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Libero e Minatia

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di Claudia Polla Mazzulli

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A proposito di galline e nostalgia, attingo al commento dell’amico Giuseppe Mazzella del 27/4/12, “Breve nota antropologica su Ponzaracconta” (leggi qui), per fare alcune considerazioni sul concetto di ricordo e nostalgia. Nel commento l’autore racconta l’aneddoto relativo ad un filmato sulla prevenzione delle malattie infettive proiettato agli abitanti di un villaggio in Africa. Al termine della proiezione, interrogati sul contenuto del filmato, molti rispondono di non aver visto nulla. Ma un giovane ricorda di aver visto una gallina. Rivedendo il filmato,  gli sconcertati operatori si accorgono che effettivamente una gallina appare sullo schermo per pochi istanti. Dunque quel giovane ricordava soltanto “ciò che già conosceva”.

Ed ecco il punto: la mente umana può memorizzare e ricordare solo ciò che ha conosciuto e, sulla base di ciò, il ricordo riguarda tutte le esperienze,  persone, fatti e luoghi conosciuti e vissuti nel bene e nel male. Il ricordo beninteso può implicare il sentimento della nostalgia ma esso riguarda indistintamente tutte le esperienze vissute; la nostalgia invece richiama alla mente soltanto ricordi selezionati, si può anzi precisare che essa esprime il desiderio malinconico di ciò che non è più ma che abbiamo (già) conosciuto.
Recita il Devoto-Oli che la nostalgia (dal gr. nóstos ‘ritorno’ e algia ‘dolore’) è uno stato d’animo relativo al forte desiderio o al rimpianto malinconico di quanto è trascorso o lontano. Ma questo desiderio è rivolto unicamente a qualcosa di bello e di buono che abbiamo vissuto/conosciuto, considerato che nessuno desidera rivivere un’esperienza negativa, a meno che non si è malati di masochismo. In conclusione il ricordo e la nostalgia sono due diversi aspetti dello stato d’animo umano pur potendosi compenetrare l’uno nell’altra.

Di recente, durante il riposizionamento dei quadri sulle pareti di casa, ho potuto rileggere alcune frasi-dedica (testimonianza dell’amicizia straordinaria di Libero Magnoni) da lui scritte dietro i suoi dipinti.
In quel momento sono scattati in me alcuni ricordi e ho sentito la nostalgia dei momenti collegati ad essi. Una nostalgia velata di tristezza per il  tempo ormai trascorso del periodo della giovinezza in cui i sogni erano al massimo grado e tutto doveva ancora realizzarsi nella mia vita.

Ho conosciuto Libero (allora per me rispettosamente “signor Magnoni”) quando da giovane andai a lavorare nell’ufficio di una boutique nel centro di Roma il cui titolare, dott. Francesco Palestrini, era per me l’ultimo dei gentlemen. Verso di lui Libero aveva rispetto reverenziale, ammirazione ma anche un’amicizia paterna di burbero consigliere su alcuni aspetti del lavoro.

Libero è stato per me una rivelazione sotto molti aspetti: da uomo meticoloso fino alla pignoleria, maniaco dell’ordine secondo suoi schemi, mi suggeriva come tenere ordinati i documenti, come scrivere sulla costa dei raccoglitori, persino il modo di scrivere i numeri per non creare confusione nella lettura: non mettere il trattino sotto l’uno, al nove non fare la curva alla zampa sennò sembra un otto fatto male… Effettivamente i suoi numeri erano quasi a stampa, sempre chiari e ben incolonnati. Pure sulla scrittura, ovviamente, aveva suggerimenti sul mio modo di scrivere in corsivo e stampatello. Devo dire che un po’ mi seccavo dei suoi appunti, anche perché avevo sempre avuto una bella grafia a detta dei professori e compagni di  scuola. Ma lui non aveva tutti i torti perché la sua calligrafia era chiara, lineare, sempre equilibrata, come se non risentisse affatto dei diversi  stati emotivi, come succede ai più. Se potessi darei un campione della sua calligrafia ai programmatori di Microsoft per l’inserimento nei tipi di carattere di Word della grafia “Libero”!

