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p-15 isi-01 lamonica-01 ss10 Un rimorchiatore rimesso a nuovo Una giovane cernia bruna: Epinephelus marginatus

Un commento a “Chiamatemi Ismaele”

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di Carmine Catenacci 

 

Siamo felici di ospitare sul nostro sito un commento di Carmine Catenacci (*), che nei prossimi giorni parteciperà a Ponza ad un Simposio sulla poesia,  nell’ambito delle manifestazioni culturali de “Il Melograno’. Pubblicheremo il calendario completo degli eventi appena sarà disponibile
La Redazione

Per la poesia di Antonio De Luca, leggi qui

 

Un’isola archetipica, reale e illusoria, la sua Ponza, domina questa 
poesia e lo sguardo immaginativo di Antonio De Luca.
È un’isola relitto che si staglia affranta e al tempo stesso salvifica come una 
“zattera” “in mari sconfinati e deserti”, “vagabonda” come la sacra isola di Delo in un inno del poeta greco Pindaro.
La natura, nei suoi 
aspetti più elementari e aspri, la rende materia: sole cocente, lava, 
argilla, frammenti di roccia. Non manca la presenza rarefatta di 
qualche uomo e del suo lavoro (“le vigne”, “gli ulivi”) che cercano di 
addolcire la durezza della natura.
Ma, alla vista del poeta, improvvisamente l’isola, ignota a ogni carta nautica, si erge sulle 
acque come una creatura fantastica, “invincibile” e inafferrabile.
In evidente rapporto analogico con il contesto marino, l’isola si 
trasforma nell’arcana balena del nostro immaginario letterario: Moby 
Dick (“il bianco leviatano”).
Nella scia di questa citazione si 
sprigiona la memoria mitica del mare. Dalle tempeste invernali si levano versi e suoni antichi, custoditi come un tesoro segreto e 
pericoloso dalle onde: le storie degli eroi che dolorosamente e 
caparbiamente percorsero gli umidi sentieri del mare, i guerrieri di 
Omero e gli spaesati Argonauti. Il poeta si sente come Ulisse 
nell’Ade, tra le ombre dei morti. Prudente, come lo stesso Ulisse 
quando approda all’isola dei Feaci, avanza per nascondersi. Ha 
imparato a essere Nessuno, come nell’antro del Ciclope Polifemo.
Ma ai suoi lettori e interlocutori, nuovi Ciclopi, il poeta offre nel finale 
un altro nome.
“Chiamatemi Ismaele” recita l’ultimo verso, che ripete 
le prime parole del romanzo di Melville.
Dopo Ulisse, il poeta si identifica in un altro marinaio smarrito e sopravvissuto: Ismaele, l’unico scampato alla furia di Moby Dick, perché l’isola archetipica 
esige una voce che racconti la salvezza crudele dei suoi approdi.

 

Carmine Catenacci

 

(*) Filologo e professore straordinario di “Lingua e letteratura greca”. Università di Chieti, Pescara e Urbino

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