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Il sogno di Ernesto

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di Giuseppe Mazzella

 

Non è facile parlare della scomparsa di una persona che è stato il mio maestro elementare in anni ormai così lontani che sconfinano nel ricordo di una Ponza quasi mitica. Ernesto Prudente alla fine degli anni Cinquanta è stato mio maestro alla quarta e alla quinta elementare a Le Forna, in un’aula gremitissima e sobria (eravamo oltre quaranta alunni) in cui entravano a stento la lavagna e la scrivania. Ricordi che si perdono tra nostalgia e rimpianto.

Poi gli anni successivi, dovendomi spostare fuori l’isola per continuare gli studi, il saluto al maestro che restava, le sue raccomandazioni di “non fargli fare brutta figura”, il ritorno, gli auguri nelle feste di Natale e di Pasqua, tutto faceva parte di un rito che noi alunni compivamo con affetto. E via così per una vita. Al rientro a Ponza il saluto al maestro era d’obbligo e lui, con i suoi occhi vivi e penetranti, misurava la nostra crescita non solo fisica. E poi la maturità e il parlarsi con il tu. Estate dopo estate quell’antico legame diventava sempre più vivo. Appena arrivato, era per me piacevole e quasi necessario passare a salutarlo al Welkom’s. Lo trovavo immerso nella lettura dei giornali o di un libro, o impegnato in vivaci discussioni con amici ponzesi o “del continente”, alle quali mi associava, imponendomi di sedermi a prendere un caffè. E quasi ogni volta era già pronto il suo ultimo libro con dedica che mi offriva  con affetto e anche con una certa timidezza. Due decenni operosi che in parte trascorreva a Palmarola (di cui si era autonominato Principe) e nel cui silenzio magico vergava i suoi fogli che si trasformavano ad ogni estate in un una nuova opera. Pur non essendo uno storico, aveva cominciato a raccogliere tutto quello che era possibile delle testimonianze sulle nostre isole: antiche carte, libri, mappe, reperti geologici e archeologici. Era come se anche la pietra più umile e insignificante (ma di Ponza) fosse dotata di un alone e continuasse a risplendere nei lunghi, difficili e isolati inverni isolani. Nella sua casa-museo, quando andavo a fargli visita, mostrava con orgoglio le sue raccolte, vero tesoro per le future generazioni. E si lanciava a raccontarsi ogni volta il suo sogno, che ricordava periodicamente sui suoi libri, quello di dare vita ad una biblioteca ponzese partendo dalla sua raccolta, una raccolta che si potesse arricchire continuamente anche dopo la sua morte. Un sogno sulle cui modalità restava però ancora troppo incerto. Oppure su cui aveva preso delle decisioni di cui ancora non sappiamo. Un sogno che ci auguriamo possa diventare presto una realtà e che dovremmo fare nostro.

 

Giuseppe Mazzella

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