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Oltre Ponza: in giro per isole. Procida (prima parte)

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di Rosanna Conte

 

Di affinità e differenza tra isole vicine tratterà questa nuova serie in preparazione su Ponza racconta. Più distanti da Ponza, ma con analogie di rilevo sono già state considerate La Galite e le Tremiti (leggi qui)

Pensiamo di scrivere di storia, cultura e ricordi: di Ventotene, Ischia e Capri… Ma legate a Ponza ci sono anche l’Elba, Montecristo… e se vogliamo spingerci più lontano perfino la Sicilia e la Sardegna

Per cominciare, si è assunto il compito di farci conoscere meglio Procida, Rosanna Conte, anche lei – come Rita Bosso per Ischia –  con la ‘doppia nazionalità’ procidana e ponzese…

Buon viaggio

La Redazione

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Ah, io non chiederei d’essere un gabbiano,

nè un delfino,

mi accontenterei d’essere uno scòrfano,

ch’è il pesce più brutto del mare,

pur di ritrovarmi laggiù

a scherzare in quell’acqua

[Elsa Morante (1912-1985)]

 

…E un giorno decidiamo di prendere un battello che dalla costa partenopea ci conduce nel porto di Procida.

È un tratto di mare che costeggia tutta la collina di Posillipo con il suo Capo, l’isolotto della Gaiola e l’isola di Nisida. Dopo, la costa rientra formando il lungomare di Bagnoli: si possono intravvedere  i camini, ormai spenti, e le strutture industriali  dell’ILVA  dismessa da più di venti anni, con i pontili che ancora avanzano nel mare. Più dentro si vede il monte della Solfatara su cui sorge l’Accademia dell’aeronautica: la costa  è diventata il lungomare di  Pozzuoli. Il rione Terra, antica acropoli di Puteoli, si staglia in lontananza e lo sguardo accarezza il golfo flegreo su cui troneggia il castello di Baia e che finisce davanti a noi con capo Miseno. Da questo punto in poi ci vuole ancora un quarto d’ora per entrare nel porto di Procida.

Capo Miseno. Alle sue spalle verso destra Nisida col Capo di Posillipo e, molto sfumato, uno scorcio del monte Somma-Vesuvio

Intanto siamo entrati nel canale largo circa 3 chilometri e mezzo che separa l’isola dalla terraferma di fronte, chiamata Monte di Procida, prendendo nome proprio dall’isola a testimonianza del fatto che era territorio procidano e lo è stato fino al 1907, quando è diventato comune autonomo. Per gli isolani resta semplicemente ‘o Mont’.

E sì, perché, comparata con Procida, è proprio un monte che si allunga da est verso nord e finisce con l’isolotto di San Martino. Dalla finestra di casa mia era il fondo su cui avanzavano le grandi navi, i transatlantici, che attraversavano il canale, la Michelangelo, la Raffaello… Spuntavano precedute dai lunghi fischi di saluto che i figli di Procida porgevano alla loro terra. L’inchino di Schettino non ha origini meschine, ma di  affetto, più ancora che di rispetto, per la famiglia e la comunità che si lasciava per molto tempo (a volte tornavano dopo anni) e non si sapeva se e quando si  sarebbe potuta  rivedere. Il Monte  con le sue luci e San Martino col suo faro riempivano le calde serate primaverili ed estive che trascorrevo alla finestra, e con i montesi potevo godere dei fuochi di artificio sparati nelle loro festività, in primis la Madonna Assunta a ferragosto.

Ci avviciniamo all’isola da est e non ci rendiamo subito conto dei suoi confini perché, come dice il suo nome che deriva dal greco pròkeitai, cioè “giace”, in considerazione di come appare l’isola, vista dal mare. Infatti sembra riposare sul mare  e così resta schiacciata su Ischia che, molto più grande, si trova alle sue spalle. La forma di Procida (superficie di 3,7  Kmq e perimetro costiero di 16 Km) è tentacolare o stellata come si preferisce, qualcuno dice a forma di mano poiché dal corpo centrale si dipartono 5 punte. Pur essendo piccola, l’isola è stata sempre densamente abitata; attualmente conta più di 10.000 abitanti.

Sagoma di Procida dall’alto

Ciò che vediamo già da lontano è la Terra Murata, la possente di cittadella fortificata costruita sulla punta più alta di Procida, 91  m.

La grande costruzione sostenuta anche da piloni è la facciata posteriore del palazzo D’Avalos, costruito nel 1563 dal cardinale Innico D’Avalos  come residenza fortificata, per difendersi dagli assalti dei Saraceni. Trasformato, dopo il 1744  in residenza reale da Carlo III di Borbone, divenne  nel 1815 sede del Collegio militare e  nel 1830-31 Bagno penale;  tale è rimasto fino  al 1988.

La Terra Murata in una vecchia immagine (foto sopra);  da sud-est (al centro) e dall’alto (foto da http://www.procida.org/)

Il tufo su cui poggia si allarga verso il basso finendo a sud in punta Monaci e a nord, dopo aver disegnato un breve arco, in punta della Lingua. In cima vediamo distintamente svettare dalla Terra murata le cupole dell’abbazia di S. Michele, l’arcangelo protettore dell’isola che la difese  dall’attacco del Barbarossa nel 1535 incutendo terrore  nei saraceni con la sua apparizione nel cielo impugnando la spada.

