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Dall’isola d’Ischia. Storie di confinati

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di Rita Bosso

All’interno della Chiesa dello Spirito Santo, a Ischia Ponte, sulla controfacciata destra si trova una ‘Madonna della Salvazione’, opera di un ignoto attivo nella prima metà del secolo XVII. La Vergine è seduta su delle nubi ed ha sulle gambe il Bambinello, il quale regge uno scettro con cui indica un gruppo di barche di pescatori dirette verso l’isola di Ponza. Un classico ex voto donato da scampati ad una tempesta (leggi qui su Ponzaracconta)

 

A Ischia Ponte, su una panchina fuori alla Chiesa dello Spirito Santo che ospita il dipinto della ‘Madonna di Ponza’, il professore Giosuè Vezzuto mi racconta del trasferimento dei confinati politici da Napoli alle isole ponziane.

Il professor Vezzuto, classe 1924, figlio del responsabile del carcere mandamentale di Ischia, é probabilmente l’ultimo testimone del passaggio dei confinati per l’isola partenopea nonché l’unica fonte consultabile, essendo andati distrutti i registri su cui venivano annotati i transiti dei detenuti.

La permanenza ad Ischia, sebbene non prevista nel piano di viaggio dei confinati in partenza da Napoli, era evento non raro: spesso violente ponentate costringevano il piroscafo di linea a gettare le ancore, in attesa che il vento scemasse e che si potesse proseguire verso Ventotene e Ponza.

Giorgio Amendola scrive in proposito, nel romanzo autobiografico “Un’ Isola” (Rizzoli, 1982): “Non vollero togliermi le manette. Dove avrei potuto scappare? Le isole sfilavano: Procida, Ischia, Ventotene. Dopo l’oscurità del carcere ritrovavo la luce,l’aria, il sole “.

Il ricordo dei confinati  diretti alle isole ponziane, ammassati nel carcere di Punta Molino, é impresso nitidamente nella memoria del professor Vezzuto, così come l’edificio sul mare, con due stanzoni – sezione maschile e femminile – e un terzo, che il Comune usava come deposito o come ricovero per gli animali, secondo le esigenze; l’alloggio del responsabile del carcere, che lì viveva con la famiglia, era annesso alla prigione o, per meglio dire, inglobato in essa… – “Per raggiungere le camere da letto bisognava  passare attraverso l’ufficio di mio padre che, a volte, era utilizzato dal magistrato per gli interrogatori. Capitava così che, per andare a dormire, dovessimo aspettare che l’udienza avesse termine” – ricorda Giosuè.

La madre, in quanto moglie del responsabile del carcere, aveva la mansione di “visitatrice”, doveva cioè perquisire le detenute; a Ponza, gli omologhi dei Vezzuto erano Vittorio Spignesi e la moglie Luisa.

Restano impressi, nella lucida memoria del professore, i volti dei tanti confinati di passaggio, e il rimpianto di non aver dato loro un nome consultando i registri del carcere, accuratamente compilati dal padre, prima che il crollo dei solai ne provocasse la distruzione. Restano perciò senza nome la trentina di confinati provenienti da Ponza, diretti a Napoli per un processo, ammassati in uno stanzone insieme al folto gruppo delle guardie al seguito; però Vezzuto ricorda il nome dell’avvocato difensore, Mario Palermo, e a me torna in mente che Amendola lo cita quale componente il collegio di difesa, nel processo del 1934 a seguito di un’ agitazione dei confinati comunisti, da lui guidata; in “Un’ Isola” descrive anche il trasferimento disastroso da Ponza a Napoli, ma non accenna a soste ad Ischia: – “Fummo divisi in due scaglioni. Tra noi c’erano due donne, Lea Graccaglia e Maria Baroncini. Come promotore dell’ agitazione, partii col primo gruppo. Appena fuori del porto, incontrammo il mare grosso. Eravamo con le manette ai polsi, uniti da una catena in gruppi di dieci. Tutti, detenuti e scorta, cominciarono a soffrire il mal di mare. Un giovane carabiniere, poco più  che ventenne, cominciò a vomitare. Era impossibile arrivare agli oblò con le catene, e tutti si vomitavano addosso”.

É verosimile che Amendola e Vezzuto si riferiscano allo stesso processo, ma al viaggio dei due diversi scaglioni.

Altri volti senza nome sfilano nella memoria; emerge l’immagine di un confinato che protestò energicamente alla vista del piccolo Giosuè, scolaro delle elementari, perfettamente abbigliato da ‘figlio della lupa’: camicia nera, cravattino azzurro, fez e pantaloni verdi.

Ha un nome e un volto, invece, l’ultimo antifascista che Giosuè e l’amico Franco, ormai studenti liceali, incontrano 16 settembre 1943 sul porto d’Ischia, Gino Lucetti che giunge da Ventotene dove é stato in “villeggiatura”, in quanto anarchico, ed ha collaborato con Spinelli; a Ischia arriva da uomo libero, dopo l’intervento degli Alleati, ed alloggia pertanto nel casino di caccia borbonico (oggi stabilimento militare).

Parlano di autarchia, di confini… Franco e Giosuè, cresciuti sotto la sferza della dittatura, sono desiderosi di capire, di aprire gli occhi sul mondo. Si danno appuntamento al giorno successivo… ma Giosuè, per fortuna, arriverà in ritardo.

Oggi rievoca commosso la conversazione del 16 settembre, e gli eventi del giorno seguente (*).

 

Giosuè Vezzuto promette di scriverne per i lettori di Ponza racconta, a cui dà appuntamento per il 16 e 17 settembre 2012

 

 

(*) Gli eventi del 17 settembre 1943 (Nota della Redazione, da Wikipedia)

Nel 1943 Lucetti fu liberato dagli Alleati da poco giunti a Napoli. Lucetti prese quindi alloggio sull’isola di Ischia, ma il 17 settembre 1943 nel corso di un bombardamento effettuato da bombardieri tedeschi cercò rifugio su di un motoveliero. Il motoveliero fu però colpito ed affondato trascinando Lucetti con sé.

 

Rita Bosso

 

 

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