Ambiente e Natura

Memorie da un viaggio in Terrasanta (7)

 

di Claudia Polla Mazzulli

 

Per le precedenti tappe del viaggio digita: Terrasanta – nella colonna di sin. del frontespizio, in basso: CERCA NEL SITO

7° giorno

Quasi al termine di questo straordinario viaggio in Terrasanta, di prima mattina lasciamo la Galilea per fare ritorno in Giudea verso Gerusalemme, attraverso il Ghor, la valle del Giordano. Durante il viaggio cerco di fissare nella mente il paesaggio, aspro e deserto, poi fertile e verdeggiante, che vedo scorrere dal finestrino. Leggo sulla guida le bellissime parole tratte dalla Bibbia su questaterra antica che emerge alla storia progressivamente”:…terra di torrenti e sorgenti che scaturiscono dagli abissi nelle valli e sulle montagne, terra di frumento, orzo, viti, fichi e melograni, terra di uliveti e miele… che si abbevera dell’acqua della pioggia del cielo, una terra di cui ha cura il Signore tuo Dio.  

Resto immersa nei miei pensieri mentre il pullman prosegue la sua corsa lungo la depressione del mar Morto in direzione di Qumran, importante sito archeologico e luogo di ritrovamento di preziosi e antichissimi reperti tra i quali i manoscritti ebraici su rotoli di rame.

Arrivati a destinazione, scendendo dal pullman, un’ aria rovente ci investe lasciandoci senza respiro: è il vento che spira dalle alture aride del deserto di Giuda che si perdono verso la sponda nord-occidentale del mar Morto. Di fronte a noi si intravedono i contorni degli scavi di Khirbet Qumran.

Mentre il gruppo si accoda lentamente dietro la guida in direzione dell’area archeologica, mi soffermo a guardare il Mar Morto. Il colore dell’acqua, di un azzurro chiaro opalino, non ha nulla a che vedere con le ricche e stupende sfumature del mare di Ponza, che vanno dai verdi cangianti ai turchesi e ai vari toni del blu. Questo colore è di un insolito azzurro opalescente che da un tono intenso sfuma più chiaro in lontananza e affascina per le peculiari caratteristiche chimiche che ne determinano l’aspetto e il nome. La forte concentrazione di sali di cloruro di magnesio e sodio, provenienti in massima parte dalle sorgenti salate del Ghor e dal Giordano, danno un sapore amaro alle acque e impediscono ogni forma di vita causando la morte dei pesci trasportati dalla corrente, ma  conferiscono anche il meraviglioso colore delle acque. Consapevole del fatto che non riuscirò a rendere in foto quelle sfumature di azzurro perlaceo, faccio qualche scatto e, ansimando per la calura, mi affretto a raggiungere il gruppo.

Le rovine di Khirbet Qumran si trovano su un’altura a terrazza da dove si osserva da un lato il Mar Morto e dal lato opposto delle imponenti pareti rocciose stratificate da cui si distacca un costone con grotte caratteristiche in alcune delle quali furono ritrovati i Rotoli di rame ben conservati con incisi i caratteri quadrati ebraici.

Mentre la guida prosegue con le informazioni storiche, osservo intorno a me gli scavi sparsi sull’altura. Resti di muretti perimetrali levigati dal tempo e dal vento del deserto che soffia caldo e implacabile sin dalla notte dei tempi ma che ancora non ha cancellato le tracce di antiche civiltà tra le quali una vasca per le abluzioni rituali con i piccoli gradini per l’accesso ad un primo bacino per il lavaggio dei piedi e l’ampia scala che scende nella vasca principale per l’immersione completa. Per il popolo giudaico in generale, e per gli Esseni in particolare, le abluzioni costituivano una ritualità essenziale nell’osservanza della Legge. Prima di andare, abbraccio con un ultimo sguardo le grotte scavate nella roccia e le rovine, mute testimoni della civiltà passata, sullo sfondo dei riflessi argentei di quel mare inospitale e magnifico; penso a quali supreme ragioni abbiano potuto spingere un popolo a scegliere di vivere ai margini del deserto e presso quelle acque inospitali…

Al refrigerio dell’aria climatizzata del pullman, ritrovo l’energia per affrontare l’ultima tappa prima di raggiungere Jerushalàyim. Man mano che procediamo a sud di Gerusalemme, il paesaggio comincia a mutare aspetto lasciando dietro di noi il colore sfumato della zona desertica. Proseguiamo verso Hebron (città araba dove è custodita la Tomba dei Patriarchi) in mezzo ad una campagna fertile e verdeggiante di viti, fichi e melograni, come descritta nella Sacra Scrittura.