Nei momenti di calma lavorativa c’era spazio per lunghi discorsi nei quali si toccavano argomenti relativi alle sue esperienze di gioventù e alle  mie problematiche giovanili, le incomprensioni familiari, i problemi di cuore e i tanti sogni ancora da vivere. Era straordinaria la cordiale capacità di dialogo che si era instaurata nei quattro anni di lavoro insieme. La grande differenza di età (lui era un ultrasessantenne) non era di ostacolo allo scambio di impressioni su molti argomenti, scambio non improntato al dialogo genitore-figlio, come poteva essere per la forte differenza di età, piuttosto era alla pari anche se da parte mia c’era una certa soggezione per la sua maturità. Ho sempre pensato che ciò fosse stato possibile perché, per molti aspetti, Libero era rimasto come ancorato alla sua giovinezza non soltanto attraverso i numerosi ricordi ma anche per l’impulso di dolorose problematiche non risolte da cui forse derivava una certa suscettibilità del suo carattere non facile. Da parte sua credo che mi considerasse una giovane più matura e consapevole rispetto alla media, oltretutto interessata ai tanti argomenti delle nostre conversazioni dei quali lui era un profondo conoscitore.

Libero aveva una cultura vastissima e speciale, da autodidatta, in cui convergevano competenze specifiche, passioni ed esperienze di vita. La sua naturale curiosità per la conoscenza delle cose si incontrava con la mia curiosità giovanile per la scoperta delle cose e dunque per me era una fonte  di apprendimento molto stimolante; essendo fresca di studi, potevo confrontarmi con lui su Dante e l’eterna attualità della Comedia, sul pessimismo romantico di Leopardi, che allora polarizzava le mie pene sentimentali, sul verismo di Verga e di Silone, mio conterraneo.
Ma le sue conoscenze andavano oltre e  spaziavano dalla letteratura alla poesia, dalla pittura all’astronomia alle cose marinare … Qualche volta era rischioso mettere a confronto i nostri punti di vista che non sempre coincidevano e, in caso di opinioni contrastanti, dovevo cedergli il passo per scontata competente superiorità e anche per la tipica irritabilità dei sapienti quando sono sfidati incautamente sul loro terreno.

Il suo campo preferito era la pittura: mi spiegava con dovizia di particolari la composizione dei colori primari e le varie combinazioni  e sfumature derivate, le tecniche di disegno a carboncino, di pittura ad acquarello, tempera e olio. Lui  era un grande artista dotato di una sensibilità delicata e attenta ai particolari, amava soprattutto dipingere i paesaggi e il mare, sua grande passione.

 Libero era stato marinaio e il mare era la sua vita. Sapeva tutto sull’argomento, si illuminava solo al pensiero del mare e delle sue cose, mi descriveva la bontà e il sapore dei ricci appena raccolti e subito mangiati e poi mi illustrava le caratteristiche di diversi tipi di imbarcazioni antiche e moderne (velieri, brigantini, fregate… per me non c’erano molte distinzioni ma non glielo dicevo), dei nodi marinari di cui era esperto esecutore, delle bussole, sestanti ed altre strumentazioni per la navigazione.

Non poteva stare senza il mare e mi raccontava dei lunghi viaggi in treno per raggiungere le Cinque Terre, trascorrervi quelli che definiva giorni “alla ruota” e tornare con dipinti di angoli incantati a Vernazza, tranquille calette con piccole barche tirate a secco a Manarola, vedute a Portovenere con un caleidoscopio di riflessi e imbarcazioni, e ancora Manarola con una scogliera a picco nel blu profondo spruzzata di candida schiuma … Per brevi fughe marine nella stagione invernale e primaverile,  raggiungeva Civitavecchia e i suoi dintorni per dipingere un vecchio ponticello sull’Aurelia antica che conduceva alla spiaggia di Rio Fiume deserta e selvaggia, a Sassomare nella Tuscia romana quando la primavera rivestiva le dune del giallo delle ginestre o al Monte Argentario per ascoltare i silenzi meridiani e dipingere cieli di nuvole e pioggia.

Ma il suo cuore lo portava a Ponza dove c’era il richiamo di un’antica e forte amicizia nata in gioventù  poi consolidatasi nel tempo. Quell’amico fraterno era Gennaro Mazzella, il padre di coloro che anni dopo sarebbero diventati miei amici, Giuseppe e Silverio; Libero a volte mi parlava dei suoi ragazzi e mi raccontava qualche aneddoto relativo all’andamento dei loro  studi e le loro future aspirazioni.

