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I Vitiello, una famiglia di fanalisti. L’incontro con Concetta (2)

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di Enzo Di Fazio

per l’articolo precedente, leggi qui [2]

 

Mentre salgo per la via degli Scotti che mi conduce alla casa di Concetta, mentalmente mi appunto una scaletta delle domande da fare…

Fa caldo ed arrivo a destinazione un po’ sudato.

Un gattino in una ciotola appesa ad una corda mi dà il benvenuto… Mi avvicino per fargli una foto ma l’intervento protettivo della madre me lo fa scappare.

Anna è già dalla zia, da fuori le sento chiacchierare.

Mi annuncio  dal cortile e subito mi sento  rispondere… – Trase, trase… tu cca si’  ‘i case!

Trovo Concetta seduta, accanto ad Anna, al tavolo di cucina e Luigi, il marito, un po’ più distante sul divano.

La casa è accogliente e fresca… Dopo i saluti e un accenno allo scopo della visita chiedo a Concetta se ha pure lei la foto che ho visto da Anna.

– E comme no! …Anna, pigliala, sta là… ‘nfacce ‘u mure d’u corridoio…

 

Guardando la foto, Concetta non aspetta che le faccia la prima domanda, ma sorridendo subito mi dice: – M’arricorde che chillu iurne chiagneve, pecchè vuleve ‘u stintine ca teneve Olimpia.

Anna traduce: – ’U distintivo, zi’ Cunce’! – quello che, come per i giovani ‘balilla’, veniva consegnato alle ‘giovani italiane’ a partire da una certa età.

E  guardando bene la foto si nota che Concetta sta contendendo qualcosa ad Olimpia: in effetti un fiocchetto, simile a quello che Guido e Francesco hanno appuntato sulla camicia, si intravede tra le mani delle due bambine. Ciò spiega anche l’aria contrariata che avevo notato trasparire dai loro volti

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Particolare del distintivo conteso

La foto, mi conferma Concetta, è del 1929/1930. Lei aveva 3-4 anni.

Venne scattata, sugli Scotti, vicino alla casa che diventerà poi di “Civitella” (Civita) quando andrà in sposa, in età da marito, a “Verucciello” (vezzeggiativo di Silverio) attraverso l’istituto della ‘procura’, trovandosi Veruccio  in America.

Concetta mi ricorda che erano tanti i matrimoni, a quei tempi, che si celebravano ‘per procura’ per via della forte emigrazione. In genere i promessi sposi si conoscevano appena, erano le loro famiglie, il più delle volte vicine di casa, a coltivare interessi e sentimenti.

 

Grazie a quella foto arrivò dal regime l’offerta, prevista per le  famiglie numerose, di un posto, in un collegio della nazione, riservato all’ultimo nato.

Analoga proposta, racconta Concetta, venne fatta alla famiglia di Silverio Scotti, anche lui fanalista al faro della Guardia ed anche lui carico di figli.

Silverio Scotti trovò interessante la proposta e ne parlò con Silverio Vitiello, ma una volta  saputa la destinazione (Gorizia!) il papà di Concetta rabbuiato esclamò – Veru’, ma chiste so’ pazze, ie a fìglieme nun ‘a manne a Gorizia”.

Concetta passa una mano sulla foto quasi a voler carezzare tutti…

– Quanti ’ffatiche amme fatte!

Ognuna doveva pensare a farsi il corredo fin da piccole, indipendentemente dal destino.

– Quarante lenzòle, quarante asciugamane, quarante camicie ‘i notte, quarante camicie ‘i iurne… e tutte arricamate…

Le figlie più grandi, impegnate di giorno nei lavori dei campi e in quelli di casa, lavoravano spesso di notte al chiarore dei lumi a petrolio.

Le più giovani lo facevano per diverse ore nel corso della  giornata.

Otto giorni prima del matrimonio la dote veniva esposta nella casa della promessa sposa per farne “l’appriezzo” (l’apprezzamento).

Il letto doveva essere sempre preparato. Meglio se con le lenzuola ricamate; ma se ciò non era possibile, lo si impreziosiva poggiando sull’orlo rivolto del lenzuolo, a scopo decorativo, “’u  fierze”, una striscia di tela di lino ricamata.

