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Oltre Ponza: in giro per isole. Procida (2)

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di Rosanna Conte

Per la prima parte leggi qui

 

Il primo impatto con l’architettura procidana avviene qui, a Sent’Co, come viene chiamata tutta la Marina dalla piazzetta antistante la chiesa seicentesca situata al centro e di fronte alla salita che porta all’interno dell’isola. Il nome dovrebbe derivare dai coloni di Miseno che, scappando dai saraceni nell’850, trovarono rifugio nell’abbazia benedettina, detta Sancta Canonica, situata sull’attuale Terra murata; più tardi il nome si trasformò in Sancio Cattolico da cui infine Sent’Co.

Le case a schiera dai colori più diversi che raggiungono i tre o quattro piani sono addossate ad una parete di tufo e inglobano alla base gli antichi magazzini che servivano da deposito per la pesca. Già possiamo osservare l’uso degli archi e il caratteristico  vefio, un piccolo balcone coperto da una volta ad arco  policentrico delimitato da un muretto. E’ chiaro il richiamo all’architettura araba, ma le costruzioni procidane sono catalogabili come ‘architettura spontanea’. Lo potremo meglio vedere nel porticciolo opposto a quello di Marina Grande, la Corricella, raggiungibile attraverso l’antica strada del Canale, attuale Corso Vittorio Emanuele, che,  incuneata fra costruzioni che seguono l’andamento del terreno proseguendo, all’altezza della chiesa di S. Leonardo, per via Principe Umberto, porta verso la Terra murata.

Quando finisce questa strada budello ci troviamo in ‘Piazza dei Martiri’, così chiamata perché nella chiesa che domina la piazza  furono sepolti i corpi giustiziati dei giacobini della rivoluzione napoletana del 1799.

 Lapide su monumento in ricordo dei martiri del ’99

Così, di fronte a chi arriva, si erge il santuario della Madonna delle Grazie, che è ai piedi della salita che porta alla Terra murata, mentre sulla destra c’è un gradevole slargo delimitato in fondo da un muretto. La parte più esterna si chiama Spassigge e, nella mia memoria, è il luogo dove i vecchi pescatori si sedevano a prendere il sole, potevano godere del viavai delle persone, ma, principalmente, potevano vedere il mare, la Corricella, dove in gran parte avevano le loro barche, e la spiaggia della Chiaia. Insomma era l’affaccio sul paradiso.

Veduta della Corricella. Cupola del santuario di S. Maria delle Grazie. Lo slargo privo di costruzioni al suo fianco è lo Spassigge

 D’inverno si riparavano nel bar della piazza, dove adesso c’è la pizzeria, e giocavano a carte; per la verità giocavano a carte anche d’estate. Quando io ero piccola il bar era di Torillo; nel suo quaderno nero segnava i debiti che gli lasciavano i pescatori che non potevano pagare per aver perso la partita. Era molto paziente e sapeva che alcuni di loro non l’avrebbero mai pagato; ma non se la sentiva di togliere la possibilità di svago a quelle persone che spesso affrontavano il rischio del mare per le loro famiglie con un guadagno modesto se non incerto. Io ricordo ancora il vociare dei giocatori, perché andavo lì a comprare il ghiaccio (il frigorifero non era ancora diffuso in tutte le case) o qualche gelato. In verità avevo un po’ di timore e cercavo di fare presto, ma Torillo era una persona squisita ed io mi sentivo tutelata.

Veduta di piazza  dei Martiri dall’angolo dello Spassigge. Si vede chiaramente il muretto che funge da sedile

Il paradiso, che è questa piazza, diventa un inferno quando soffia lo scirocco: entra forte dalla sua vasta balconata e si incanala nelle due strette strade che ha di fronte: via Principe Umberto e via Principessa Margherita, la Vigna, dove abitavo io. Ricordo molto bene le sciroccate. Quando si verificavano, per tornare a casa, dovevo cambiare strada perché il corrimano messo alla bisogna in cima a via Principe Umberto non era sufficiente a mantenerti con i piedi per terra.

La piazza è chiamata dai procidani Semmarezio dal nome del santuario.

