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“La sposa vermiglia”, di Tea Ranno (2)

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di Lorenza Del Tosto

per la puntata precedente, leggi qui

 

“A proposito di donne, nel romanzo si respira, soprattutto all’inizio, una sensazione di soffocamento, per l’oppressione che Vincenzina, e le donne tutte, sembrano subire, a causa del potere dell’uomo così brutale. È anche l’epoca fascista, siamo nel 1926. Eppure alla fine, chiuso il libro, si verifica una sorta di magia, e della storia ciò che rimane impressa è la grande forza delle donne: madri, prostitute, serve, defunte. Una forza matriarcale, femminile, primigenia che spazza via l’oppressione di cui all’inizio sembrava impossibile liberarsi”

“Sì io volevo scrivere delle donne. Gli scrittori in Sicilia, Brancati, Patti, hanno sempre parlato degli uomini. Quelli che Brancati chiamava “gli ingravidabalconi”. Uomini che lanciavano occhiate infuocate alle donne nascoste dietro le finestre. Ma di quelle donne dietro le persiane socchiuse non si sapeva nulla. Ed io volevo indagare nel loro cuore di donne che non si esponevano, che non potevano uscire di casa da sole. Mi chiedevo: – Cosa pensano? Cosa vogliono? Cosa desiderano? Volevo conoscere le loro storie, capire la loro visione del mondo. Sapere come vivevano loro la sensualità, cosa si permettevano. È un viaggio che è iniziato con La Sposa Vermiglia ed è continuato poi in altre storie.”

“E cosa credi? Come vivevano la loro sensualità? “

Tea esita. Sorride. Una folla di donne sembra guardarci, spiare il nostro tavolino qui nel giardino dell’Eur, dove eravamo sedute mesi fa quando qualcuno ha chiamato Tea al telefono per dirle che Mondadori pubblicava il suo libro. Sembrano essere venute apposta perché Tea possa decifrare i loro sguardi celati. E Tea sorride. Ha ascoltato tanti racconti, insaziabile ha carpito storie, ma non tradirà segreti, li trasformerà in racconti.

“Io credo di sì. Credo che avessero coscienza di essere una potenza nascosta. Vivevano la loro sensualità in modo nascosto, ma senza privarsi delle cose. Il loro era un vivere dietro le quinte, ma c’era un potere della persuasione che veniva dalla gestione delle cose. C’era sì il potere degli uomini, soprattutto verso le donne senza mezzi, che erano alla mercé degli appetiti di tutti: contadine, raccoglitrici di olive. A quell’epoca le donne erano limitate dalla dipendenza economica. I mariti potevano uscire e le donne restavano a casa, ma era come se ricreassero in casa la socialità che gli uomini vivevano al circolo. E nelle case si raccontava, si parlava. La sensualità era anche parola. La storia della  sposa ammazzata nel giorno del suo matrimonio, la raccontavano le cuntatrici“.

“Tu hai detto spesso di essere l’ultimo anello di una catena di cuntatrici. Chi sono queste donne? Ce le racconti?”

“Le cuntatrici erano donne non necessariamente colte, ma molto fantasiose, che intrattenevano il pubblico con i loro racconti. Erano narratrici orali che assorbivano gli eventi attorno, aggiungevano fatti nuovi e nella loro bocca le storie cambiavano, crescevano. La cuntatrice raccontava d’estate nell’orto; d’inverno, quando era buio e non c’era niente da fare, ci si riuniva in casa intorno a una conca con il bordo in legno su cui si poggiavano i piedi. Spesso i loro racconti facevano paura, parlavano di banditi, di incaprettati, di cimiteri. Mia figlia mi ha chiesto: – Ma mamma non era noioso prima, senza Internet, senza Facebook, senza televisione? No” – Tea ride – “non lo era affatto. Ci si stringeva attorno, si ascoltava, si mangiavano olive e fave abbrustolite nella brace della conca.