 

Concetta parla a ruota libera… La mia “scaletta” è ormai saltata..

Approfitto che beva un sorso d’acqua per chiederle se mi può raccontare qualche episodio legato alla vita nei fari.

 

Si intristisce quando ricorda che un fratello gemello di Francesco, di nome Biagio, muore sull’isola di Zannone.

Lei non era ancora nata, risalendo l’episodio al 1920..

Biagio muore nel giro di 24 ore probabilmente per uno shock anafilattico… Dopo il decesso fu rinvenuto sotto l’ascella un gonfiore edematoso, forse causato da una puntura d’insetto.

Qualche anno prima a Silverio ed Elena era venuto a mancare, sempre a Zannone, un altro figlio, di appena sei mesi.

Racconta Concetta che in quella circostanza, per via del cattivo tempo, non fu possibile portarlo subito a Ponza per i funerali.

Nonostante le segnalazioni con il Semaforo di Ponza attraverso l’alzata dei palloni neri dalla cima di Capo Negro, la barca arrivò solo dopo tre giorni.

Nel frattempo Silverio costruì con le proprie mani una piccola bara dove depose il figlioletto. Toccò a mamma Elena vegliare accanto al piccolo feretro per quegli interminabili giorni. Biagio ebbe, poi, una volta giunto a Le Forna (un forte levante non consentì lo sbarco al porto di Ponza), un funerale cui partecipò commossa tutta la comunità ponzese. Ci fu anche la banda musicale – rammenta Concetta: – …allora i muorte s’accumpagnavene c’a musica…

 

Cerco di stemperare l’emozione del momento chiedendo a Concetta cosa può dirmi  del tempo trascorso al faro della Guardia. Il volto le si illumina perché quel periodo lo ricorda ricco di momenti belli.

Silverio Vitiello viene trasferito al faro della Guardia nel 1932 dopo tanti anni di servizio trascorsi a Zannone.

Vi arriva malconcio in quanto soffre di artrite e di artrosi, causate dall’umidità dell’isola, dal tempo trascorso spesso a mare a pescare con la barca e dalla cattiva abitudine di non asciugarsi bene quando arrivava a terra.

– I’ m’u ricorde sempe bagnate… – dice Concetta.

Al faro della Guardia c’era di tutto: stanze larghe e arredate per tutti quanti. Un grande locale con tanti utensili per lavorare; un forno per fare il pane, un bel giardino condiviso con gli altri fanalisti.

 

Silverio, in quanto reggente, occupa un appartamento al piano superiore.

La famiglia Vitiello si divide  tra la casa degli Scotti ed il faro, tra gli impegni delle colture e l’allevamento degli animali ed il servizio di guardia.

Concetta ricorda che il padre, per via dei dolori che lo affliggevano, preferiva spesso non tornare a casa.

Erano le figlie più piccole, Concetta ed Olimpia, a fargli  compagnia. A volte c’era con loro anche Eva.

 

La permanenza al faro comportava delle incombenze.

A parte il giardino con le colture da portare avanti, c’erano le pulizie da fare.

Bisognava lavare, un giorno sì ed uno no, i pavimenti dell’ingresso, quelli dell’appartamento e le scale della torre che conducevano alla lanterna. Così “comandava” papà Silverio.

La pulizia nei fari aveva grande importanza.

I fanalisti erano assimilati ai militari e ne subivano, quindi, la relativa disciplina. Le ispezioni provenienti dal Comando di Napoli non erano frequenti ma giungevano quasi sempre all’improvviso.

Sul piazzale del faro c’era un enorme pozzo ed era Olimpia, più grande di Concetta di sette anni, a tirare l’acqua e a riempire i secchi.

– ‘Ncoppe ‘u fare faceveme ’a culate. 

Al faro, nella stanza del  forno, c’era anche il focolare per l’acqua calda e “u cufunature” per la ‘colata’.

– E cumme s’asciugave subbete ‘a robbe, c ‘u viente d’a Scarrupate!

I panni da lavare li portavano dalla casa degli Scotti stipati in due grossi sacchi di iuta con l’aiuto dell’asino.

L’asino era un compagno fidato e prezioso a quei tempi. Ogni famiglia ne possedeva almeno due.

Con gli asini si portavano su al faro anche i fusti pieni di petrolio che la nave militare del Comando di Napoli periodicamente lasciava allo sbarcatoio.

