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si v4-6a v8-6a aragoste veduta-1 L'approdo romano presso Cala Inferno

Il lentisco e la macchia mediterranea

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di Sandro Russo

 

A seguito di uno scambio di informazioni con Biagio Vitiello, che è alla continua ricerca di piante ‘strane’ per il suo ‘Erbario’, è venuta l’idea di riprendere l’argomento della ‘Botanica ponzese’, in forma di monografie minime, soprattutto per immagini, come avevamo fatto qualche tempo fa con altre piante: per esempio per le ginestre, leggi qui.

Il lentisco, che si trova comunissino a Ponza, è una delle piante cardinali della ‘macchia mediterranea’, diffuso nell’entroterra di tutte le zone costiere. L’associazione classica è con il mirto (’a murtella* – myrtus communis), l’olivastro (aulastreOlea europaea var.sylvestris) e l’alaterno (lantiérne, sanguaniélle Rhamnus alaternus). Tutte sempreverdi.

(*) Attenzione alla denominazione dialettale di murtella per il mirto perché, al di fuori dell’area dialettale del napoletano, ‘mortella’ indica il bosso (Buxus sempervirens – Fam. Buxaceae). Le ‘siepi di mortella’ sono le bordure classiche dei giardini all’italiana.

La presenza del lentisco caratterizza la zona vegetativa detta appunto “Lentiscetum”, con le associazioni vegetali sopra riportate, organizzate nella macchia mediterranea. È costituita tipicamente da specie con foglie persistenti poco ampie, coriacee e lucide – dette “sclerofille” (dal greco: dalle foglie ‘dure’) -, di altezza variabile dai 50 cm ai 3, max 4 metri. La maggior parte delle zone di macchia mediterranea si sviluppa in declivi con suolo poco profondo e soggetto a un rapido drenaggio, su cui le essenze vegetali della ‘macchia’ svolgono una funzione importantissima di difesa del suolo dalla erosione da parte degli agenti atmosferici, assicurando un’efficace tenuta idrogeologica.

A Ponza è particolarmente evidente la vegetazione arbustiva della macchia mediterranea per i toni di colore che assume  a seconda della stagione. Su una base di verde scuro delle sempreverdi, in primavera dominano le tonalità verde chiaro e giallo per la colorazione delle brattee fiorali dell’Euphorbia  dendroides (’u cecauocchie), in estate e in tardo autunno spicca una colorazione variegata a mosaico in cui sono evidenti le tonalità rosse e arancioni dovute alle brattee della stessa euforbia in riposo e il verde grigiastro delle sclerofille, anch’esse in riposo vegetativo.

Scriviamo oggi del lentisco – lentésche, in dialetto ponzese, come riporta Ernesto Prudente nel suo libro  “ ’A sporte d’u tarallare ” del 1994.  Esso appartiene al genere Pistacia, lo stesso dei pistacchi verdi che si consumano come frutta secca e con cui si fanno ottimi gelati.

 

Il genere Pistacia mi è particolarmente ‘simpatico’, perché facile facile da ricordare, rispetto ad altri Generi che includono centinaia di Specie:
Famiglia:   Anacardiaceae
Genere :  Pistacia
Specie:  soltanto tre (le principali)

Pistacia lentiscus (come quello di Ponza)
Pistacia vera, quello di Bronte (in Sicilia), che dà i semi da mangiare
Pistacia terebinthus  o terebinto, dalla cui resina ha vari usi medicinali.

Le piante del Genere ‘Pistacia’ sono “dioiche” – ne abbiamo conosciuto altre, di dioiche: i kiwi, per esempio – caratterizzate dalla presenza di fiori ‘maschili’ e ‘femminili’ in due piante diverse, a differenza delle piante ‘monoiche’ in cui è la stessa pianta a portare i due tipi di fiori.
Per un approfondimento leggi su “Omero”: Sex and the plants. Botanica per principianti).

