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La Verbania

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di Carmine Pagano

La Verbania è stata una mitica barca di legno, la classica “lanza” ponzese. Come si intuisce dal nome, la prima proprietaria è stata una signora che veniva dalle sponde del lago Maggiore, dove c’è la ridente città di Verbania, la signora Teresa Fabbri che è di origini ponzese. Nel periodo adolescenziale, insieme a  mio cugino Sandro e Salvatore Pacifico (Pataccone), l’avevamo attrezzata per la voga a quattro remi, Sandro a poppa con un remo, Salvatore al centro con altri due , ed io a prua con il quarto. Andavamo veloci. A volte ci capitava di sfidare barche che avevano il fuoribordo e per brevi tratti gli tenevamo testa. Ci incamminavamo dappertutto, al Core, al Felice, a Lucia Rosa.

 

 

 

 

 

 

 

Quando eravamo fortunati avevamo in prestito da zio Peppino, padre di Sandro e maresciallo dell’Aereonautica che prestava servizio al Campo Inglese, un motore fuoribordo “Carniti” da 5 cavalli. Quante ne abbiamo fatte con quella barca, caricavamo fino a dieci persone tanto che navigavamo ad un palmo sopra l’acqua; ma erano altri tempi e non c’era il traffico di adesso con il relativo moto ondoso.

Una volta andammo in comitiva a fare il bagno alla Piana Bianca, eravamo a pieno carico, una diecina di persone.Si fece l’ora di rientrare e Salvatore, che era seduto sulla prua con le gambe fuoribordo, allungò i suoi piedi su uno scoglio per dare la spinta alla barca  mentre Sandro avviava il motore e ingranava la retro marcia. Ad un certo punto Salvatore si mise ad urlare “ U pupù! U pupù “ mentre gli altri  in coro gli rispondevano: “Salvatò, lascia perde ‘u purpo, ce ne stamme jenne. È ora di rientrare  “ Mitte ‘a prora ‘nculo a Giuda”, lui replicò: “ aggio perso u papuscio a mare”.

La Verbania è stata compagna di svago e di… lavoro. La mattina ci aggiravamo nelle acque del porto, tra le imbarcazioni che salpavano per la giornata di mare, con l’intento di “scaramare i ferri” che risultassero impigliati.  Salvatore restava in barca mentre io e Sandro andavamo sotto. Così, mentre io liberavo un’ancora, Sandro si preoccupava di incagliarne un’altra…era un lavoro a catena e ciò ci procurava laute mance che immancabilmente andavamo a spendere alla sera nella pizzeria “L’Ancora” del nostro amico Pasqualino.

Un’altra volta ci inventammo lo scherzo dello squalo. Salvatore, figlio e nipote di falegname, costruì una sagoma in legno a forma di pinna di squalo, la dipinse di grigio e poi con un intelligente sistema di contrappesi fece in maniera che la pinna andava a fondo o a galla a seconda di come noi dalla barca la trainavamo  e cioè con la lenza in bando la pinna andava a fondo, se invece la lenza era in tiro essa  veniva a galla; l’effetto era fantastico. Impressionava anche noi che l’avevamo costruita. In quei giorni a Ponza si diffuse l’allarme per l’avvistamento di uno squalo. Gruppi di sub si aggiravano armati di tutto punto per la cattura della belva marina. La Capitaneria di Porto allertò tutti i diportisti per il pericolo che veniva segnalato in ogni angolo dell’Isola. Ma siccome ogni cosa  non dura in eterno, anche il nostro scherzo finì,  a causa di un incidente di percorso. Trainavamo la pinna ad un centinaio di metri dalla barca mentre  procedevamo con il motore al minimo nella baia della parata, ma ad un certo punto l’imprevisto… Salvatore, che era al timone, fece un’improvvisa accostata per non andare sopra ad un galleggiante di una coffa, la lenza finì nell’elica, la pinna emerse di scatto e cominciò a pattinare sulla superficie dell’acqua finendo la sua corsa con un tonfo sordo sul fianco della barca. Fummo scopeti e solo grazie all’intercessione del famoso zio maresciallo riuscimmo a non avere conseguenze gravi dal nostro scherzo goliardico.

Negli ultimi anni della sua vita La Verbania è stata di mia esclusiva proprietà. Ricordo che la comprai da Giuseppe Tricoli per centocinquantamila lire. I primi tempi, non disponendo di un fuoribordo, andavo a remi, poi sempre grazie alla generosità di un altro zio, Gigino, che aveva un’officina meccanica dietro al distributore della Esso, ebbi in regalo un vecchio fuoribordo, un po’ malandato ma ancora efficiente. Una bella mattina di agosto ero in barca con il mio amico Adalberto e le nostre rispettive fidanzate, sotto il Fortino di Frontone, ad un certo punto il motore emise un rombo assordante, era andato fuori giri perché s’era sfilata l’elica. Presa dallo spavento, Silvana si aggrappò alle spalle di Adalberto conficcandogli le unghie nella pelle ustionata dal sole, il quale a causa del dolore, cacciò un urlo invocando la Madonna. Tornammo a remi in porto con lo sfottò degli amici per l’innovativa presenza di un motore fuoribordo a jet.

Mio padre usava la Verbania per andare a pesca, lui era un amante della traina a ricciole oppure a dentici. Usciva che era ancora notte per pescare i calamari per poi usarli come esca, e male che andasse la battuta di pesca potevamo sempre mangiare l’esca! Un giorno, nella tarda mattinata, entrò improvvisamente una buriana da ovest. In pochissimo tempo il cielo si annuvolò e un forte vento da ponente increspò il mare, obbligando  tutte le barche a rientrare precipitosamente in porto. Mentre la buriana era passata  con la stessa rapidità con cui era arrivata, di mio padre nessuna traccia nonostante fossero passate alcune ore. Tutti noi  di famiglia eravamo andati  sulla spiaggia di Sant’ Antonio in sua attesa.

Solo dopo un po’ di tempo  lo vedemmo arrivare, lentamente,  mentre vogava in piedi sulla barca. Mia madre appena lo ebbe a tiro gli allungò un sonoro ceffone per liberarsi di tutta la tensione accumulata in quelle ore. Lui ci spiegò che avendo fatto avaria il motore, si era rifugiato sotto il faraglione della Guardia, poi una volta calmato il vento, aveva chiesto ad una barca di passaggio il rimorchio fino in porto. Questi lo avevano lasciato sulla punta della scogliera e di lì alla spiaggia era venuto a remi. Alla domanda su cosa avesse pescato, mio padre non si scompose, aprì lo sportello di prua e tirò fuori un bottiglione di vino quasi vuoto: ”Ecco, questo è il pesce che ho preso oggi”. La Verbania, con l’usura degli anni, cominciò a fare acqua in maniera irreparabile. Tutte le cose terrene prima o poi hanno una fine e cosi è stato anche  per lei che adesso riposa sotto il Grottone della Torre, insieme a tanti altri vecchi legni; e pensare che ognuno di loro avrà storie simili da raccontare.

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