Santuario della Madonna delle Grazie e parte di Piazza dei Martiri. Statua di Antonio Scialoia. Monumento ai martiri della rivoluzione del 1799

La chiesa fu costruita nel 1679 su una piccola cappella, dedicata al culto della Madonna delle Grazie già nel 1521, per volontà del cardinale Innico Caracciolo. Non si sa la datazione della tela sull’altare maggiore raffigurante la Madonna, sembra di gusto barocco, ma è dal 1854 che si è incominciato ad impreziosirla con oro e argento come ringraziamento per aver liberato Procida dalla peste. Nel 1924 l’immagine è stata incoronata e dal 1954 la chiesa è diventata santuario.

Ogni anno, dal 2 luglio, festa della Madonna, iniziano i riti, a cui partecipano i procidani di tutte le grancìe (il termine locale per indicare i quartieri o, meglio, le contrade), che si svolgono per tutto il mese e culminano con la cerimonia delle prime comunioni il 10 agosto. Molto particolare è il rosario in dialetto procidano che si recita tutti i giorni al mattino presto, prima della Messa e che dice così:

(Voce sola)

Maronna r’ la grazia

ca ‘mbracci’ puort’ grazia

a te vengo pe’ grazia

o Mari’ famm’ grazia 

(Risposta in coro)

Grazi’ o Maria

comme te fece lu patr’eterno

e t’ fec’ mamma r’ dio

famm’ grazi’ o Mari’

Il dialetto procidano è molto diverso dal ponzese che è di derivazione ischitana, almeno quello di Ponza, perché quello delle Forna conserva ancora qualche accento e/o termine torrese.  Ricordo che a Procida venivo presa in giro perché chiamavo il gatto ’a iatte invece che ’a vatta‘. Le mie compagne di giochi e di scuola dicevano ie fove per ‘io ero’, ddore fove’no per ‘loro erano’, ho a  i’ per ‘devo andare’, socra persuocera’, èccavenne pervedi, eccola là’, astuià perpulire, asciugare’, chèngio per ‘calcio’,  ghiésia  per ‘chiesa’, cosse per ‘gambe, cosce’ e come esclamazione per manifestare meraviglia e stupore usavano amih!  Le persone più anziane adoperavano ancora créje e piscréje invece che rimane e ropperimane, “domani e dopodomani”, in stretta derivazione dal latino cras e post cras.  In breve, e credo in maniera incompleta, il dialetto procidano predilige la r alla d, la e alla a, la doppia d alla doppia l, la ghi alla gli, per cui abbiamo: dammi = ramme, brodo = broro, di = re, due = ròje; santo = sent’, capo = chépa, lato = léto; stella = stedda, gallina = vaddina,  sciuscella = sciuscedda, Aniello = Anieddo; sagliuta = sagghiuta,  tagliata = tagghiata.

Per chi voglia approfondire c’è  il “Vèfio folk-glossario del dialetto procidano” di Vittorio Parascandola, ed. Berisio, Napoli 1976.

In piazza dei Martiri (v. foto sopra), oltre al monumento ai procidani repubblicani giustiziati nel 1799, c’è la statua di Antonio Scialoia, senatore del regno d’Italia morto a Procida nel 1877, e all’angolo di via principessa Margherita c’è una fontana che oggi non dà più acqua, ma che rimane, almeno nella mia mente, come ricordo dell’arrivo dell’acqua a Procida nel 1957. Da allora non fu più necessario attingere ai pozzi dell’acqua piovana che non garantiva una sicura potabilità; si incominciò ad andare alla fontana con i secchi e le bottiglie fin quando, un po’ alla volta, le famiglie non si allacciarono alla linea. Il 15 maggio del 1957, proprio in questa piazza il ministro Campilli (per la ‘Cassa per il Mezzogiorno’) ed altre autorità tennero il discorso di inaugurazione della condotta sottomarina dell’acquedotto campano, che arrivava a Procida da Torregaveta percorrendo 3,400 Km, e proseguendo attraverso l’isolotto di Vivara, a cui da allora Procida è unita con un ponte, finiva  ad Ischia. Fu un’opera di enorme portata e fra le più moderne d’Europa.