Il lentisco (Pistacia lentiscus)

La pianta del lentisco ha un portamento cespuglioso ed emana un forte odore resinoso. La corteccia è grigio cinerina, il legno di colore roseo.

Le foglie sono paripennate, composte da 6-10 foglioline ovato-ellittiche Il lentisco è appunto una specie dioica, con fiori femminili e maschili separati su piante differenti. In entrambi i sessi i fiori sono piccoli, rossastri. La fioritura ha luogo in primavera, da aprile a maggio. I frutti rossi sono ben visibili in piena estate e in autunno e maturano in inverno.

La cultura isolana non ha fatto un particolare uso del lentisco. A sentire i vecchi contadini del Fieno, i suoi fusti più diritti era utilizzati come sostegno per le viti, ma gli erano preferiti i ’uastaccètt, più resistenti.

Un impiego antico nella pesca, poco conosciuto e per niente ‘ecologico’, era mettere dei rami di lentisco nelle nasse a mezz’acqua, nella stagione di riproduzione delle seppie, che deponevano le uova tra i suoi rami, rimanendo però imprigionate nella nassa stessa.

Non risulta a memoria di anziani di Ponza, ma in Sardegna – si legge – dalle bacche del lentisco bollite e poi pressate si ricavava un ‘olio di lentisco’ (oll’e’ stincu) commestibile, ma usato soprattutto come ‘olio da lampade’.

 Delle ricchissime macchie di lentisco si trovano sull’isola di S. Nicola alle Tremiti, nella zona del ‘Pianoro’, un lungo percorso nel verde che collega l’abitato con il Cimitero

 

Pistacia vera: i pistacchi di Bronte

È originario del Medio Oriente, dove veniva coltivato già in età preistorica, particolarmente in Persia. Gli arabi lo introdussero in Occidente. La parola “pistacchio” deriva, attraverso l’arabo (fustuaq), dal persiano (pesteh). Il termine siciliano festuca o frastuca con il quale si indica sia la pianta che il frutto prodotto, deriva direttamente dalla parola araba.

La coltivazione e la produzione di pistacchio rappresenta per Bronte, paese della provincia di Catania, una importante fonte di reddito, tanto da essere soprannominato l’oro verde di Bronte, anche perché poche regioni al mondo (Iran, Israele, Turchia e California) possono vantare una simile produzione.

A conferma della natura ‘dioica’ della pianta, le piantagioni prevedono la messa a dimora di almeno un ‘maschio’ per otto piante femmine; il maschio deve essere piantato sopra vento rispetto alle femmine, in modo che il vento possa trasportare il polline dei fiori dagli stami dei maschi fino al pistillo delle femmine.

 Il frutto è una drupa con guscio sottile e duro, contenente il seme, chiamato comunemente “pistacchio” che ha colore verde vivo sotto una buccia viola

 

Il terebinto. Pistacia terebinthus

Molto simile al nostro lentisco come aspetto generale e forma delle foglie, anche se il tutto di taglia leggermente maggiore. Più diffuso nelle isole greche e in Oriente.

Sia gli Egizi che i Greci conoscevano una resina ottenuta dalla corteccia del terebinto detta ‘trementina di Chio. Dalla fine di luglio fin verso la fine di settembre, nell’isola greca di Chio, venivano praticati tagli nei tronchi dei vecchi terebinti per raccogliere questa resina, considerata fino al 1770 un buon balsamo naturale. In Chio, che è il luogo di produzione della resina di maggior pregio, è prodotto un liquore aromatico derivato dalla resina, con funzioni digestive, molto apprezzato: il “Mastika”.

 

Adesso che il lentisco non ha (quasi) più segreti per noi, andiamo ad isolarlo a colpo d’occhio nella vegetazione e mostriamo ai ‘turisti’ le varie piante che costituiscono la macchia mediterranea con lo stesso orgoglio con cui facciamo vedere loro, per esempio, l’arco naturale o altre meraviglie marinare delle nostre isole.

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