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Ianara (2)

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di Tina Mazzella

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Entrambi lo compresero il giorno in cui accadde qualcosa di  imprevisto e di irreparabile. Era una giornata limpida e calma, come  tante altre. Anna, come tutte le mattine in quella stagione, era scesa nell’orto per dedicarsi alla consueta cura delle piante. Concluso quel lavoro, stava per riprendere la via di casa; d’un tratto si accorse con disappunto di avere smarrito la chiave del cancello dell’orto. Frugò dappertutto, guardò più volte tra l’erba, cercò e ricercò inutilmente nel sacco di iuta nel quale custodiva solitamente il raccolto: la chiave però non si trovava. Allora provò una strana sensazione di sgomento, certamente non  proporzionata alla situazione in cui era venuta a trovarsi. Il cuore prese a batterle con forza. Quando ipotizzò che la chiave poteva esserle caduta nel  pozzo, fu presa dal panico e si maledisse al pensiero che Giovanni avrebbe perso del tutto la già scarsa fiducia che riponeva nelle sue capacità.

Infine, abbattuta e confusa, ritornò sui suoi passi. All’improvviso, mentre si inerpicava su per il sentiero scosceso di casa, si sentì mancare, i piedi le scivolarono, il corpo rotolò  lungo le scale ripide e finì disteso sulla roccia. Invano chiamò a raccolta tutte le forze: un dolore lancinante le trafiggeva la  schiena e le mozzava il respiro, incatenandola al suolo. Restò così a lungo.

Quando si risvegliò, era nel proprio letto, il medico e Giovanni vegliavano preoccupati su di lei. La rassicurarono, le dissero che sarebbe presto  guarita; ma osservandoli, Anna comprese la verità. Ebbe la certezza che non avrebbe mai avuto un proprio  bambino. Anche il secondo come il primo era svanito nel nulla,  senza un volto, né un nome. La massiccia culla di legno mai avrebbe cullato una sua creatura e lei sarebbe invecchiata senza gioia. Questa consapevolezza gravava spietata sulla sua vita, spegneva ogni interesse e le sottraeva ogni possibilità  di ripresa. Dal marito non riceveva alcun conforto, né sembrava richiederne; si cibava svogliatamente e si trascinava irrequieta per le stanze che, con il tempo, le divenivano sempre più estranee.

Progressivamente rinunciò alla casa, ai lavori di maglieria, ai fiori che sino ad allora aveva coltivato con amore; non riordinò più i propri abiti né quelli di Giovanni; non accese più il fuoco ed un intenso gelo pervase la casa. Era un freddo mortale che raggelava ogni volontà di lotta e sconfiggeva la vita. Da allora più nessuno apparecchiò la tavola, distendendovi la candida tovaglia ed il profumo dei cibi caldi ed invitanti non accolse più l’indefesso pescatore, quando rincasava a sera stanco e affamato. Persino le sue parole e le sue occhiate di rimprovero caddero nel vuoto e nell’indifferenza, poiché la moglie non vedeva nessuno, non udiva niente ed ormai non gli obbediva più.

Si  trascinava apatica ed assente per le stanze ostili e minacciose senza capire e senza nutrire desideri o speranze. Trascorreva lunghe ore al sole o alla pioggia  appollaiata sul muretto del cortile, scrutando con occhi allucinati ciò che nessun altro riusciva a discernere.

Fu a notte inoltrata che Anna udì quella voce: più che una voce umana era un grido prepotente, un urlo lacerante che dal profondo si levò distinto e disperato. Quel richiamo forte ed urgente squarciò la nebbia fitta che ne avviluppava la mente, per giungere chiaro alla coscienza, divenendone certezza. Illuminato da  questa fosca luce, tutto appariva più evidente: in un solo attimo, da una sola mano erano scaturite tutte  le sue  disgrazie.

Quella voce acuta e spietata martellava all’infinito:

“Cercala, prendila, non arrenderti”, le ingiungeva, “è stata lei, lei ha rovinato la  tua  vita…!  Non la ricordi? Non l’hai vista rintanata in Chiesa sotto l’acquasantiera il giorno del tuo matrimonio? Aveva in mano una ciocca dei  tuoi capelli, cento spilli appuntiti ed arrugginiti ed una bambola di pezza; aveva veleni, diceva parole strane, faceva fatture…! Te ne ha  fatta una che ti farà morire, morire… morire… morire…!”

