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Viaggio alle Forna (4)

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 di Pasquale Scarpati

Per la terza parte:  leggi qui

 

Si riprende il cammino. Alla fine della discesa ci accoglie il bel sorriso di una bella signora: Brigida. La sua bellezza attenua anche le sue eventuali proteste. Non si fa in tempo a mettere in moto che si arriva da Rocco ’i Madonna, di fronte alla Chiesa. La Chiesa è dedicata alla Vergine Assunta ed è retta da don Gennaro, che mi dà l’idea di un sacerdote un po’ alla buona, forse perché il mio pensiero corre a Monsignore, ‘u Parricchiano.

La sua aria dimessa, in cui si mescola anche una certa distrazione, me lo fa sembrare più alla mano e bonaccione. Circolano su di lui curiose e allegre storielle, forse leggende metropolitane o forse no. Vederlo in tal modo o dare credito a queste voci, forse, per me, è dovuto ad una sua dimenticanza passata: il giorno dopo che i miei si erano sposati, quando, come era d’uso, non potevano uscire per alcuni giorni, si sentì un vocìo su per le scale della Dragonara dove i novelli sposi erano andati ad abitare: un giovane sacerdote correva trafelato con un librone sotto il braccio. Don Gennaro, appunto, che aveva officiato la Messa, bussava insistentemente alla porta della casa degli sposi. Tutto il vicinato si era affacciato alle finestre o ai balconi: Ch’è state’?  …Cosa da nulla: il giovane prete aveva dimenticato di far  apporre le firme agli sposi sul registro degli atti matrimoniali; i miei avrebbero potuto essere tacciati di concubinato!

Il viaggio prosegue e, dopo aver superato il giornalaio e Nicola ‘a checca che, insieme a Francisc ‘u lup’, è l’altro grande trasportatore dell’Isola, si arriva da Ciccillo della Cantina degli Amici, che possiede a sua volta un triciclo moto Guzzi grigio scuro, dal cassone aperto.
Qui ci fermiamo un pochino per sorseggiare qualche bibita fresca ed anche perché si respira  un’aria accogliente, in un ambiente arredato da tavolini e da sedie dal sedile di paglia. Zio Peppe e mio fratello sorseggiano un caffè, io un’aranciata fresca che viene prelevata da una bacinella piena di ghiaccio.
Si prosegue per la strada che si snoda tra curve e lievi saliscendi. Dopo un po’ si arriva alla puteca di  Stella che ha un occhio particolare per mio fratello; qui ci avvolge un insieme di odori, un misto di cucinato e di odori aspri e forti come di baccalà; un leggero pulviscolo si alza dai sacchi aperti di granone e di vrenna che entra nelle narici e induce allo starnuto. Breve sosta e poi si giunge ad un altro piccolo slargo: la Piana. Qui ci sono una piccola cappella votiva e Silverio il tabaccaio.
Qualcuno narra la storia di Edoardo che era un po’ miope. Una notte il giovane preferì dormire sotto la prua ’i ’nu vuzz’; due buontemponi, saputa la cosa, con una lanterna accesa si avvicinarono al giovane che tranquillamente riposava, lo toccarono leggermente e nello stesso tempo fecero lampeggiare la lanterna. Il giovane, svegliatosi, si stropicciò gli occhi e forse perché un po’ troppo assonnato o forse perché non vedeva molto bene, esclamò: – Perdio! Lamp’, nun tona e manc’ chiov’, che razz’i tiemp’ è chist’!”.

…Storie che il ponente dal mare trasporta su per la Chiana ed in un piccolo vortice le fa discendere verso i negozi di Augusto Aprea e poi quello di Costantino, due negozi eleganti: possiedono banconi moderni, dove la merce è messa in bella mostra nelle vetrine: possono essere definiti negozi nel vero senso della parola. Ogni cosa è messa al posto giusto, in ordine e in bella vista. Si scende ancora perché la strada non è stata ancora inghiottita dalla miniera e si giunge alle semplici puteche dello Sguizzero, di Pagano e di Angela Balzano, fino ad arrivare, in leggera salita, da Luigi Aprea Caracazzòla, il cui negozio ha diverse aperture ed espone la merce anche in un ampio spazio davanti ad esse. Luigi mi dà l’aria di un uomo bonario con il suo viso paffuto, nascosto, molte volte, da cappelli a larghe tese. Dopo un po’ incontriamo Ercolino e Nar’ ’i Ciomma che ha un antico forno a legna, sulla cui soglia siede un uomo baffuto dall’aria di persona saggia e all’antica. Paschiss’ alla Calcaparra chiude la nostra galoppata.
A mano a mano che avanziamo il furgone diviene sempre più leggero ed il motore canta con allegria, ma si sobbalza di più sia per il peso più leggero sia per la strada un poco più sconnessa.

Il viaggio di ritorno avviene velocemente, senza tappe, come sull’odierno Freccia Rossa tra Roma e Milano. Non ci sono soste anche perché si è fatto tardi e o si ha ancora da fare al negozio oppure incomincia a farsi sentire un buco nello stomaco. Velocemente si imboccano le curve stando ben attenti alle loro pendenze; vi sono, infatti, delle curve che hanno una pendenza eccessiva verso destra o verso sinistra.

Una volta zio Peppe ed io tornavamo dalle Forna, dopo aver fatto delle consegne in assenza di mio fratello perché ammalato e lui, che aveva molta fretta dovendo partire per la terraferma perché ‘u vapore, a causa del maltempo, non era venuto il giorno prima e quindi faceva arriv’ e part’, sbagliò, in discesa, ad imboccare la curva che precede quella a gomito; all’improvviso, il mezzo si ribaltò, rigirandosi. Uscimmo dalla parte dove fino a pochi attimi prima c’era il parabrezza frantumatosi in mille piccolissimi pezzi. Mentre, sconsolati, pensavamo cosa fare, passò Nicola ‘a checca con il suo camion, si fermò, guardò ed esclamò: – “Perdio, pure ’nfaccia ’a sagliut’ vi sit’ abbuccat’!” e ci aiutò a rimettere in sesto il furgone.

 

[Viaggio alle Forna (4) – Fine]

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