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Le isole della letteratura e del cinema. Robinson Crusoe

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di Silverio Tomeo

 

“Il 30 settembre 1659, io, povero infelice, Robinson Crusoe, avendo fatto naufragio durante una terribile tempesta al largo, approdai in questa disgraziata e desolata isola che ho chiamato isola della Disperazione: tutto il resto dell’equipaggio morì annegato ed io stesso giunsi qui mezzo morto”.

Nel romanzo di Daniel Defoe “la laboriosa solitudine di Robinson nell’isola è il mito più appariscente e indimenticabile della solitudine di ciascuno”, scrive Cesare Pavese nei suoi saggi letterari. In questo sta il significato universale di questa storia, il suo essere quasi un paradigma di una nuova forma di individualismo alle soglie di quella grande trasformazione che dalla società mercantilistica porta alle soglie dell’età moderna. La vicenda prendeva spunto dalle peripezie del marinaio scozzese Alexander Selrik che rimase più di quattro anni naufrago su una delle isole Juan Fernández, al largo delle coste cilene, ora isola Robinson Crusoe (l’antico nome era Más a Tierra). Nel romanzo Robinson rimane sull’isola per ben 25 anni prima di trovare la via di fuga.

La vita e le strane, sorprendenti avventure di Robinson Crusoe di York, marinaio (1719) ebbe uno straordinario successo, tanto che Defoe ne scrisse subito il seguito: Le ulteriori avventure di Robinson Crusoe. Innumerevoli le imitazioni, i rifacimenti, i riassunti per ragazzi stigmatizzati dall’autore stesso ancora in vita. Tra le versioni cinematografiche ne spicca una del regista spagnolo Luis Buñel del 1954 che del personaggio dà un’ interpretazione libertaria.

Qui sotto su YouTube si può vedere il film completo (in inglese, con sottotitoli in spagnolo):

 

Samuel Taylor Coleridge vede in Robinson “semplicemente un rappresentante dell’umanità in generale”. Virginia Woolf  ci vede “solitudine dell’animo e spirito borghese”.

Jean-Jacques Rousseau, nel suo libro pedagogico Émile, consiglia come unica lettura sino ai 12 anni il capolavoro di Defoe in cui vede tanto il ritorno allo stato di  natura quanto lo spirito dell’indipendenza individuale e probabilmente anche il mito del “buon selvaggio” nella figura di Venerdì.

James Joyce, in una sua conferenza del 1912, collega esplicitamente il rapporto tra il mito del naufrago laborioso con l’ideologia che sottende la costruzione dell’Occidente: “Il vero simbolo della conquista britannica è Robinson Crusoe, che, naufragato su un’isola deserta, con in tasca un coltello e una pipa, diventa un architetto, un falegname, un arrotino, un astronomo, un fornaio, un maestro d’ascia, un vasaio, un sellaio, un contadino, un sarto, un ombrellaio, un prelato. Egli è il vero prototipo del colonialista britannico, come Venerdì (lo schiavo fedele che arriva in un giorno sfortunato) è il simbolo delle razze assoggettate. L’intero spirito anglosassone è in Crusoe: la virile indipendenza, la crudeltà inconscia, la perseveranza, l’intelligenza lenta ma efficace, l’apatia sessuale, la pratica e ben equilibrata religiosità, il calcolo taciturno”.

Visto come homo faber Robinson Crusoe è stato spesso preso a pretesto nell’economia politica classica per teorizzare delle robinsonate, secondo Karl Marx, che nel lavoro del naufrago, calcolante e utilitaristico, non vede produzione di merci né valore di scambio, essendo quella un’attività priva di valore sociale e relazionale. Marx ne parla soprattutto nelle prime pagine del Capitale per demistificare l’introduzione di una presunta legge naturale del lavoro, e per distinguere la relazione personale di valore d’uso da quella di scambio della merce che si costruisce invece in una produzione sociale di valorizzazione.

Se consideriamo anche Le ulteriori avventure di Robinson Crusoe vediamo con evidenza come Daniel Defoe anticipa il cantore del colonialismo britannico Rudyard Kipling, la cui celebre poesia Il fardello dell’Uomo Bianco tematizza il peso da assumere nella costruzione dell’Occidente verso i popoli “metà demoni e metà bambini”.

Defoe si colloca agli albori della formazione sociale del capitalismo, dell’impianto della Tecnica nell’umano, del capitale finanziario che diventa internazionale. Ma il capitalismo non è solo una formazione sociale storica, è in primis il modo di produzione e di scambio dominante ed è morfologicamente in continua mutazione, soprattutto nel rapporto con il sistema finanziario globale. Non è sufficiente la morale umanistica o religiosa ad addomesticarlo o superarlo e neppure a fondarne una visione critica efficace. Come poi il capitalismo finanziario sia arrivato ad essere una mega-macchina sociale, come si possa parlare di un bio-capitalismo capace di estrarre profitto non solo dal lavoro vivo ma anche dai dispositivi disciplinari e dalla distruzione della natura e del vivente, fa parte del dibattito di idee più attuale e degli orizzonti globali del nostro tempo.

È merito di Karl Polanyi aver riportato l’attenzione su alcuni scritti giovanili del Defoe di polemica sociale, in particolare Fare l’elemosina non è carità e dare lavoro ai poveri è un danno della nazione del 1704. Polany ne parla nel suo testo fondamentale La grande trasformazione scritto a guerra mondiale ancora in corso. Lo scritto di Defoe (romanziere annoverato tra i fondatori del giornalismo moderno) ebbe conseguenze anche pratiche nella legislazione sul pauperismo in Inghilterra. La sua tesi, cara tutt’ora ai liberisti più estremi, è che aiuti e sussidi a poveri e disoccupati aumentano la pigrizia e rovinano l’economia, e che solo il libero mercato porta ricchezza alle nazioni. È proprio sull’isola di Robinson che è ambientato un apologo – senza riscontro reale – utilizzato dal reverendo anglicano Joseph Townsend nella sua Dissertation on the Poor Laws del 1786: su quell’isola sarebbero state rilasciate alcune capre libere, che si riprodussero a dismisura, con la prevalenza delle più forti. Divennero riserva alimentare dei corsari e il governo spagnolo decise di  liberare dei cani, sino a che si costruì un ulteriore equilibrio, sia tra capre e cani che con la prevalenza dei più adatti alla sopravvivenza di entrambe le specie animali. Malthus e Darwin trassero spunti riflessivi da questa fantasia suggestiva. Come si può vedere siamo alle soglie del darwinismo sociale e della presunta legge di natura intesa come fondamento della società del libero mercato capace di autoregolarsi. La storia della teologia economica del dogma liberista è lunga e piena di sorprese.

Per lo scrittore palestinese naturalizzato americano Edward W. Said, l’intellettuale esule e indipendente dal potere è “come se fosse scampato a un naufragio e imparasse a vivere per così dire, con il paese in cui è approdato, non su di esso. Non come Robinson Crusoe che si propone di colonizzare la sua isoletta; semmai come Marco Polo, che non perde il senso della meraviglia e rimane sempre un viaggiatore, un ospite di passaggio, che non si trasforma mai in profittatore, conquistatore, predone”.

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