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Memorie da un viaggio in Terrasanta (8)

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8° giorno

L’aurora di quest’ultimo giorno rischiara Gerusalemme con una luce rosata; c’è silenzio nell’aria, solo echi di suono giungono ovattati dalle stradine della città vecchia. Con calma mi preparo per affrontare le ultime visite ai luoghi sacri. Mentre riunisco in una borsa gli oggetti acquistati e le piccole pietre raccolte nel deserto e nel Giordano, una strana malinconia mi prende al pensiero di dover lasciare questa terra benedetta da Dio e maledetta dalla stoltezza dell’uomo; mi conforta però la consapevolezza di aver fatto un cammino alla ricerca di un Dio rivelato da testimonianze geografiche, bibliche e spirituali sopravvissute a millenni di storia tormentata.

Oggi è la giornata dello Yom Kippur, la festa ebraica più importante che risale a Mosè, scandita nelle sinagoghe da varie preghiere e dal racconto commemorativo dei riti che il sommo sacerdote compiva nel Tempio. Tutti i luoghi e siti ebraici sono interdetti alle visite e nessun veicolo può circolare, pertanto dovremo affrontare il programma spostandoci a piedi anche per lunghi percorsi.

Ci incamminiamo al fresco del mattino per le stradine del quartiere ebraico in direzione del Muro Occidentale; ovunque incontriamo gruppi di ebrei osservanti in abito tradizionale, con curiosi riccioli ai lati della testa e le frange che fuoriescono dalle giacchette nere. I rabbini, che indossano un cappello a falda ampia e con i libri sacri sotto il braccio, si affrettano a raggiungere la grande Sinagoga sul piazzale del Muro dove un alto recinto impedisce questa volta l’accesso e la vista ai turisti.

Facendoci largo in quel piazzale tra la folla dei curiosi, ci affrettiamo verso un passaggio sopraelevato che conduce alla spianata sovrastante il Muro. All’ingresso della spianata, dove una volta sorgeva il Tempio biblico giudaico, oggi luogo islamico, affrontiamo la suscettibilità dei guardiani arabi verso qualche scollatura o lunghezza d’abito (per loro) troppo osé. Superato l’esame, tra sommesse proteste di alcune donne per le pashmine imposte loro nonostante la calura tipica, entriamo finalmente in un’area con ampi spazi verdi ombreggiati da cipressi ed ulivi. La guida ci indica, all’estremità meridionale, la moschea al-Aqsa, che vuol dire remotissima in quanto è il luogo più lontano dalla Mecca dove Maometto sarebbe stato miracolosamente trasportato una notte.

       Anticipando il gruppo, mi avvio in direzione opposta per ammirare, stagliata contro il cielo, la superba sagoma della cupola d’oro della cosiddetta Moschea di Omar, in arabo Qubbet as-Sakhra, ‘cupola della roccia’. Ai quattro lati della moschea, corrispondenti ai quattro punti cardinali, si trovano eleganti colonne che formano quattro archi moreschi chiamate dai musulmani mawazin, ‘le bilance’. Qui, secondo la tradizione, otto angeli vi sospenderanno le bilance per pesare le anime di tutti gli uomini al giudizio finale. Approfitto delle bellissime inquadrature per fotografare, poi oltrepasso le ‘bilance’ e mi fermo ad ammirare la bellezza estetica della grande cupola d’oro eretta  sopra un edificio cubico intarsiato di mosaici blu, turchesi e oro a disegni geometrici, secondo me uno dei più suggestivi  dell’ architettura araba.

Dalla spianata proseguiamo alla volta del Monte degli Ulivi camminando lungo il parco archeologico dell’Ofel (sito della primitiva Gerusalemme, la vecchia Sion o ‘Città di Davide’) dove, fortunatamente, alcuni alberi offrono un po’ di riparo al sole che picchia implacabile.

Un poco affaticati affrontiamo la salita al Monte degli Ulivi dove Gesù andava spesso a riposare o a passarvi la notte. In uno spazio recintato con muro a secco e con una grotta adattata ad abitazione, si trovava un tempo un frantoio detto Getsemani (letteralmente ‘pressoio per olio’). E’ in questo luogo che … Egli fu tradito dal discepolo Giuda e consegnato ai soldati del Sinedrio. 

Entriamo nel Giardino come in un’oasi e mi distacco un po’ dal gruppo.  Resto a guardare quel luogo in religioso silenzio, assaporando l’atmosfera di pace, mentre il pensiero corre indietro nel tempo. Dentro un recinto, intorno al quale si muovono i pellegrini, ci sono otto ulivi secolari dai tronchi maestosi e contorti, pietosi testimoni della tragica e oscura notte del tradimento di Gesù… Con emozione mi chino a raccogliere furtivamente una foglia d’ulivo   riponendola come una preziosa reliquia; mi soffermo ad osservare i giochi di luce tra quei rami appena mossi da una leggera ventilazione: raccontano muti la vicenda dell’Uomo che amava rifugiarsi in quel luogo di silenzio e di pace violato una notte da sinistri bagliori di fiaccole e da passi concitati di soldati urlanti.

 Gesù, come hai potuto soffrire in quel modo? In ragione di quale sublime, sconfinato amore per l’umanità intera…?

