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‘ A vennégne (La vendemmia). 2^ puntata

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di Pasquale Scarpati

Per la 1^ puntata leggi qui.

La proprietà di nonno, per effetto di successione e divisioni tra gli eredi avvenute nel corso degli anni, è sparsa un po’ qua ed un po’ là. Il primo colonizzatore, da cui deriva il toponimo della località, infatti, e poi i suoi discendenti avevano diviso le proprietà in modo non uniforme per poter dare equamente ai propri figli maschi, terreni più fertili e meno fertili, più esposti al sole e meno esposti al sole, spezzettando la proprietà, lasciando in eredità all’ultimo nato, maschio, la casa coniugale.  Probabilmente perché lui aveva, in teoria, più possibilità di vivere fino alla morte dei suoi “ vecchi” e pertanto a lui sarebbe toccato sfamarli ed accudirli. Ciò si era perpetrato nel corso di generazioni. Pertanto alcune “ catene” sono situate alle pendici del “ Ciglio”, altre alle pendici del “ Pagliaro”, altre nei “Petruni”, altre ancora nella curva detta di “ Frontone”, altre alle “ Prunelle”, poco al di sopra del “pantano delle ranocchie”, altre sparse nei dintorni della casa. Di norma in ogni gruppo di catene c’è una grotta che serve da ricovero per gli attrezzi agricoli, per gli animali e di rifugio in caso di pioggia. Qualcuna di queste grotte serve anche per gli uomini che vi dimorano perché, a causa della distanza dalla propria abitazione, preferiscono rimanere sul posto per giorni interi e ritornare a casa solo il fine settimana.
Preparata la “ marenna” ci avviamo verso una di queste catene. Il mio primo pensiero è quello di agguantare, di soppiatto, un coltello, grande o piccolo che sia, per tagliare i grappoli. Non aspiro ad altro. Ma gli adulti tassativamente lo vietano per paura che io possa procurarmi qualche ferita a cui, unico rimedio, si contrappone un fazzoletto ben stretto. Ma io comunque, come dice mamma, ho “l’artretich” e non sto un attimo fermo e non potendo tagliare i grappoli, corro, insieme con Giuseppe e Mario, intorno ai filari, fermandomi ogni tanto per “ spizzicare” una grappolo o per  assaporare, nella loro interezza, i grappoli più piccoli, quelli che hanno al massimo cinque o sei acini. Li trovo più gustosi, succulenti e soprattutto sfiziosi.
Quando i cesti sono ricolmi si carica l’asino per quello che può trasportare, poi ogni uomo mette su una spalla un sacco di iuta o una pezza qualsiasi e su questa poggia il cesto aiutato da un altro. Così ci si aiuta a vicenda. L’ultimo poggia il cesto su una “ parracina” , si abbassa leggermente e, aiutato lievemente da un altro, si sobbarca il peso. Io a volte seguo, a volte precedo questa” processione” che procede in fila indiana ora salendo, ora scendendo, secondo il sentiero e sembra quasi barcollare e perdere, ad ogni istante, il proprio carico. Uno sforzo immane, soprattutto  se il sentiero accidentato si presenta bagnato a causa di una recente pioggia. Nonostante questo,  durante il percorso si raccontano fatti ed episodi che a volte suscitano anche ilarità:lo sforzo non preclude la gioia del momento ed ognuno è pervaso da sana allegria. Tutta l’uva viene portata in cantina e versata “ dint’ u’ palmient’” . Questa è una costruzione in muratura che ogni tanto viene rattoppata da zio Costantino, abile nel maneggio della “ cucchiara” da muratore . Prima fa un ampio cerchio con la pozzolana, poi, in mezzo, ci pone della calce e dell’acqua. Impasta il tutto con una specie di zappa: un lungo bastone  che ha, all’estremità, una pala ricurva. Così agitando e strofinando avanti ed indietro mescola il tutto tenendosi a debita distanza.  Mi hanno detto che ciò che sta facendo sia molto pericoloso perché qualcuno a cui qualche schizzo di calce è entrato nell’occhio è divenuto cieco, pertanto devo stare alla larga.
“U’ palmiento “ è composto da tre vasche molto capienti: due sono poste più in alto, una ad un livello inferiore. Quest’ultima ha una leggera pendenza verso destra dove termina con un piccolo incavo che serve per raccogliere fino all’ultima goccia di vino. In una vasca viene messa l’uva bianca, nell’altra l’uva nera. Un foro otturato da un grosso tappo di sughero non fa uscire il mosto fino a che l’uva non viene pigiata. Nugoli di moscerini si agitano al di sopra dei grappoli quasi a proteggerli dall’assalto degli uomini. Ma zia Marietta e zia Sabettina, imperterrite, noncuranti del loro agitarsi, senza pietà, in abiti succinti, dopo aver ben bene lavati i piedi, si calano in una delle vasche poste in alto, incominciano “ a scummazzare”: a danzare il dolce ballo dell’uva che diventa mosto. Mi butterei a capofitto, ben volentieri darei una mano: “ scummazzerei” non solo con i piedi, ma anche con le mani, la testa e tutto il corpo. Ma “ Pascali’, mi dicono,” Addo’ vai?” “ va vattenn’! Stai sempre in “ tridic’”! Vattenn’ n’coppa a’ curteglia, a pazzia’!”
