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Una voce da Le Forna

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di Sandro Vitiello

 

Leggo con grande interesse il dibattito su Ponza e Le Forna e mi permetto di scrivere un mio pensiero.
È un dato di fatto che chi ha avuto la possibilità di abitare la nostra isola prima degli altri ha scelto un luogo più ospitale, che permetteva un più facile accesso al mare, maggiore sicurezza nel custodire le imbarcazioni e qualche manufatto di epoca romana che ha facilitato il primo periodo di vita sull’isola.
Chi è arrivato dopo aveva meno risorse; è stato relegato alla periferia dell’isola e ha fatto tanta fatica a sopravvivere.
Il nonno di mio padre, ad esempio, partiva tutti i lunedì mattina da casa, ’ngopp’u’ Schiavone, a Le Forna, per andare a dissodare la collina del Fieno insieme ad un gruppo di suoi amici, alle dipendenze di proprietari terrieri della zona.
Dormiva per quasi una settimana in una grotta peggiore di quella in cui aveva lasciato la famiglia e tornava a casa il sabato sera.
Era la condizione comune a tanti abitanti della zona a nord dell’isola.
Storie di 150 e passa anni fa?
È vero ma il carattere di una comunità si forma anche sulla memoria.
Quella che è stata la classe dirigente dell’isola abitava al porto; quelli che sapevano tenere in mano una penna abitavano al porto e quanti avevano bisogno di loro vivevano con soggezione e rabbia questo rapporto.
Basti andare con la memoria ai tempi della “Cassa per il Mezzogiorno”.
E’ stata una opportunità utilizzata essenzialmente da chi la conosceva: soprattutto al porto.
Il turismo ovviamente è stato un grande strumento di crescita per l’isola ma Le Forna ne ha beneficiato relativamente e solo in epoca recente, quando al porto erano in ‘overbooking’.
Quello che stupisce è che quest’isola ha comunque avuto diversi sindaci di origine Fornese eppure le difficoltà della parte nord dell’isola sono state oggetto sempre di risposte sporadiche e mai parte di un progetto globale che potesse cambiare il corso della storia.
Cosa fare?
Come scrive Mimma, Le Forna ha bisogno di un porto che permetta una crescita significativa della sua economia. Ha bisogno di un porto che sia però parte vissuta di chi vi abita.
L’errore peggiore del male sarebbe quello di farne un’entità a parte rispetto al paese.
Ha bisogno di veder ridisegnato un suo centro storico. La Chiesa e la strada che le passa vicino in estate sono un cunicolo che mette in pericolo i pedoni che vi passano.
C’è bisogno di comunità.
È una contraddizione il fatto che i fornesi pur essendo quelli più attaccati all’isola e che passano in maggior numero l’inverno sopra questi scogli sono anche quelli che hanno una maggiore rissosità tra di loro; una micro-conflittualità diffusa vi è endemica. Su questi aspetti c’è ancora molto da lavorare…
Io credo che se si riesce a immaginare prima e realizzare poi un percorso di crescita per la comunità di Le Forna, questa possa poi ragionare e sviluppare sinergie con le attività e la vita di Ponza Porto.
Ad oggi vedo ancora troppi ragazzi di Le Forna andare a lavorare al porto e mi viene da pensare al mio bisnonno.

P.S. – Nell’immediato non sarebbe male decentrare qualche attività amministrativa, casomai nella palazzina del nuovo ufficio postale.

Sandro Vitiello

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