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Il secchiello di plastica rossa, di Arturo Pérez-Reverte

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proposto da Sandro Russo

 

Soffiava un leggero levante che agitava le bandiere delle imbarcazioni ormeggiate e i gagliardetti nei palamiti dei pescherecci. Era un porto del Sud; e loro due, nonno e nipote, stavano accanto a una bitta di ferro arrugginito, mentre l’acqua sciabordava contro il molo. Lì vicino c’erano reti che si asciugavano al sole, e pezzi di legno, e corde, e pensionati che guardavano il mare; e si respirava quell’odore di sale e mare antico, denso, di porti che hanno visto andare e venire molte navi, e molte vite. Mi piacciono i porti vecchi e sapienti, forse perché sono nato in uno di questi.

Mi piacciono i fantasmi che riposano tra le loro gru, all’ombra dei capannoni, le cicatrici dello sfregamento dei cavi sul ferro nero dei pali d’ormeggio. Mi piace osservare quegli uomini che se ne stanno lì, tranquilli, immobili per ore, e per i quali la lenza o la canna sono solo un pretesto, e sembra non gli importi altro che guardare il mare. Mi piacciono i nonni che portano i nipoti per mano e, mentre i marmocchi fanno domande o indicano i gabbiani, loro, i vecchi, socchiudono gli occhi per osservare le barche ormeggiate, e la linea dell’orizzonte oltre l’imboccatura del porto, come se cercassero un’eco dimenticata nella memoria; un ricordo o una spiegazione di qualcosa accaduta da troppo tempo.

Quel nipote doveva avere quattro o cinque anni, e guardava con espressione ostinata il sughero rosso che galleggiava sull’acqua, all’estremità della lenza della corta canna da pesca. Accanto a lui, con le mani dietro la schiena, il nonno contemplava il mare, assente, e ogni tanto lanciava un’occhiata al bambino, rimproverandolo con dolcezza quando si avvicinava troppo al bordo del molo. Juanito, lo chiamava: «Un po’ più indietro, Juanito. Se cadi, chi la sente tua madre».

Mi avvicinai per guardare il secchiello che il piccolo aveva a lato. Era di plastica rossa, di quelli per andare in spiaggia; e dentro, in tre dita d’acqua, boccheggiava un misero pesce, un sarago lungo appena mezzo palmo. Il nonno sorrise con quel misto di complicità e orgoglio che mostrano alcuni nonni quando gli guardi il nipotino. Aveva una faccia scura e grinzosa, su cui spuntava qualche pelo di una barba grigia mal rasata, e la testa coperta da un cappello di paglia. Non sembrava soddisfatto; stanco, piuttosto. Le mani erano rugose, dure, e gli occhi si illuminavano solo alla vista del nipote; come quando il suo sguardo e il mio conversero sul ragazzino, tutto preso dal galleggiante della sua canna.

«Gran bell’elemento» osservò il nonno.

Guardai di nuovo l’elemento. Aveva i capelli cortissimi, con una rosa ribelle sul cocuzzolo. Infradito di gomma, costume da bagno e una maglietta con la stampa di Daffy Duck. Il nonno gli mise una mano sulla testa e il bambino si scrollò, infastidito, perché gli impediva di concentrarsi sul galleggiante. Il pensionato sorrise, stringendosi nelle spalle, poi tirò fuori una sigaretta e l’accese, senza fretta.

«Da grande», mi disse, «sarà un asso».

Poi rimase di nuovo immobile, assorto, a guardare il mare con quegli occhi pensosi che, socchiudendosi, si circondavano di rughe bruciate dal sole; e il leggero levante mi portò per un po’ l’odore della sua sigaretta di tabacco nero. Infine mi allontanai, e di lì a poco li vidi passare da lontano, quando il sole era già molto basso e sul porto arrivava una luce rossiccia, quasi orizzontale. Il nonno teneva in una mano la canna del bambino, e dava l’altra al nipote, che reggeva il secchiello rosso con estrema attenzione.

Magari sì, mi dissi. Magari da grande Juanito diventerà un asso, beccherà al primo colpo l’ochetta del tiro a segno e sarà felice. Magari la vita gli sorriderà, gli metterà una mano sulla spalla e gli riempirà il secchiello di plastica rossa di pesci meravigliosi, e il papero Daffy Duck non morirà mai, e troverà sempre qualcuno accanto a lui che gli dirà un po’ più indietro, Juanito, o rischi di cadere. E forse un giorno, pensai vedendo allontanarsi nonno e nipote, quando sarà diventato grande e un asso, Juanito verrà a fare un giro in questo porto, ricordando l’odore del tabacco nero e il secchiello con un pesce che si agita dentro. E insieme agli altri fantasmi che guardano sempre il mare, quello di suo nonno accennerà un sorriso. E altri nonni terranno per mano, perché se cadi chi la sente tua madre, altri nipoti con il loro secchiello di plastica rosso pieno di vita, e di speranza.

Di Arturo Pérez-Reverte abbiamo presentato qualche giorno fa l’ultimo libro pubblicato, «Le barche si perdono a terra» (Marco Tropea Ed.): una raccolta di brevi pezzi usciti settimanalmente sulla rivista XL Semanal  – leggi qui.

Di un incontro con lo scrittore ha scritto anche la ‘nostra’ Lorenza Del Tosto su “O” di Omero, in occasione della presentazione di un altro suo libro: «Il pittore di battaglie» (2007): leggi qui

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