Il battello è ormai davanti all’isola e sotto i nostri occhi scorre un allineamento di case multicolori su cui spicca all’inizio una costruzione bianca sovrastante con su scritto “Istituto Nautico” : è l’antica scuola dei capitani e macchinisti procidani che risale al 1833 nella  forma più antica di scuola comunale e al 1855 in quella di scuola statale. Dal 1996 è  anche sede del Museo del Mare che espone carte nautiche, modellini navali, strumenti nautici risalenti anche al ‘700.

Avvicinamento e ingresso in porto

Altre immagini di Marina Grande, il porto di Procida 

L’edificio dell’Istituto Nautico

Quanti ponzesi sono passati per questo istituto dalla fine degli anni ’60 fino agli inizi degli anni ’80! Spesso passavano prima alla Scuola professionale per le attività marinare (situata all’estremità opposta del porto) ed alloggiavano, a costi molto ridotti, presso il prof. Arcangelo e suo figlio Gerardo alla pensione Eldorado o al Riviera; dopo i tre anni, facevano l’esame che consentiva di iscriversi al 4° anno del Nautico. Per non gravare eccessivamente sulle famiglie, i ragazzi ponzesi svolgevano anche lavori occasionali.

Io stessa ne ho usufruito: è andata così:  il giorno del mio matrimonio, avvenuto a Procida nel 1971, ci fu una tempesta di tramontana – a Procida si dice vient ‘a terr’ perché spira dalla terraferma e si abbatte sul porto esposto a nord – che deviò camerieri e vettovaglie provenienti da Napoli a Ischia. Le cibarie riuscirono miracolosamente ad arrivare a Procida, ma i camerieri si rifiutarono di scendere dal traghetto temendo di rimanere bloccati sull’isola. Il mio ricevimento si doveva svolgere al Riviera dove alloggiavano alcuni dei ragazzi ponzesi che furono immediatamente cooptati: indossarono la divisa da camerieri e servirono impeccabilmente. Aggiungo come curiosità che, sempre per il cattivo tempo, io non riuscii a mangiare la torta nuziale perché dovemmo accelerare la partenza dall’isola prendendo al volo l’ultimo traghetto disponibile a fare la corsa alle ore 18.

Il battello ha finito la manovra di attracco e scendiamo sulla banchina Marina Grande. Di fronte, sulla destra, si vede un grande palazzo merlato del XII sec., palazzo Montefusco, detto Catena, ex residenza estiva dei re. Questa zona è chiamata Sott’e grutt’, sotto le grotti [del dialetto procidano diremo in seguito – NdA], perché lì c’erano le grotte dove i pescatori tiravano in secco le barche e tenevano le reti e le attrezzature da pesca. Non per niente era in questo posto che si mercanteggiava tutto quanto riguardava l’attività ittica, anche la vendita e l’acquisto delle barche, come ci testimonia Alphonse de Lamartine nel suo romanzo Graziella, del 1849.

A proposito conoscete la storia?

Per conoscere Procida non si può prescindere da Graziella e Lamartine: ogni estate, a Procida, durante la festa estiva della Sagra del mare si elegge la Graziella, la ragazza procidana che incarna l’immagine e i valori della Graziella del romanzo.

Locandine per ‘La Graziella’ negli anni 2010 e 2011-12

In breve. Il giovane Lamartine, a diciotto anni, è in viaggio con un amico. Si fermano a Napoli, dove, ammirati dalle caratteristiche semplici e genuine del popolo napoletano, decidono di mescolarsi con esso. Così chiedono ad un pescatore di insegnare loro il mestiere e per qualche mese lo seguono quotidianamente in mare, insieme ad un suo nipote, vivendo con lui in un rifugio naturale a Mergellina. Una sera, mentre stanno per rientrare dopo aver pescato al largo di Procida, scoppia una violenta tempesta che li sorprende nel canale e li costringe a dirigersi verso l’isola, dove sono, per incombenze legate ad attività di campagna, la moglie del pescatore, la nipote Graziella, orfana dei genitori, con un fratellino.  Riusciranno a toccare terra, dopo aver buttato tutto a mare, dal pescato alle reti, e aver tirato la barca là dove erano approdati.  Ben presto Graziella si innamora del giovane francese che, incantato dalla bellezza e semplicità della giovane, ricambia. Ma quando Alphonse viene richiamato in Francia dalla famiglia, il ricordo di Graziella tende a sbiadirsi; invece la giovane procidana si ammala per il dolore dell’abbandono e muore.

La fedeltà dell’eroina romantica, il suo legame col mare, la semplicità sono le caratteristiche che si richiedono alla Graziella di oggi che, quando si presenta, indossa l’antico prezioso abito procidano del ‘700.

Ragazze procidane col costume settecentesco che sfilano per il concorso della  Graziella (foto da: http://www.procida.biz/sagradelmare/sagradelmare.asp)

 

[Procida.1 – Continua]

 

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