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Il ragazzo con il guadino, di Arturo Pérez-Reverte

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proposto da Sandro Russo

 

Arturo Pérez-Reverte, giornalista, reporter di guerra e scrittore – nato nel 1951 a Cartagena, città della costa sud-orientale (quindi mediterranea) della Spagna – è anche tante altre cose: viaggiatore, bibliofilo, navigatore in proprio e studioso delle leggende e della tradizione eroica ispanica.

I suoi brevi reportage, pubblicati sulla rivista spagnola ‘XL Semanal’ e raccolti nel libro già presentato (leggi qui), ripercorrono le esperienze di un uomo amante del mare e della sua terra; preoccupato per il futuro, a volte giustamente infuriato …e inguaribilmente nostalgico, come nello scritto che segue.

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L’ho rivisto. È successo tre settimane fa, in un tramonto di quelli che giustificano o convalidano un giorno, un’estate o una vita: lentissimo e calmo, con il sole fra una striscia di nuvole basse e  tutta quella luce rossastra che si riflette sull’acqua con milioni di piccoli lampi. Mi ero ancorato in una caletta, la catena verticale sul fondo di sabbia pulita. C’erano un paio di barche più vicine a terra, un chiosco di legno sulla spiaggia e qualche bagnante dell’ultimo minuto a mollo vicino alla riva. Il sole delineava la vicina punta rocciosa e le onde che si rompevano delicatamente su una secca traditrice che si spinge in mare da lì, sorprendendo i naviganti incauti. E in controluce, lontano, un due alberi, un ketch con le vele spiegate che navigava piano da nord a sud, senza fretta, approfittando della leggera brezza serale.

Fu allora che lo vidi. Avrà avuto otto o dieci anni e camminava tra gli scogli della punta, lungo la riva: bruno, magrolino, scalzo, in calzoncini da bagno e con un guadino in mano, quella specie di rete appesa a un manico che serve per raccogliere pesci e altri animali acquatici. Era solo e avanzava con cautela per non scivolare o ferirsi sulle pietre bagnate e corrose dal mare. A tratti si fermava a frugare con il manico. Quella figura e i suoi movimenti mi erano così familiari che lasciai il libro – una vecchia edizione dell’Ammutinamento del Caine – e presi il binocolo.
Il ragazzino si muoveva con un’agilità da esperto, forse cercava granchi nelle buche che il moto ondoso scopre e ricopre. Osservandolo, riuscii quasi a sentire la pietra calda, l’odore delle matasse di alghe morte e la melma verdastra e scivolosa.

Tutto tornò all’improvviso: odori, sensazioni, immagini. Una porta aperta sul tempo, e io di nuovo lì, con la pelle bruciata dal sole, i capelli corti scaruffati dalla salsedine, il guadino in mano, a caccia di granchi in riva al mare.

Fu incredibile. Risentivo il rumore tra le rocce e mi chinavo a cercare sulla battigia. Di nuovo il silenzio rotto solo dal mare, dal vento, dai giochi senza gesti né parole. La solitudine perfetta di un territorio diverso, ormai inconcepibile.  Non si conosceva la televisione e un bambino poteva girovagare tranquillo per i campi e sulle spiagge: il mondo non era sconvolto come adesso. Altri tempi. Altra gente. Estati interminabili scandite da libri, fumetti, orizzonti blu, sere con il rumore delle onde e dei grilli che cantavano nell’entroterra, tra i fichi e le incannucciate degli alvei asciutti. La luna piena disegnava la tua sagoma sui sentieri e sulla sabbia della spiaggia, e alzando il viso vedevi migliaia di stelle che giravano lentamente intorno a quella polare. E così i giorni e le notti si susseguivano vicino al mare, senz’altro da fare che leggere storie di viaggi e avventure e vagabondare sugli scogli e per le spiagge sognando di essere un eroe sperduto in luoghi ostili tra ciclopi, pirati e streghe che facevano impazzire gli uomini, e donzelle che si innamoravano al punto di tradire la loro patria e i loro dei.
Sognare a occhi aperti era facile. Molto facile. Ti bastava sederti davanti al mare, e potevi arpionare la balena bianca prima di galleggiare aggrappato alla bara di Queequeg. Tornare esausto da una città incendiata, dopo aver atteso con la spada in mano e coperto di bronzo nel ventre di un cavallo di legno. Vederti gettato su una spiaggia da una tempesta che aveva disalberato la tua nave da settantaquattro cannoni. Cercare il luogo, indicato da un teschio, in cui aspettava un baule colmo di lucenti dobloni spagnoli. Stenderti supino su un’isola deserta, immobile, agonizzante, mentre i gabbiani diventavano avvoltoi che spiavano il tuo ultimo respiro per lasciare le tue ossa spolpate sulla spiaggia, come avvertimento per futuri eroi naufragati.
E ogni volta che una barca a vela attraversava l’orizzonte, rimanere fermo a gurdarla, domandandoti se si trattava del Pequod, dell’Hispaniola o dell’Arabella. Sognando di salire a bordo, attento al vento nel sartiame e nelle vele, e di viaggiare verso luoghi intuiti in libri le cui pagine aperte ingiallivano al sole; lì dove le frontiere del mondo sbiadivano per mescolarsi con i sogni.
Luoghi in cui, nella fredda luce grigia dell’alba, una bella donna con pistole e sciabola infilate nella cintura e una cicatrice all’angolo delle labbra ti avrebbe svegliato con un bacio prima della battaglia.

Ecco cosa ricordai mentre osservavo il ragazzo con il suo guadino nel controluce rossastro del tramonto. E sorrisi, commosso e triste, credo per lui, o per me. Per tutti e due. Dopo un lungo cammino di quarant’anni, credevo di rivedermi lì, sugli stessi scogli davanti al mare.
Ma adesso le mani che reggevano il binocolo avevano sangue di balena sotto le unghie. Nessuno naviga impunemente nelle biblioteche e nella vita.
Il sole stava per scomparire quando il ragazzino andò a fermarsi sulla punta, da dove partiva la secca. Poi si portò le dita sopra gli occhi a mo’ di visiera e rimase così per un momento, immobile, stagliato nell’ultima luce del pomeriggio. A guardare il ketch che navigava piano, diretto all’Isola che non c’è.

 

Da Arturo Pérez-Reverte: Le barche si perdono a terra – scritti su barche, mari e marinai (1994-2012). Marco Tropea Editore, 2012; pp. 145-147.

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