A Ponza, Libero  trascorreva in perfetta solitudine le ore che più amava a riprodurre su tele, cartoni o altri supporti da lui ritenuti adatti, le bellissime vedute dell’isola incantata e ancora intatta: scorci di mare dai riflessi turchini e smeraldo, orticelli circoscritti da rustiche staccionate, scogli immersi nelle trasparenze e scogliere ombreggiate di macchia, lontani contorni  di Palmarola sfumati di foschia e delicati tramonti…

Oggi ho tanti altri ricordi intrisi di nostalgia per quei momenti di arricchimento che la sua amicizia mi ha dato insieme alla possibilità di scoprire i lati belli del suo carattere spesso nascosti dietro modi asciutti e scostanti.

A Libero devo la scoperta delle mie antichissime origini romane! Non so  quanto casuale sia stata la scoperta, sta di fatto che un giorno mi disse che nel Museo dell’Arte Romana si trovava il busto di una fanciulla risalente all’epoca di Diocleziano di nome Minatia Polla, aggiungendo che secondo lui mi somigliava molto. Naturalmente sono andata con forte curiosità al museo a cercare il busto della giovanetta romana giudicandola, con un po’ di orgoglio, molto graziosa nella calma espressione del viso incorniciato dall’acconciatura a riccioli tipica dell’epoca.
Dalla sua ricchissima biblioteca Libero aveva scovato questo testo di storia dell’antica Roma (altro argomento che amava moltissimo) che riportava alcune note e l’immagine di Minatia Polla, probabile figlia di un console o di un funzionario della legione romana.

Una volta sorprese nel sentirmi decantare l’odore aromatico di incenso delle foglie del geranio pelargonium, in effetti credeva che quel fiore non avesse odore. Allora pensai di regalargli un piccolo vaso di geranio rosso, dove era cresciuta spontanea una pervinca, scelto tra quelli di casa. Un paio di giorni dopo, Libero arrivò al lavoro con un acquerello che ritraeva il vaso di fiori sul davanzale della finestra del suo studio che affacciava sui tetti di Roma: sul retro aveva scritto con la sua bella calligrafia “A Claudia, per ringraziarla della particolare cortesia”.

Di quella volta in cui mi regalò un quadro che ritrae la scogliera del Castello a Peschici sul Gargano stranamente ricordo solo che ero andata a trovarlo a casa, ma la data della dedica mi fa supporre che la mia visita era stata in occasione di una sua convalescenza; anche questa dedica esprime la sua amicizia: “A Claudia, con affettuosa cordialità e riconoscenza”. 

Quando diedi le dimissioni per iniziare un nuovo lavoro che mi obbligò a trasferirmi in Lombardia, per coincidenza Libero si ammalò. Per lui fu l’inizio di un lungo periodo di sofferenza fisica ma soprattutto morale e forse spirituale durante il quale il suo spirito di uomo libero poco assoggettabile a costrizioni, legami o immobilità, dovette subire e sopportare tutto questo.
Tuttavia, nonostante la lontananza continuavamo a comunicare con cartoline e qualche lettera. In particolare conservo con simpatia un cartoncino di saluti affettuosi che Libero stesso disegnò a mo’ di cartolina con un piccolo paesaggio della campagna romana che poteva osservare dalla finestra della casa di vacanza della sua convalescenza.

Qualche anno dopo, venendo a Roma con la mia famiglia, seppi che Libero se n’era andato, finalmente in pace e libero di spaziare per sempre là dove il blu di cielo e mare si incontrano in mille cangianti sfumature.

Mi piace ricordare di lui la grande capacità di saper cogliere la bellezza in ogni cosa, di ricercare l’equilibrio e l’armonia per fissarli nella scrittura, nella pittura, nella poesia attraverso le nascoste note romantiche del suo cuore, che a volte si rivelavano, come questi versi da lui scritti a margine di un suo dipinto, tratti da “Colline” di Diego Valeri in “Tempo che muore”:

Dentro il tremante silenzio del cuore
Udivamo parole
D’erbe  di fiori  di terra

 

 

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