Si toglie il gran tappo ed il dolce mosto fa la sua comparsa nella vasca inferiore. Presto presto viene raccolto con appositi attrezzi  e versato in damigiane dal vetro scuro o in botti per la bollitura. Sul lato sinistro della cantina  vi sono, in fila, oltre alle botti anche damigiane di varie capacità e bottiglioni dal collo molto lungo insieme a bottiglie dal vetro spesso, scuro e dalla bocca larga. Spiccano tra queste quelle destinate allo spumante. Si differenziano dalle altre perché hanno, all’estremità della bocca, due fori. In questi alloggia un ferro “ a molla”  che ha, al centro, un tappo di ceramica bianco. Alla punta di questo tappo, in un piccolo incavo, viene posta una guarnizione di gomma di colore arancione.  Questo tappo ermetico deve custodire il gustosissimo spumante con cui si brinda nelle feste”comandate” o in speciali occasioni. Non è buono: è ottimo. Non è né aspro né dolce e, ogni qual volta  ci si accinge ad aprire una bottiglia, si riceve una carica di allegria che pervade tutta la casa. Anche lui ,dentro la bottiglia, è molto carico per cui bisogna stare molto attento che non scappi. Mamma, infatti, nel momento in cui apre la bottiglia deve infilare il collo della stessa in una capiente caraffa ed aprire piano piano e con cura anche per non farlo intorbidire. La schiuma fuoriesce e tenta di “forzare” la mano ben ferma ; potrebbe prendere il sopravvento per cui bisogna fare molta attenzione. E’ un giovane baio che scalpita nella stalla per poi correre, libero, non appena la porta si apre. Tale è la forza dello spumante che sente odore di libertà. Quando, finalmente, la “ rabbiosa” schiuma si è sfogata,si allenta la “ morsa” del tappo e si lascia che il liquido prima scenda delicatamente nei bicchieri e poi voluttuosamente nel corpo. Si assapora e soprattutto si commenta sull’annata e sulla località di provenienza.  Una volta accadde che la schiuma prese il sopravvento ed il prezioso liquido  si disperse sul soffitto di casa. Quest’ultimo ne fu tanto entusiasta e talmente si ubriacò  che non voleva più disfarsene: i miei furono costretti a chiamare il “ Pittore” per ripristinare il colore del soffitto.  Credo, però, che il disappunto  non fosse dovuto tanto alla perdita dello spumante quanto alla mancata degustazione per la successiva valutazione.
In quell’angolo della cantina  le scure bottiglie mi guardano e la loro storia, fatta di rinunce e sacrifici, fuoriesce dalla bocca larga e spessa.. Molte di esse furono, infatti,  recuerate da mio nonno, mentre galleggiavano andando beatamente alla deriva nel mar Tirreno occidentale, ad oriente della Sardegna nei pressi dell’Isola di Tavolara. Altre invece erano state rinvenute nel mar di Marsiglia.  Queste raccontavano tutt’altra storia: lieti eventi, feste danzanti; avevano ammirato dame dal lungo vestito, uomini in smoking, calici di cristallo e sicuramente avevano inebriato le aragoste che mio nonno insieme ad altri compaesani avevano pescato per giorni interi nel mar di Sardegna. Nonno, infatti, dopo il primo conflitto mondiale, insieme ai figli maschi più grandicelli, zio Gennarino prima ed in seguito zio Vittorio, partiva da S. Maria.
Si imbarcavano su una piccola barca  a vela e/o a remi e poi si avviavano verso il “canale” di Terracina dove erano attesi da una nave nera dal pennacchio scuro. Lì avveniva il rendez-vous. Quando era tempo del ritorno inviava in anticipo una lettera a nonna indicando una data presunta. Nonna, a sua volta, dopo aver ricevuto la lettera, mandava ogni giorno, le figlie sui “ cigli” per vedere se all’orizzonte, verso occidente, comparisse il pennacchio scuro. Nonno sbarcava a S. Maria portando  il ricavato delle sue fatiche. Nelle sere estive, seduto su un muretto della “ curteglia” che si trova vicino alle scale, tra uno sbuffo di fumo e l’altro della sua inseparabile pipa  o durante le lunghe serate invernali, quando tutti erano seduti intorno al tavolo con “ u’ rasiere” acceso, sgranocchiando qualche fava abbrustolita,  raccontava le sue esperienze ai figli più piccoli e alle figlie rimaste a casa a lavorare nei campi ed anche a ricamare il loro corredo. Essi ascoltavano in silenzio, stupefatti e meravigliati e ponevano domande innocenti. Narrava delle “meraviglie” di Marsiglia, del pescoso mare della “ Sardegna”, degli usi e costumi del popolo che abitava quell’isola e degli incontri, avvenuti in quelle terre, con gli altri compaesani.

(continua)

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