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“La sposa vermiglia”, di Tea Ranno (3)

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di Lorenza Del Tosto

per le puntate precedenti, leggi qui e qui

 

“Il bellissimo personaggio del farmacista, che si adopera per salvare Vincenzina dal suo fato, è un simbolo di coraggio. Di un coraggio tutto speciale, forse l’unico possibile in determinate circostanze”.

“Il farmacista è un personaggio che amo tanto. Succede a volte di incontrare un essere caro laddove non aspettavamo di trovarlo. È l’uomo deluso dalla vita, che legge, sa, cerca. Ha il coraggio di opporsi al fascismo. Usa la solitudine per riflettere. E possiede nella sua farmacia una sorta di stanza segreta. È ‘la stanza del sole’, è il sole che ha dentro e condivide con i pochissimi  a cui è concesso di entrare. È il luogo della bellezza e dell’intelligenza. Dove per Vincenzina, che vi si è rifugiata, Filippo diventa vivo. Infatti nella stanza del sole è possibile dare vita a qualcuno che non c’è”.

“Sono luoghi ricorrenti nei tuoi romanzi: la stanza del sole ricorda la stanza della torre di ‘Cenere’. Posti segreti dove si riversa l’anima nascosta di un personaggio”

“È vero. Sono in qualche modo una rappresentazione dell’anima. Adesso sto leggendo Jung e vi ritrovo il significato di quei luoghi che all’epoca, quando ne ho scritto, ignoravo. Le stanze sono la proiezione di una parte intima capace di grande bellezza. Sono proiezioni di un’interiorità. La stanza del sole (con i suoi strumenti) è la proiezione dell’inconscio del farmacista dove prevale la luce della ragione, una luce calda. È una stanza privata, accessibile solo ai pochi che hanno creato con lui un rapporto profondo. Ed è anche il suo spazio di fuga dove Vincenzina lo incontra.”

“Il farmacista è deluso dall’amore. L’amore tra Filippo e Vincenzina è al centro del romanzo, ma attorno hai voluto dispiegare, con gli altri personaggi, altre varianti dell’amore in parte più dolorose”

“Perché l’amore possiede un’infinità di sfumature e mi sembrava triste  lasciare che prevalesse solo una possibilità.

C’è la violenza e c’è la tenerezza.

Anche Ottavio Licata, nella sua anima brutale, è tenero. O può esserlo.

E ci sono le donne che si innamorano di lui. Sua cognata e Melina Sollima, la prostituta. Lo desiderano perché lui rappresenta il maschio, il potere, i soldi. Il suo è un amore brutale che soddisfa il bisogno di sottomissione. Mi affascina il personaggio della prostituta, del corpo offerto scollegato dall’emozione. Anche se l’emozione ritorna. E riaffiora in lei l’istinto materno. Melina cercherà di proteggere Licata fino all’ultimo.

C’è chi dall’amore è ferito in modo irrimediabile e per sempre.

La stessa Vincenzina sogna Filippo che le dice di non consegnarsi mai ad un uomo.

C’è una parte di Vincenzina che si consegna all’amore e una parte di lei più prudente, più consapevole che sa che la vita non è solo sogno. Una parte  si ribella, una parte del cuore ti dice stai attenta.

Ci sono tante anime nell’amore. Poi, per ognuno di noi, una parte prende il sopravvento e le altre rimangono in sordina. Ed è la parte che prevale a determinare le nostre azioni. Le nostre decisioni.

Anche se poi non sempre riesci a seguirle. A volte il corso della vita te lo giochi in pochi minuti. E non sempre sai che te lo stai giocando.

Come nel finale del romanzo. Nella concitazione finale, Vincenzina prende la sua decisione, tanti sono pronti ad aiutarla, ma poi altri fattori, esterni, prevalgono”.

“Parliamo della struttura. Leggendo il tuo romanzo sembra di guardare un grande affresco. Dove la scena centrale è contorniata da un brulicare di vita attorno. Di figure intraviste solo una volta ma che rimangono impresse per sempre nella memoria”.

“Perché la vita è così: mentre viviamo, mille cose accadono attorno a noi che, impegnati a vivere, non cogliamo la complessità di ciò che ci circonda Un osservatore esterno invece vede tutto. È il grande potere della scrittura onnisciente che può sfruttare appieno la  ricchezza che ci fluisce intorno, il complesso intrico di relazioni ed eventi”.

“E lo stesso vale per l’uso contiguo dei tempi: passato, presente e futuro”

“Sì ho sentito il bisogno di raccontare il passato attraverso il presente. Il passato era così magmatico e irruento, un flusso bollente da cui avevo bisogno di tirarmi fuori ogni tanto per prenderne le distanze. Il presente dell’autrice, della signora che viene da Roma, permette di vedere cose del passato che allora non si potevano vedere. Il futuro è venuto fuori così all’improvviso. Perché questa storia l’ho raccontata in primo luogo a me stessa, durante una lunga convalescenza. Il passato è il 1926, il presente è il 2009 e il futuro è comunque limitato, è una fetta di tempo che va dal 1926 al 2009. Un futuro conchiuso che è già passato.”

