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Mater et Magistra (1)

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di Gino Usai

Caro Franco De Luca,

nel tuo articolo sulla rassegna “Ponza d’Autore” a commento del recente lavoro “Sua Santità” del giornalista Gianluigi Nuzzi, hai usato parole molto impegnative:

“Pisapia (sindaco di Milano) confessa a Nuzzi: – Nel recente incontro col papa a Milano mi hanno colpito i suoi occhi pieni di bontà”.

Un po’ poco, mi pare, per giustificare quello che la cronaca riferisce e la storia ci tramanda: il Vaticano, sede della Chiesa cattolica ha il potere come suo dio. Null’altro.

Mi sembra un’affermazione un po’ pesante.

Capisco la sorpresa e l’amarezza della gente di fronte alle sconcertanti rivelazioni di Nuzzi (e anche la gioia e la soddisfazione dei tanti che avversano la Chiesa). Il Vaticano nella storia recente è stato spesso coinvolto, direttamente o indirettamente, in affari poco puliti e mai chiariti abbastanza, dal Banco Ambrosiano a Marcinkus, da Michele Sindona alla Loggia P2, dal caso Calvi al rapimento Orlandi.

Bisogna però ricordare che Benedetto XVI si sta molto adoperando per fare chiarezza e pulizia nei sacri palazzi. E la mano che ha passato le carte a Nuzzi potrebbe essere quella di qualcuno che vuole impedire al papa di fare pulizia. Noi invece speriamo che il papa continui nel suo difficilissimo lavoro di riportare la Chiesa al suo alto Magistero.

Starei attento quindi a non assecondare il gioco di quanti vogliono colpire e affondare la Chiesa, ritenuta l’ultimo baluardo che si oppone alla scristianizzazione dell’Europa e all’affermazione dei valori del mercato, del profitto e del potere imposti dalla società capitalistica e consumistica.  Nell’ enciclica “Caritas in Veritate” a proposito della crisi economica che stiamo vivendo, il papa ha detto:

“La mobilità lavorativa, associata alla deregolamentazione generalizzata, è stata un fenomeno importante, non privo di aspetti positivi perché capace di stimolare la produzione di nuova ricchezza e lo scambio tra culture diverse. Tuttavia, quando l’incertezza circa le condizioni di lavoro, in conseguenza dei processi di mobilità e di deregolamentazione, diviene endemica, si creano forme di instabilità psicologica, di difficoltà a costruire propri percorsi coerenti nell’esistenza, compreso anche quello verso il matrimonio. Conseguenza di ciò è il formarsi di situazioni di degrado umano, oltre che di spreco sociale. Rispetto a quanto accadeva nella società industriale del passato, oggi la disoccupazione provoca aspetti nuovi di irrilevanza economica e l’attuale crisi può solo peggiorare tale situazione. L’estromissione dal lavoro per lungo tempo, oppure la dipendenza prolungata dall’assistenza pubblica o privata, minano la libertà e la creatività della persona e i suoi rapporti familiari e sociali con forti sofferenze sul piano psicologico e spirituale. Desidererei ricordare a tutti, soprattutto ai governanti impegnati a dare un profilo rinnovato agli assetti economici e sociali del mondo, che il primo capitale da salvaguardare e valorizzare è l’uomo, la persona, nella sua integrità: “L’uomo infatti è l’autore, il centro e il fine di tutta la vita economico-sociale”.

Credo che ce ne sia abbastanza per mettere in allarme i paladini del neoliberismo e del capitalismo selvaggio.

E poi – caro Franco –  non è poca cosa essere colpiti da “occhi pieni di bontà”. Io darei molto più credito agli occhi del papa che agli scritti di Nuzzi. Dobbiamo imparare tutti a giudicare le persone dai loro occhi, forse i nostri giudizi sarebbero più miti e ponderati,  o forse più severi, ma certamente più vicini alla verità.

Io ho vissuto il tempo degli ultimi cinque papi che mi sono parsi tutti santi uomini; nessuno di loro mi ha dato l’impressione di essere un mascalzone senza fede e votato alla gestione del potere fine a se stesso: il beato Giovanni XXIII, il papa Buono, con l’enciclica “Pacem in Terris” aprì le porte della Chiesa al mondo comunista, sventò il pericolo della terza guerra mondiale intervenendo presso Krusciov per risolvere la crisi dei missili a Cuba e con il Concilio Vaticano secondo portò la Chiesa a dialogare coi laici e col mondo moderno; Paolo VI fu uno straordinario intellettuale che nella “Populorum Progressio” denunciò l’inaccettabile squilibrio tra paesi ricchi e paesi poveri, un uomo che portò su di sé l’immenso peso del pontificato, in un momento di travaglio mondiale e di cambiamenti epocali a cavallo del ’68, con sofferenza e dolore: altro che uomo di potere! Giovanni Paolo I purtroppo ha vissuto brevemente il ministero petrino, ma in quel poco è riuscito a magnificare il suo pontificato con la celebre frase “Dio è papà, più ancora è madre”, una frase piena di poesia e di profonde implicazioni teologiche e si era prefisso il difficile compito di riformare lo IOR, l’Istituto delle Opere Religiose, caduto nelle mani di Marcinkus; il beato Giovanni Paolo II che con il suo illuminato magistero ha cambiato il mondo contribuendo a promuovere il dissolvimento dell’URSS e la fine della minaccia comunista; infine Benedetto XVI, una persona così mite che meditava di ritirarsi a vita privata e che dovette, suo malgrado, accettare l’elezione al soglio pontificio come “un umile operaio nella vigna del Signore”. Quel papa con gli “occhi pieni di bontà”, nel Venerdì santo del 2005, ancora da cardinale, scrisse a commento della Via Crucis: «Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a Lui. Quanta superbia, quanta autosufficienza». E, rivolgendosi al Signore, aggiungeva: «Spesso la tua Chiesa ci sembra una barca che sta per affondare. Una barca che fa acqua da tutte le parti. La veste e il volto così sporchi della tua Chiesa ci sgomentano. Abbi pietà della tua Chiesa. Ti sei rialzato, sei risorto e puoi rialzare anche noi».

(Continua)

Gino Usai

 

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