La nostra guida ci richiama per andare a celebrare la Messa in una piccola area predisposta oltre il Getsemani. Sotto il cielo terso di Gerusalemme appena striato di bianche velature, davanti al bellissimo panorama con la cupola d’oro stagliata sul profilo della città, abbiamo letto il Vangelo di Matteo sul mistero della notte del tradimento di Gesù, mentre nell’aria si diffondevano i rintocchi delle campane dell’Angelus sovrapposti all’eco prolungata del canto del muezzin.

Al ritorno l’ itinerario è previsto attraverso il quartiere arabo lungo la via Dolorosa, il percorso fatto da Gesù sotto il peso della croce sino al Calvario. Ancora oggi la via Crucis viene percorsa dai pellegrini ad ogni ora (specialmente il venerdì alle 15) in mezzo a gruppi di turisti vocianti e agli sguardi indifferenti dei commercianti arabi intenti alla vendita delle loro mercanzie lungo i margini del percorso. Immagino un simile frastuono di voci e rumori attraverso il quale il Signore, sotto il peso del suo patibolo, si avviava a compiere il supremo sacrificio.

Le ultime stazioni ci riconducono al Santo Sepolcro. Abbraccio con lo sguardo il cortile raccolto visitato all’alba del secondo giorno di pellegrinaggio: ora la luce dorata del tramonto traccia una linea diagonale sulla facciata illuminando la parte superiore del Tempio e il campanile di una calda tonalità che risalta nel cielo limpido del crepuscolo mentre lascia in ombra la parte inferiore e il piazzale brulicante di gente. Emozionata di essere lì ancora una volta, entro nel luogo più santo di tutta la terra.

Mentre il gruppo si compatta dietro la guida per non disperdersi nel continuo e fitto viavai della gente, mi attardo solo un attimo alla Pietra dell’Unzione, cosparsa di olio di Nardo, per toccarla e sentire ancora il dolce aroma, poi mi unisco agli altri per concludere la via Crucis, sorprendente esperienza che ci riporta, dopo duemila anni, a ripetere gli stessi gesti e ripercorrere gli stessi luoghi di Gesù.

Siamo lasciati liberi nel santuario per la preghiera personale e con i miei mi dirigo subito alla Rotonda costantiniana o Anastasis (‘Risurrezione’), al centro della quale si trova l’aedicula (casetta) dove è conservato il s. Sepolcro.

Una lunga fila di pellegrini si snoda lenta attorno all’edicola la cui facciata è decorata da quadri e carica di lampade pendenti di stile copto-ortodosso; l’effetto di cattivo gusto è appesantito dai puntelli di travi d’acciaio sistemati ai lati in segno di urgenti restauri; ci accodiamo e aspettiamo con pazienza il nostro turno mentre è viva l’emozione di poter vedere il luogo dove si è manifestata la potenza di Dio nella resurrezione del Figlio. Il lento procedere mi induce ad alcune riflessioni sulla sacralità del luogo dove sto per entrare: di tutta la Terra Santa Gerusalemme è il centro, di Gerusalemme il punto focale è l’Anastasis il cui fulcro è il s. Sepolcro, il luogo santo nel quale Cristo fu sepolto e dal quale risuscitò vincendo la morte.

Finalmente è il mio turno e, col fiato sospeso, varco la soglia. Nella prima stanza, detta la Cappella dell’Angelo, vedo una pietra squadrata sulla quale, dice  il Vangelo, stava seduto l’Angelo davanti alla tomba ormai vuota di Gesù. Al di là della pietra c’è una porta alta poco più di un metro che obbliga a chinarsi per entrare: nella piccola stanza dove fu deposto il corpo di Gesù mi inginocchio davanti al banco di pietra chiuso da una lastra di marmo e istintivamente vi allungo sopra le braccia e appoggio la fronte sul bordo  avvertendo un piacevole refrigerio al contatto. Mi lascio avvolgere dall’atmosfera di silenzio e di pace, mi commuovo e piango nel desiderio di abbracciare il corpo di Gesù non più presente materialmente ma ormai rivelato nell’amore… Io sento in me la tua pace…Non conta più lo spazio e il tempo: è scesa qui l’eternità. 

Uscita poi dalla piccola stanza, indifferente al brusio e al continuo flash di telecamere e cellulari, intuisco il perché del richiamo di folle da ogni parte del mondo, capisco perché queste pietre hanno attraversato venti secoli di storia.       Ancora assorta nei pensieri,  cerco con lo sguardo i miei e ci ritroviamo commossi e pieni di meraviglia per aver sfiorato il Mistero.

La giornata volge al termine e con essa il nostro pellegrinaggio. Domani partiamo dalla terra di proprietà di Dio con il cuore colmo di sensazioni nuove ed antiche suscitate dalla conoscenza di questi luoghi meravigliosi ed unici per il profondo significato che riguarda ciascuno di noi e l’intera umanità.

Secondo un detto orientale, anche i luoghi hanno un’anima e la città Vecchia di Yerushalaym possiede uno speciale significato. Tra le sue strette vie affollate di gente, di mercati, di odori di spezie ed essenze, gli ebrei si identificano nel Muro Occidentale, i musulmani nella Cupola della Roccia mentre i cristiani, percorrendo la Via Dolorosa che converge alla Basilica del Santo Sepolcro,  ritrovano qui le radici che sono origine e fine della storia dell’uomo. E’ con il cuore della fede che il pellegrino cristiano, entrato nel Santo Sepolcro, crede fermamente che in quello spazio angusto ci siano stati i luoghi della Passione di Gesù e che è questo il luogo che ha giocato un ruolo così importante lungo i secoli nella storia dell’umanità.

 (Fine)

Claudia Polla Mazzulli

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