Voci di Ieri

Lontano da Ponza. Trova tutti gli articoli nel menù: “Storia”

Immagini

2009-07-19_12-33-50 l-04 u-29 k2-9 f-ab stradina

Un ragazzo ponzese in Miniera: dal caolino al carbone

Condividi questo articolo


di Antonio Usai

Visto che la storia della SAMIP è tornata con grande fragore alla ribalta in questi giorni su ponzaracconta,  penso che questo mio breve racconto, estratto da un libro di qualche anno fa, possa aiutare i più giovani a conoscere l’esperienza lavorativa di un ragazzo ponzese in miniera, all’inizio della guerra alla SAMIP e nel primo dopo guerra in Sardegna. Si tratta di un mio zio, Silverio Mazzella, classe 1925, ancora vivente, che proprio il giorno dell’entrata in guerra dell’Italia, il 10 giugno del 1940, appena quindicenne, prese servizio alla SAMIP dove rimase per due anni.

(…) Michelina, con i suoi trentasette anni era una donna ancora giovane, sposata con Salvatore, di sette anni più grande. Lavorava come bidella alla scuola elementare di Ponza e, oltre a Lucia, la primogenita, aveva altri cinque figli: Silverio, di 15 anni, Francesco di 10, Antonietta di 7, Emilia di 4 e Carlo in arrivo. La numerosa famiglia viveva in maniera dignitosa una vita fatta di sacrifici e di non poche privazioni.

      Non era facile, con un magro stipendio, maggiormente in tempo di guerra, coniugare il pranzo con la cena in un’isola dove le diverse fazioni in lotta per il potere badavano solo ai propri interessi mentre la povera gente emigrava copiosa in America in cerca di fortuna.

      Tra mille difficoltà e amarezze, Michelina e il marito avevano superato i difficili anni Venti e Trenta ed ora sembravano procedere con qualche speranza in più; i figli stavano crescendo e, nonostante la guerra, Silverio aveva trovato lavoro nella miniera di bentonite delle Forna.

(…) Finita la guerra, ovunque nel nostro Paese la disoccupazione rappresentava una vera piaga sociale e per i giovani ponzesi esistevano soltanto due possibilità: diventare pescatori e fare la fame per tutta la vita, oppure emigrare in America in cerca di fortuna.

      A Ponza, Silverio lavorava come pescatore, senza alcuna prospettiva di miglioramento e con una paga irrisoria.

     Nel marzo del ’47, s’imbarcò su un motoveliero di passaggio da Ponza e raggiunse Arbatax. Dopo una breve sosta in quella cittadina, dove viveva una nutrita colonia di pescatori ponzesi, Silverio proseguì il viaggio in treno per Carbonia. Nei giorni successivi vi trasferì la residenza anagrafica e si iscrisse all’ufficio di collocamento.

      In attesa della chiamata dalla Carbosulcis, per guadagnarsi da vivere Silverio fece il pescatore ad Arbatax, imbarcato sul peschereccio della famiglia Aversano.

      Dopo poche settimane, grazie all’interessamento di un medico amico, Silverio iniziò a lavorare in miniera con la qualifica di minatore. Il 30 aprile del 1947, alle ore sette del mattino, cominciò il suo primo giorno di lavoro. Si recò con largo anticipo davanti all’ingresso del pozzo di Monte Sirai per paura di fare tardi. Nell’apposito ufficio ritirò la cosiddetta medaglia che conteneva stampigliato il numero di matricola del minatore. Per ritirare la lampada che doveva sempre accompagnare il minatore nel lavoro in galleria dovette consegnare la medaglia ad un caposquadra che l’avrebbe conservata in un’apposita teca insieme a quelle degli altri minatori per la durata del turno di lavoro. Poi Silverio si diresse, senza alcuna esitazione, verso l’imboccatura della miniera che sembrava la porta verso l’ignoto. Dentro un montacarichi traballante a tre piani, in compagnia di altri operai dello stesso turno, il giovane pescatore di Ponza scese nelle viscere della terra, a cinquanta metri sotto il livello del mare. La gabbia, che portava su e giù i lavoratori lungo il pozzo, profondo circa cinquecento metri, impiegava alcuni minuti per compiere la sua corsa al buio, con la sola luce delle lampade dei minatori. Silverio rimase in galleria otto ore di fila a martellare la roccia e a riempire i carrelli di minerale, con una breve sosta per un frugale pranzo.

      A fine turno, i minatori, neri come il carbone, riconsegnavano la lampada, ritiravano la medaglia e venivano smarcati dal registro delle presenze in miniera.

      Silverio aveva già lavorato per quasi due anni (dal 10 giugno ’40 al 27 marzo ’42) nella miniera di bentonite a cielo aperto della SAMIP, alle Forna, ma il lavoro nelle gallerie della miniera di carbone, otto ore di fila senza neppure il sollievo della luce del sole, rappresentava un’esperienza del tutto nuova e massacrante.

      Nonostante ciò, Silverio si trovava meglio a Carbonia che a Ponza: rispetto alla vita che aveva condotto nell’isola natale, la città offriva maggiori opportunità di divertimento ed un salario discreto. Il contratto dei lavoratori delle miniere di carbone era di gran lunga migliore di quello dei lavoratori della SAMIP. L’estrazione della bentonite era stata catalogata tra le attività tipiche delle cave e torbiere, anziché delle miniere vere e proprie, proprio con l’intento di retribuire le maestranze con salari più bassi.

      Quando appena quindicenne iniziò il lavoro alla SAMIP, per raggiungere Le Forna, il centro abitato dove era ubicata la miniera di bentonite, sulla costa nord dell’isola di Ponza, a Cala dell’Acqua, Silverio usciva da casa al mattino presto e, insieme a decine di operai, sia d’estate che d’inverno, sia con il bello che con il cattivo tempo, doveva percorrere a piedi un viottolo sterrato lungo circa sette chilometri.

      Poiché una legge del tempo di guerra vietava alle navi di lasciare gli approdi nazionali una volta iniziato il coprifuoco, spesso gli operai della miniera erano obbligati a compiere due o tre ore di lavoro straordinario per riuscire a completare la caricazione del minerale prima del tramonto del sole, per evitare la partenza ritardata dei bastimenti, eventualità che avrebbe arrecato serie conseguenze ai conti economici dell’armatore.

      Terminata la lunga giornata di lavoro, per il giovane Silverio il calvario non si poteva dire finito: restava ancora da percorrere a piedi la strada di ritorno, illuminata soltanto dalla luna, quando c’era. In quel tempo, infatti, non esisteva alcun tipo di illuminazione pubblica sulla strada che collegava Ponza alle Forna. Nelle sere d’inverno, non si poteva contare neppure sull’aiuto di una lampada tascabile, un vero lusso per quei tempi, o di una lampada ad olio per non consumare il pregiato combustibile. I minatori rincasavano soltanto a tarda sera, affamati e senza più energie in corpo. Dopo cena, perciò, tutti pensavano soltanto al letto. Niente lussi e niente svaghi! La sveglia suonava prestissimo, alle quattro in punto, come tutte le mattine, tranne la domenica e le feste comandate quando si poteva poltrire nel letto fino alla tarda mattinata.

Condividi questo articolo

Devi essere collegato per poter inserire un commento.