Come un miraggio Hebron appare adagiata in una conca circondata da verdi colline. Le sue bianche case coronate da cupolette facilmente mi ricordano le case dai colori pastello di Ponza raggruppate sulle alture dell’isola.

Siamo in territorio palestinese e anche qui, come a Betlemme, dobbiamo passare al check-point. I soldati irrequieti e armati fino ai denti danno filo da torcere alla nostra brava guida che, con il suo inglese misto all’arabo, sorridendo e gesticolando, dice che siamo “Italian pilgrims-Italkì”. Ci lasciano passare solo dopo che un giovanissimo militare, con il mitra spianato, passa in rassegna il pullman scrutandoci attentamente; guardo il suo gradevole viso allungato dai caratteri mediorientali sorridendogli tranquilla, e mi intenerisco quando lui ricambia con un rapido sorriso imbarazzato.

Alla fine otteniamo solo di entrare a piedi e sotto scorta armata per visitare l’antico edificio che custodisce gelosamente il sepolcro di Abramo, Patriarca biblico sacro anche ai musulmani che lo chiamano Al Khalil, l’amico di Dio. Si tratta di un complesso architettonico, al cui interno si trovano la Moschea e la Sinagoga, costruito con massicci blocchi di pietra da Erode il Grande su cui si eleva un muro merlato in stile arabo con due minareti.

Entriamo alla spicciolata e provo un senso di pace all’idea che almeno in questo luogo arabi ed ebrei sono finalmente uniti nella venerazione degli antichi Patriarchi sacri alle due religioni, anche se in forte contraddizione con la realtà di Hebron, territorio palestinese presidiato da Israele e luogo di frequenti scontri armati. Mi soffermo con le mie riflessioni ad osservare i monumenti funebri dei patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe e delle loro mogli, ricoperti da bellissimi drappi di seta verde e rossa ricamati in oro.

Un salmodiare indecifrabile e di sapore antico ci richiama verso la sinagoga dove ci permettono di entrare invitandoci al silenzio. Attraverso griglie metalliche finemente intarsiate a motivi floreali, osservo figure vestite di bianco che si dondolano nella tipica maniera ebraica mentre recitano i versetti della Torah. Al dolce suono di nenia con discrezione scatto alcune foto.

La visita alla moschea ci viene concessa con l’obbligo di togliere le scarpe e indossare (le donne) delle lunghe palandrane con cappuccio scolorite dal tempo e intrise di odori stantii. Storcendo un po’ il naso, mi affretto ad entrare nella vasta stanza circolare piena di tappeti per la preghiera, ornata di colonne e decorazioni arabe.

All’uscita, prima di raggiungere il pullman, mi fermo ai servizi per rinfrescarmi e una ragazza araba sorridente mi porge un vassoio con delle salviettine profumate. Ringrazio in inglese e le sorrido a mia volta. E’ molto giovane, è avvolta in un lungo abito grigio, il viso morbido incorniciato dal velo chiaro, gli occhi scurissimi. E’ gentile e premurosa, mi chiede se sono inglese e quando le rispondo che sono italiana si accende di entusiasmo dicendo che gli italiani sono buoni e gentili e per questo molto apprezzati dalla popolazione araba. La ringrazio e, mentre preparo una piccola mancia, mi chiede come mi chiamo. Le dico il mio nome e lo ripete due volte sorridendo. Mi colpisce il suo atteggiamento umile e remissivo, provo tenerezza e compassione per la sua condizione di povertà e per quel misero lavoro. Le domando a mia volta il suo nome ma non lo capisco, allora aggiunge che in inglese suona come dream. Mi piace e le dico che in italiano vuol dire sogno. Le lascio un dono più consistente e lei mi abbraccia forte piangendo e ringraziandomi. Ricambiando il suo abbraccio, scopro con stupore quel sentimento antico di amore universale che supera ogni barriera di divisione umana e che ha origine dal vero Amore.

Con commozione auguro alla mia giovane amica araba tutto il bene e ci promettiamo di pregare l’una per l’altra. Mi affretto a raggiungere il gruppo e, sotto lo sguardo stupito dei soldati, mi volto e lei mi saluta con un gesto della mano.

Sul pullman incrocio lo sguardo interrogativo di mio marito e io gli dico semplicemente che mi sono fermata a salutare mia sorella. Mentre partiamo mi volto a guardare dal finestrino provando una stretta al cuore nel vederla ancora là, piccola figura solitaria, rammaricandomi di non averle fatto una foto da conservare.

Ciao Sogno, sono contenta di averti trovata e se anche non ci vedremo più i nostri cuori si incontreranno guardando le stelle. Il Signore di tutti noi ci benedica sempre nel Suo amore!

 

Claudia Polla Mazzulli

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