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I Ponzesi vanno rispettati! (1)

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di Gino Usai

Egregio Sig. Pianigiani,

non so cosa siano i “tribal ricciuti” di cui parla. Lei forse voleva intendere “Trinariciuti”. Se è così sappia che appartengo anch’io a questa categoria che tanto la turba, come si evince dai suoi articoli sulla Samip pubblicati su Ponza Racconta.

L’aggettivo dispregiativo “trinariciuto” venne coniato dal giornalista satirico Giovannino Guareschi per indicare i suoi avversari politici, i comunisti. Ma eravamo nel 1948, era il tempo delle forti contrapposizioni ideologiche e tanta acredine si poteva capire. Mi sembra però che in lei il timore per i trinariciuti sia rimasto (insieme all’acredine) benché il ’48 sia passato da un pezzo.

E in qualità di trinariciuto (ex, ormai) le espongo quanto segue.

Non so se lei ha avuto modo di vedere il film di Taylor “L’Isola del dr. Moreau” pubblicato su questo sito dall’ottimo Silverio Tomeo. Se non lo ha fatto le consiglio di  prenderne visione, è un bel film, molto istruttivo. Se poi le avanza un po’ di tempo dia un’occhiata – sempre su questo sito – ai miei articoli a commento di quel film, intitolati “La casa del dolore”. Finirà per trovare interessanti gli esperimenti del dr. Moreau e ancor più – fuori dal film – i progetti del sig. Bill Weidner, un uomo d’affari americano che vuole mettere le mani sull’isola incontaminata di  Beigan, nell’arcipelago di Matsu, prospiciente Taiwan, per costruirvi un aeroporto, un megaresort con alberghi di lusso, casinò, centri sportivi e sale congressi, per un investimento di 2 miliardi di dollari. E per raggiungere il suo obiettivo, ha promesso a tutti i cinquemila abitanti dell’arcipelago uno “stipendio” di circa 2.200 euro mensili per i cinque anni successivi all’apertura del complesso. Con la speranza che nessun trinariciuto si frapponga.

Così forse le appariranno anche più chiari i concetti di “civiltà”, di colonialismo e di mancanza di rispetto dei territori, dei popoli e delle culture.

E forse riuscirà anche a capire che i Ponzesi vanno rispettati!

***

Con decreto ministeriale13 maggio 1937 alla SAMIP viene concessa, per la durata di 25 anni, la facoltà di coltivare nell’isola di Ponza il giacimento di caolino e silicati idrati di alluminio, utilizzabili per porcellane e terraglia forte, per cartiere e terre da sbianca.

Con successivo decreto del 1° Dicembre 1962, la concessione  – estesa per altro anche alla bentonite – viene rinnovata per la durata di anni trenta a decorrere dalla data del decreto stesso. La concessione è fissata su un terreno di293 ettari! La  società a sua volta è tenuta a informare, ogni quattro mesi, l’ufficio minerario distrettuale sull’andamento dei lavori e dei risultati ottenuti.

Dopo la sosta della guerra, a partire dal 1948, tutto sembra procedere tranquillamente

Ma il 7 febbraio del 1952 il deputato ponzese on. Ezio Coppa interroga il Ministro dell’Industria e del commercio Campilli  “Per sapere se sono a sua conoscenza i danni arrecati a numerose abitazioni (trenta) nella frazione Forni dell’isola di Ponza dagli irrazionali lavori di scavo della cava-miniera di bentonite e quali provvedimenti ritiene di adottare per dare una casa alle famiglie sloggiate dalle abitazioni pericolanti, dato che i dirigenti della cava-miniera non solo non intendono indennizzare i danni prodotti, ma si rifiutano di riconoscere di essere responsabili”.