Le cuntatrici andavano a cercare le storie da raccontare. Ora con Internet sembra che nessuno le cerchi più, le storie orali. Io sono tra le pochissime che ancora le cerca, per trasporle sulla pagina. Anche le serve, che ricorrono sempre nelle mie storie, sono un bagaglio di tradizioni, di storie e di superstizioni. Sono le custodi del focolare. Il personaggio della serva Niluzza rappresenta le donne arcaiche, le grandi madri, le vestali. Donne che assurgono ad un ruolo importante per dedizione e affetto nei confronti della casa. Questo ormai non c’è più. Ma molti mi hanno scritto per dirmi che ricordavano donne uguali a Niluzza ”

La Sposa vermiglia infatti ricorda il racconto di una cuntatrice che a volte sia costretta ad uscire dal filo della sua storia per rispondere alle domande incalzanti di ascoltatori incapaci di trattenere la loro curiosità. Come nei momenti in cui all’improvviso ci racconti il destino di un personaggio, proiettandoci nel futuro. Di tanti personaggi, è il futuro di Gioconda che ci sorprende di più. E ci rattrista. Gioconda, l’amica fedele di Vincenzina, uno dei personaggi più belli del libro. Gioconda ribelle e irruenta. Testa matta e sangue caldo diventerà una donna tradita e amareggiata. Perché hai voluto riservarle questo futuro? Dove il marito la lascerà per una ragazzina americana”

Tea ci pensa un istante. Sa di non essere stata clemente con lei, glielo hanno detto in tanti. Ma Gioconda è Gioconda, è così che le è apparsa davanti agli occhi.

“Gioconda rompe con gli schemi, è vero, però si porta dentro gli ideali romantici della Sicilia, è innamorata dell’amore e vive l’amore in modo romantico. Anche nel corpo. La ragazza americana invece usa del suo corpo senza inibizioni, senza filtri.

Gioconda è stata sfortunata. All’inizio è una donna bella, vitale, sfolgorante, ma io l’ho vista amareggiata e quindi doveva esserle successo qualcosa.

Perché i rapporti sono sempre a due.

Lei è ancora innamorata, ma nel frattempo il marito è cambiato.

Lei è così sicura di sè e delle cose e la sua presunzione crolla di fronte al destino.

La vita ti spiazza sempre. C’è qualcosa più grande di te e dei tuoi teatrini mentali. È sempre il tempo a rivelarci il senso delle cose.

Succede no?

Se ti guardi indietro ritrovi dei momenti della tua vita in cui credevi di avere in mano le chiavi della felicità, e invece erano quelle dell’inferno.

E al contrario ti stupisci della bellezza che è scaturita a volte dai momenti di grande dolore.”

“Ma questa sorta di fato che incombe, di imprevedibilità non leva però ai tuoi personaggi il bisogno della lotta. La necessità del coraggio.”

“Certo io voglio che i miei personaggi lottino. Che non siano succubi. Vincenzina la Sparviera non è certo una succube. Ho dilatato i tempi del racconto attraverso i suoi sogni, ma il tempo della realtà è molto breve. La conosciamo quando è nel mezzo dei preparativi per il suo matrimonio e all’improvviso conosce Filippo e se ne innamora. Il tempo è troppo breve. Il matrimonio incalza. Il tempo della storia in realtà è brevissimo anche se i sogni frenano il tempo. Ma nel coraggio dei miei personaggi, della mia Sicilia, devi sempre tenere da conto la presenza di qualcosa che non è fatalismo quanto piuttosto l’impossibilità di eludere regole non scritte che sono più forti delle leggi scritte.

In Sicilia esisteva un codice di comportamento che facevi tuo sin dalla nascita. E prevedeva il rispetto e l’ubbidienza verso gli adulti ed i genitori. Era un insieme di regole morali, una norma che dirigeva le coscienze”.

 

Lorenza Del Tosto

 

Tea Ranno è nata a Melilli, in Sicilia. Dal 1955 vive a Roma. Si occupa di diritto e letteratura. Ha pubblicato i romanzi “Cenere” (2006; Ed. e/o; finalista ai premi Calvino e Berto, vincitore del premio Chianti e “In una lingua che non so più dire” (2007; Ed. e/o). “La sposa vermiglia”, (2011) è pubblicato da Mondadori (NdR)

 

 [“La sposa vermiglia”, di Tea Ranno (2) – Continua]

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