Anna urlò spaventata; violenti singhiozzi la scuotevano; si strappò i capelli, sperando che il dolore fisico potesse interrompere quella lugubre e folle cantilena che la assordava.

Corse a perdifiato più volte intorno al cortile, si slanciò giù per il sentiero mentre gli occhi febbricitanti roteavano ed intanto con voce rotta inveiva:

“Svergognata, assassina, ti troverò, ti farò sparire dalla faccia della terra! Tu hai stregato me, mio marito ed i miei figli, li hai ammazzati uno dopo l’altro ed ora vuoi farmi odiare anche da Giovanni! Ma io te la farò pagare,lo giuro!”

Infine, sfinita si sedette su un gradino e farneticando attese l’alba.

Alle prime luci del giorno, pallida e scarmigliata, raggiunse il villaggio. Camminando in fretta senza vedere, si aggirava affannosamente per le strade, squadrando i passanti con gli occhi iniettati di odio e colmi di terrore, per poi fuggire lontano come braccata quando si accorgeva di essere osservata. Tuttavia quelle pupille dilatate, quei vestiti bizzarramente sovrapposti che ne ingobbivano la figura, modellandola goffamente, quei capelli arruffati e cadenti da tutte le  parti attiravano l’attenzione dei passanti, suscitando ilarità e motteggi.

Ma Anna in quel disperato vagabondare divenuto ormai quotidiano alla vana ricerca della donna che era la causa delle sue sventure restava impassibile ai lazzi ed ai sorrisi beffardi. Più volte la scorsero nascosta dietro gli usci o presso le finestre delle case nel tentativo di ascoltare, di spiare, di sapere, di carpire qualche  segreto o di trovare un indizio.

Qualcuno, sorprendendola, afferrava la scopa e gliela scagliava contro rabbiosamente; altri la raggiungevano nella pazza corsa in cui si lanciava allorché veniva scoperta, colpendola con un sasso o gettandole addosso dell’acqua. Molti la guardarono come un’apparizione funesta, quando la scorsero sulla  spiaggia nell’atto di colpire il mare con grosse pietre. Si tennero a debita distanza, perché colsero in tutta la sua persona una furia selvaggia, un disperato desiderio di distruzione che li lasciò stupefatti.

Qualcuno incominciò a provare per lei una sorta di strana compassione, ma i più la temevano, poiché la giudicavano una creatura dannata, una strega malvagia, o meglio una ianara, secondo  la parlata di quelle parti.

Cosa faceva tutto il giorno per le strade invece di curare la casa come fa ogni donna onesta?  E perché guardava tutti con quegli occhi così spiritati da fare  accapponare la pelle? Che cosa spiava dietro gli usci delle case? Forse che la gente non sapeva che aveva partorito un figlio somigliante ad un pesce e che poi lo aveva ammazzato con le  proprie  mani? Girando tutto il giorno per le strade, certamente  voleva conoscere i casi altrui per servirsene e per riferirli al Diavolo con il quale era in combutta.

Operando insieme con lui, ordiva sortilegi, colpiva i malcapitati con il malocchio e le fatture. Bisognava tenerla lontano!

Le  mamme raccomandavano ai figli di fuggire o di voltare il viso dall’altra parte se l’avessero incontrata per strada.

Nelle notti  di luna piena, quando udivano i cani  latrare in lontananza, tutti  affermavano che era lei. La Ianara si trasformava: il corpo le si ricopriva di peli, le spuntava una lunga coda e la strega perdeva ogni fattezza umana per  assumere l’aspetto di un lupo; diveniva un animale famelico e temibile, capace  di sbranare persino gli uomini più robusti.

In paese presto presero corpo queste strane storie; d’altra parte gli atteggiamenti di Anna le alimentavano a dismisura. La Ianara era la sposa del Diavolo. Al solo vederla, le persone più anziane si facevano il segno della croce per scacciarla.

 

Tina Mazzella

[Ianara (2) – Continua]

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