Il ministro gli risponde (con una bella faccia di bronzo) che è a conoscenza  dei danni provocati alle 30 case lesionate ma che “L’entità di essi deve ascriversi, per la maggior parte, ai criteri seguiti nella costruzione dei fabbricati interessati che non rispondono ai precetti fondamentali della tecnica edilizia, considerato che le case lesionate non hanno fondazioni; sono costruite con materiali di scarsa coesione  e ad esse non sono stati  mai apportate opere di manutenzione, neppure ordinaria che avrebbero ovviamente  limitato le lesioni in atto” ma che comunque si sarebbe impegnato per far interrompere “la prosecuzione dei lavori in sotterraneo  ed imposto il riempimento dei tratti di scavo”

Così apprendiamo dal solerte ministro che le case venivano giù perché i ponzesi non sapevano costruirle! Sappiamo che questo non può essere vero perché i nostri maestri muratori erano bravissimi a costruire case a regola d’arte, calde d’inverno e fresche d’estate, con cortili assolati e “piscine” capienti. I tetti a cupola, tutt’oggi inimitabili, erano il loro capolavoro.

Cinque anni dopo, nella  seduta del 25 novembre 1957 alla Camera, l’on. Viola  chiede al Ministro dell’industria e commercio per sapere quali provvedimenti intenda adottare “per evitare che cittadini della frazione di “Le Forna” continuino ad essere danneggiati dalla SAMIP la quale, estraendo sostanze  minerali, danneggia  e abbatte fabbricati  senza curarsi di provvedere prima alla sistemazione  in luogo adatto e sicuro dei rispettivi abitatori. Quanto sopra chiede in considerazione del fatto  che su un totale di 20 case  danneggiate e rese inservibili, solo 4 proprietari hanno visto ricostruire le loro abitazioni, 7 soltanto sono stati indennizzati  con somme irrisorie  e i rimanenti 9  sono in lite con la società, la quale, con pretesti vari, elude i propri doveri : sicché famiglie, che con decreto di esproprio sono state costrette  ad abbandonare le loro abitazioni, vivono attualmente in case peggiori di quelle abbattute, prese in affitto dalla società stessa.” Denuncia infine che a Ponza il passo della normativa “non si possono fare scavi per estrazione di sostanze  minerarie a distanza minore di 20 metri  dalle abitazioni”  è completamente disatteso.

 Il sottosegretario di Stato Micheli, con identica faccia, risponde che “quando si lamentano danni ai fabbricati, trattasi o di casette preventivamente acquistate per poter procedere nei lavori, oppure di casette che sono state  danneggiate dai vecchi lavori “ante 1948”, in seguito a dislocazioni e conseguenti lesionamenti o a graduali successivi assestamenti de terreni.” e che comunque sono stati liquidati 18 abitazioni ne sono state ricostruite 5 e sono in corso di ultimazione 3.

Nella seduta del 21 novembre 1961 alla Camera l’on. Cervone interroga il Ministro della sanità Giardina “Per sapere se sia a conoscenza del gravissimo inconveniente lamentato, per la pericolosità ai fini igienici e sanitari, dalle popolazioni dell’isola di Ponza a causa delle polveri prodotte dal deposito di bentonite  della SAMIP” e per sapere “quali provvedimenti si intendano adottare per evitare il diffondersi della silicosi in questa popolazione.”

Il Ministro risponde che ha già provveduto “ad interessare le competenti autorità  comunali perché invitino la società ad attuare i seguenti  accorgimenti:

a – evitare la costruzione di altri spiazzali  di essiccamento e di mescolamento  della bentonite con carbonato sodico oltre a quello già esistente vicino allo stabilimento, evitando la dispersione della polvere con teloni protettivi soprattutto quando i venti dominanti di ponente sono forti (…);

b – migliorare la filtrazione dei vapori che trascinano le polveri nella ciminiera (…);

c – vietare l’espulsione violenta durante la notte da parte degli operai dei vapori della ciminiera, al fine di eliminarne l’eventuale intasamento o l’innalzamento pericoloso della pressione delle caldaie;

d – innaffiare tutte le strade e massicciata  nell’ambito della zona mineraria almeno una volta e, se necessario, anche due volte al giorno d’estate: tale accorgimento non permette che si sollevi  minimamente un granello di polvere.

Si assicura, infine, che questo Ministero non mancherà di svolgere la più attenta vigilanza perché siano realizzati i suddetti adempimenti.”

Sappiamo che non fu esattamente così, perché col passare del tempo il fenomeno della polverizzazione diventò devastante, sino ad arrivare agli anni Settanta con una situazione del territorio completamente compromessa.

Gino Usai

(Continua)

 

 

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