“Il tema del passato, di cose che non ci sono più, ricorre sempre in te. Scrivi per ricordare un mondo che ora è scomparso. La signora di Roma nel romanzo dice che ci sono libri di memoria e libri di denuncia. Il tuo è un libro della memoria, ma anche la memoria è denuncia”

“Sì io parlo di un mondo, di una Melilli, che per certi versi non c’è più. Il mondo prima dell’impianto della raffineria di petrolio che a partire dagli anni ’50 ha creato nella mia zona uno dei più grandi poli petrolchimici italiani.

Io racconto quello che era prima: una zona ricca di giardini. I giardini per noi sono limoneti e aranceti. Era la zona dei cento pozzi di acqua dolce vicino a Melilli. Era un paradiso con un’economia unicamente agricola. Poi è arrivata l’industria e non si è badato a molte cose: hanno sventrato la zona archeologica di Megara Iblea. Non gli è importato nulla. Però questo ha portato ricchezza. Negli anni ’60, così si diceva, così io sentivo dire, Melilli era il comune più ricco d’Italia. La Esso dava stipendi favolosi, regali per i figli.  C’era, mi raccontano, chi per uscire la domenica a passeggio si metteva  la tuta della Esso: come a dire sono un buon partito. E quella ricchezza, come in tante altre parti d’Italia, ha portato alla cementificazione selvaggia. Si distruggeva tutto per costruire sempre nuove case.

E l’industria tira ancora. Ancora oggi. Anche se ci sono zone di archeologia industriale. Il tenore di vita è alto, ma è altissima anche l’incidenza di mortalità per cancro.

L’industria ha cambiato tutto: il paesaggio, ma anche il panorama olfattivo. E per me è insopportabile. Scrivendo voglio ritrovare il mondo come era prima. Per questo, anche, le mie storie sono piene di dettagli, di descrizioni. Come i dettagli nella preparazione del matrimonio. E la cunzata del letto. Qualche giorno prima del matrimonio, le amiche della fidanzata vanno a “cunzare”  il letto degli sposi, e non si privano del piacere di combinare scherzi: fare il sacco con il lenzuolo, cospargerlo di borotalco, di confetti… L’intento originario era quello di ritardare quanto più possibile il momento della consumazione del matrimonio. E’ una tradizione che ancora si conserva, altre le cerco nella memoria…

La mia scrittura ricorda e denuncia. Denuncio lo scempio e denuncio anche un certo tipo di Chiesa, quella che non si preoccupa dell’evangelo, dei precetti consegnati dal Cristo. Eppure io sono cattolica praticante, ma mentre scrivevo questo libro in televisione si raccontavano tante cose sulla Chiesa, sui preti pedofili e sono onte che non possono essere taciute. La chiesa bella come io la intendo è carità prima di tutto, limpidezza, tensione verso un Altrove di speranza. Ma c’è sempre il rovescio di ogni medaglia”

La tua  scrittura denuncia e crea anelli di tempo. Può ricreare le assenze come nella stanza del sole. O con certi personaggi, ad esempio con la figura di Mattiuzza,  che viene dal passato

“Sì, Mattiuzza è morta, ma io credo che i morti non smettono mai di essere vivi. Come presenza, come trasparenza, hanno una possibilità di interagire con i vivi.

Mattiuzza è la possibilità che vita e morte siano un continuum. Lei torna per dare vita a Vincenzina come Vincenzina torna per dare vita a me, alla signora che viene da Roma. Come tornano le donne che ho ascoltato. È l’idea che nulla vada mai perso davvero. Che tutto si perpetui al di là di ogni scempio. Oltre ogni fine”.

Lorenza Del Tosto

 

Dall’introduzione alla prima puntata di questa recensione:

“(…) Ma anche per un altro aspetto questo romanzo propone similitudini con le vicende del recente passato di Ponza. Lo scempio del tratto di costa compreso tra la Marina di Melilli e Augusta, perpetrato a partire dagli anni ’50 in Sicilia, quando si è trasformata una terra benedetta in una cloaca maleodorante in nome del progresso e dell’arricchimento, non è dissimile da quel che è accaduto con la miniera di bentonite a Ponza – Le Forna. Anche lì si agiva in stato di bisogno; c’erano la fame e l’emigrazione come alternativa e ’A Miniera sembrò al tempo una benedizione arrivata dal cielo. Di quali frutti avvelenati si trattasse, fu evidente solo negli anni successivi: i morti per silicosi, le case ingoiate e la ferita ancor oggi aperta nel paesaggio dell’isola, stanno là a ricordarlo.

Sarebbero vuote recriminazioni col ‘senno del poi’ se situazioni analoghe non si riproponessero ancor oggi a dimostrare che poco o nulla impariamo dal passato.

Approfittiamo dell’intervista di Lorenza a Tea su questo bel romanzo che parla ‘non solo d’amore’, per una lettura ‘in trasparenza’, anche antropologica e sociologica, della realtà”. (Sandro Russo)

[“La sposa vermiglia”, di Tea Ranno (3) – Fine]

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