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Le elementari al tempo della scuola di via Scarfisso

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di Giuseppe Mazzella

 

Quindici metri quadri scarsi, quarantadue allievi, tutti maschi, alcuni dei quali ben oltre i tredici anni. Questa la scuola quinta elementare di Via Scarfisso a Le Forna negli anni 1958-59. Il maestro era Ernesto Prudente. La quinta era adiacente alla quarta, più o meno lo stesso numero di scolari: maestro, Antonio Scotti.

Oltre ottanta ragazzi stipati in spazi angusti, in banchi con calamai in bilico, che ogni mattina venivano riempiti da una bottiglia che nella settimana prima l’addetto aveva preparato miscelando in acqua del nerofumo in polvere. L’“addetto all’inchiostro” non era sempre lo stesso. Cambiava assieme agli altri “incarichi speciali”. Un distintivo, a forma di piccolo scudetto, che noi stessi avevamo dipinto, era apposto al petto del nominato: ‘Igiene’, ‘Disciplina’, ‘Sport’, e via così.

I miei compagni erano in maggioranza figli di pescatori, avevano mani forti e corporatura robusta, e quando si appuntavano l’emblema, lo facevano con una fierezza che sprizzava dagli occhi. Per un giorno ognuno poteva far valere la sua autorità. Salvo finire, magari il giorno stesso, nel “banco degli asini”, ornato dall’immagine stampata del mite animale. Dove a volte finiva anche chi non si era reso responsabile  di nessuna malefatta, ma solo per “limitarne l’esuberanza”. Il tutto però in un clima semiserio dove lo stesso maestro, pur con il cipiglio burbero dell’insegnante di una volta, sembrava più divertirsi che prendere sul serio la punizione.

Per le mancanze più gravi si ricorreva a pene più severe, bacchettate dispensate senza risparmio. Ho sempre invidiato i più grandi e forti tra noi che, nell’accettare remissivi la punizione, sembravano non tradire nessun dolore – forse veramente non lo sentivano – anzi si mostravano irridenti, rivolgendo occhiate divertite alla classe, un atteggiamento che faceva arrabbiare di più il maestro.

Le lezioni di storia erano quelle che eccitavano di più la nostra fantasia e tra queste “le guerre di Indipendenza”, specie quando gli eroi si offrivano impavidi al plotone di esecuzione. Alla pausa-colazione di metà mattina, riepilogavamo sceneggiando quelle lezioni, in cui io  amavo recitare sempre la parte dell’eroe fucilato che gridava: “Viva l’Italia!”.

Una volta alla settimana attendevamo, come una vera liberazione, un’ora in particolare: la lezione di religione. Il nostro parroco, don Gennaro Sandolo, arrivava trafelato e stanco per la strada in salita che lo portava dalla Chiesa alla nostra scuola. Si toglieva lo zucchetto nero e, con un radioso sorriso “alla Fernandel”, cominciava la sua “predica”. Parlava nel solito stile colloquiale, che era in qualche modo la continuazione della sua “lottrina” che nei pomeriggi ammanniva ai ragazzi che si preparavano alla prima Comunione, senza però la lunga canna che usava abitualmente, e con cui tempestava la testa dell’allievo distratto o impreparato. Ore liete in cui Dio, per bocca di un parroco semplice, parlava a bambini semplici, poveri bambini del dopoguerra in un piccolo lembo di un’isola che aveva conosciuto solo da tre quattro anni la luce elettrica, e neanche in tutte le case.

Quando arrivava si era a metà mattina; poi, la pausa colazione. Allora si aprivano le cataratte: grida incontrollate, entusiasmo, corse sfrenate. Poi, tutti assieme, uno a fianco all’altro, provvedevamo en plein air a fare i nostri bisogni su un dosso di terreno che limitava la strada lato mare.

Una sequenza di più di ottanta giovani cannelle, che si stagliavano nell’azzurro del mare di Cala Feola, irroravano il terreno sottostante, di proprietà di mio padre, che quell’anno vide una produzione eccezionale di zucche e pomodori.