Il faro a quell’epoca funzionava con il lume a petrolio  e bisognava dare “la corda” per farlo girare. Era questo un compito che svolgevano Olimpia ed Eva, più grandi di Concetta e quindi più responsabili.

 

All’improvviso Concetta, carezzando ancora la foto,  porta l’indice della mano sulla figura di Francesco (il papà di Anna). Era bravo e diligente Francesco. Quando fece il concorso per diventare fanalista, su 400 concorrenti ne presero 14 e Francesco si classificò dodicesimo. Aveva completato gli studi dal prete Parisi.

Sapeva fare di tutto con la sua manualità. Era soprattutto bravo nella lavorazione del legno. Costruiva scanni, sedie a sdraio, mobiletti. Al faro di Zannone riuscì a realizzare perfino una barca.

Filippo, diventato anche lui fanalista, era invece diverso. Non amava andare a scuola e cercava di “corrompere” Francesco per marinarla. Alla parata, portato con sé un calamaio di inchiostro, si sporcava le mani per munirsi della prova d’essere stato a scuola da mostrare quando tornava a casa.

E poi c’era Guido [il fanalista della storia d’amore raccontata dall’inviato di Epoca, Alfonso Gatto, nell’agosto del 1955 (leggi qui [4])], romantico e perdutamente innamorato del suo mestiere. Emigrato in America per seguire la moglie Civita lasciò anzitempo il faro della Guardia, continuando a parlarne con nostalgia fino agli  ultimi  anni della sua vita.

 

Luigi, il marito di Concetta, dal divano fa un colpo di tosse.

Concetta si volta  e dice sorridendo – Doveva andare al fronte e l’Ammiraglio Cesarano ci’a date ‘na mane”..

Luigi, classe 1921,  era stato chiamato per andare alle armi.

Non era ancora fidanzato con Concetta nel 1945, quando doveva partire, ma abitava sugli Scotti e le rispettive famiglie si conoscevano bene e si rispettavano.

L’Ammiraglio Cesarano della Marina Militare, molto vicino alle famiglie dei fanalisti di Ponza, ‘si adoperò’ e Luigi, invece di andare al fronte… divenne suo attendente… – L’abbiamo preso come una farfalla..! – queste le parole, che Concetta perfettamente ricorda,  profferite nell’occasione dall’Ammiraglio.

 

 

Vedo che Concetta è un po’ stanca. Stiamo parlando da un’ora e mezza.

Mi dice: – Che belli tiempe… se faticave, è vere.. ma nun ce mancave niente… e po’ ‘a casa era sempe chiene ‘i ggente”

Le chiedo se sa quale altro fanalista prestava servizio al faro della ‘Scarrupata’.

Ricorda, oltre a Silverio Scotti, vagamente uno dei Bonlamperti e Aniello Bosso che aveva “solo” tre figli.

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Nella foto, quasi certamente scattata a metà degli anni ‘30, sono riconoscibili i tre fanalisti all’epoca in servizio al faro della Guardia. Sono  Silverio Vitiello, appoggiato al fanaletto, Aniello Bosso, in piedi appena sotto di lui e Arturo Pisani, la terza persona sulla destra. Gli altri sono probabilmente  operai della Zona Fari

Ci stiamo per salutare e le faccio un’ultima domanda

– Concettì… ma ‘u ssai che ‘u vonne vennere ‘u Fare d’a ‘Uardia?

Lei: – Sì, aggiu sentute coccosa…

Ed io – Me la metti una firma per contribuire a salvarlo?

E comme no!? …Te ne mette ciente, ‘i firme!!”

 

Entra Adriana, una delle due figlie, porgendo il foglio della raccolta delle firme del FAI con una locandina.

Concetta inforca gli occhiali e, fiera, appone pure lei, forte dei suoi 86 anni magnificamente portati, la firma per salvare il faro della Guardia.

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Uscendo incontro di nuovo il gattino… Incuriosito, elusa la sorveglianza della madre, sembra mettersi in posa e si fa fotografare…

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La mattinata non poteva chiudersi meglio…

Enzo Di Fazio

 

[I Vitiello, una famiglia di fanalisti. L’incontro con Concetta (2) – Fine]