La settimana Incom del 15/05/1957
“Il ministro Campilli inaugura la condotta sottomarina che alimenta Procida e Ischia.

Durante i lavori per l’acquedotto i grossi tubi  necessari all’opera erano depositati proprio nello Spassigge e noi bambini ci divertivamo ad infilarci dentro e ad attraversarli.

Dalla piazza scegliamo di entrare in via principessa Margherita, una delle più antiche strade di Procida nota come la Vigna. Siccome è a mezza collina, ci troviamo sulla destra una muraglia che, se all’inizio è di contenimento del terreno che sale, poi diventa a tutti gli effetti una murazione con abitazioni; a sinistra è ormai tutto aperto: i giardini e gli orti sono stati edificati. Nel guardare a sinistra da non perdere un portico con arco in salita sulla destra, perché è l’occasione di vedere il Vascello, u’ Vasciéddo sfunnuléto, manufatto architettonico molto particolare.

Abitazioni del Vascieddo con interventi novecenteschi di chiusura degli ultimi piani (foto da Flickr)

È un casale costruito nel ‘600, quando, finite le incursioni saracene, la popolazione poté abitare fuori dalla Terra murata; diversi sono i casali di Procida, ma questo è il più grande. Il suo nome italianizzato non corrisponde al significato originario che, invece, si richiama alla collocazione in basso (il casale di giù – casale re vèscio) nei confronti della Terra.

Abitazioni del Vascello (u’ Vasciéddo sfunnuléto)

Di forma rettangolare, il Vasciéddo è costituito da abitazioni disposte tutte intorno alla corte interna e mantiene, comunque, caratteristiche di fortificazione. Oltre all’ingresso grande dato dall’arco, aperto a nord-ovest esistono altre vie di uscita, ma molto strette e non immediatamente visibili, negli angoli a sud-est e nord-est, da cui deriva il termine sfunnuléto, cioè “sfondato”. Qui si possono ammirare gli elementi architettonici tipici dell’isola. L’arco a tutto sesto immette all’interno sia a piano terra che al piano superiore, dove è delimitato da un parapetto (il vefio), e su di esso poggiano le scale rampanti, che arrivano, quindi, anche al secondo piano.

 Il lato che vediamo sul fondo è la parte orientale dove sono le due uscite poco visibili

Nel complesso, quando ci abitavo io, potevano viverci trenta-quaranta famiglie, in gran parte con molti figli. Era un piacere giocare lì dentro a nascondino! Salire e scendere le scale, uscire dal varco est e rientrare da quello nord… era molto divertente. Nel cortile avveniva tutto. Si ‘facevano le bottiglie’, si bollivano in comune e alla fine si contavano le perdite di tutti; si faceva il falò alla festa della Croce e a carnevale; si faceva la spesa quando al mattino arrivavano dall’altro lato dell’isola i venditori di ortaggi con i loro somari carichi di prodotti, o quando arrivavano, in primavera, le donne delle campagne ischitane, con le ceste in bilico sulla testa, che vendevano le ciliege o gli ambulanti che cercavano il ferro vecchio; si faceva il capannello intorno all’arrotino o al vasaio che aggiustava i cufenaturi (tinozza di creta in cui si faceva il bucato prima che fosse inventata la lavatrice) con punti di sutura e mastice; si litigava fra bambini e si litigava fra adulti. All’angolo sud-ovest c’è ancora il forno attraverso il quale, una volta, era consentito  immettersi in un’altra proprietà e uscire sulla salita della ‘Terra’: qui tutti andavano ad infornare i propri dolci sia nel periodo natalizio che in quello pasquale.

Parte occidentale della corte del Vasciéddo: alle spalle dell’osservatore c’è l’ingresso col portico, nella strettoia che si vede in fondo c’è l’accesso al forno.

In questo microcosmo non esisteva il silenzio; ma se se ne avvertiva la necessità, chi abitava sul versante nord, poteva chiudere finestre e porte interne e ritirarsi nell’ambiente che guardava verso il mare: le spesse pareti antiche sarebbero state amiche.

 

[Oltre Ponza. Procida. (2) – Continua]

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