione di venerdì santo. Prima invece, era un reticolo di vicoletti in cui ci si poteva pure perdere e solo auto molto piccole potevano passarci; spesso la partenza della processione era ritardata dagli ingorghi dovuti allo spazio troppo ristretto.

Fin quando non si diffusero le auto, la salita dal paese fin qui non aveva nulla da invidiare alla salita degli Scotti a Ponza perché la sua ripidità aumenta man mano, ma a differenza di Ponza non ti rendi conto del paesaggio sottostante fin quando, andando verso sinistra, non arrivi su via Belvedere e ti affacci dalla balaustra su tutta l’isola. Lì c’è anche la cima delle scalette che si arrampicano sul tufo dall’uscita della Porta di ferro.

La Chiesa fu costruita nel XVI sec., sempre per volontà di Innico D’Avalos, sui resti di un precedente monastero benedettino secolarizzato nel 1432, quando i monaci si ritirarono a Montecassino.
Il resto più antico che conserva è il fonte battesimale che si dice risalga all’XI sec.; allora c’era una chiesa dei monaci basiliani dedicata, pare, a Sant’Angelo.

Antico fonte battesimale di marmo 

Interno della Chiesa di San Michele

A pianta basilicale, con tre navate e diciassette altari,; in essa si possono ammirare dipinti del XVI e XVII sec, tra cui quello di San Michele che sconfigge Satana che è situato al centro del prezioso soffitto a cassettoni in legno e oro zecchino del XVII sec., come  il coro ligneo.

Soffitto ligneo a cassettoni del XVII sec. 

Da ammirare sono alcuni altari in marmo, tra cui quello di San Michele che ospita la statua in argento del santo, ma anche il pavimento e gli organi, in particolare quello centrale situato sull’ingresso che è il terzo della Campania per grandezza.
Nella cappella della Pentecoste c’è un’ancora, ritrovata nelle acque di Procida, attribuita ai saraceni che la lasciarono scappando per l’apparizione di San Michele.

La  sagrestia porta su un terrazzo panoramico che ha sulla facciata una vecchia meridiana.

Dal terrazzo si può ammirare ‘la Chiaia’, la lunga spiaggia ad arco somigliante per forma alla nostra Chiaia di Luna. Vi sono due discese che consentono di accedervi; quella più ripida ha più di cento scalini, ma vi sono anche discese private che partono dai giardini delle ville situate lungo il ciglio della baia. Queste abitazioni si affacciano verso il mare dal lato di sud-est, però i loro accessi si trovano lungo la strada principale dell’isola dal lato di nord-ovest. Sono ville che risalgono al XIX e prima metà del XX secolo; appartenevano ad antiche famiglie di armatori e naviganti che hanno reso ricca anche l’isola.
Prima che, negli anni sessanta si diffondessero i locali pubblici, le feste  dei benestanti si svolgevano sulle loro terrazze a picco sulla Chiaia.
Sullo sfondo si vede Ischia col monte Epomeo: tutta l’isola col monte costituiscono il picco di un vulcano sottomarino sprofondato negli ultimi centomila anni fa.

Due immagini del panorama dal terrazzo: la spiaggia de La Chiaia con Ischia ed il Monte Epomeo sullo sfondo 

Dopo aver rallegrato la vista con le bellezze naturali, torniamo all’interno perché c’è ancora qualcosa di molto interessante da vedere.

È il complesso museale situato sotto la chiesa, una zona poco conosciuta e abbandonata fino a quando divenne curato monsignore Luigi Fasanaro che, con una volontà indomita e con un’enorme lavoro che è durato per almeno quattro decenni, ha recuperato e restituito all’isola una parte della sua storia.

Prima sicuramente l’accesso era interdetto ai più perché le condizioni di degrado non ne rendevano sicuro il percorso. Io ne ho sentito parlare per la prima volta nei primi anni sessanta, quando mio fratello ci andò al seguito della congrega che vi celebrava il rito dei defunti, il due novembre. Il racconto di quanto aveva visto mi lasciò abbastanza impaurita: lì sotto c’erano bare e tutto si svolgeva al lume di candela. Oggi offre molto all’ammirazione dei visitatori.

 

[Oltre Ponza. (4) Procida. Continua]

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