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Il Gallo guardiano

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di Lino Catello Pagano

 

Eccomi qua a raccontarvi un’altra pagina di vita vissuta, di quand’ero bambino e vivevo spensierato nella bella e cara Ponza… Sì, vivevo in quell’Arca che mio nonno aveva creato, animali a volontà.

Questa volta vi racconterò del Re del nostro pollaio lo chiamavamo ’U ’uall ’uardiàn’ …Sì, proprio così, il gallo guardiano, e vi spiego perché.

Il mio caro Nonno si alzava alle 4 del mattino… diceva che i lavori più importanti si facevano a quell’ora, poi veniva fuori il sole e le forze mancavano e allora ci si riposava. Al mattino lui, come usciva, la prima cosa che faceva era andare sotto casa, dove avevamo un pollaio multirazziale: galline padovane, galline normali, galline faraone, colombi, conigli e porcellini d’India; apriva le porte del giardino zoologico casalingo, le ‘fiere’ uscivano tutte… e per ultimo usciva il gallo con la sua maestosa livrea di colori, bargigli e cresta bene in vista. Guardarlo era un bel vedere, meno bello stargli vicino.

Mentre tutte la famiglia pollaiola razzolava, il bellimbusto del gallo non si allontanava molto dal pollaio, restava nei dintorni per tenere la situazione sotto controllo, e se qualche gallina si allontanava un po’, lui subito riportava l’ordine, gonfiandosi, abbassando le ali fino a strusciarle per terra, e partiva a testa bassa, di corsa, verso la povera gallina che malauguratamente si era staccata dalle altre. Erano botte da orbi, veniva letteralmente violentata, la povera bestiola, che se ne tornava tutta contrita in mezzo al gruppo, tenendo d’occhio il gallo. Anche lui faceva ritorno verso la sua postazione: un muretto di pietre – ’a parracina – ma basso, dove lui saliva e di là teneva d’occhio le sue donzelle.

Lui, il gallo, di giorno non cantava mai: solo se c’erano pericoli in vista! Ormai, per la mia famiglia, quando di giorno cantava il gallo significava che c’erano guai.

Come vicini di casa avevamo la famiglia d’a Russiella, e Maria ’i Minicuccio ’a vocca storta.

Maria nei pomeriggi d’estate dopo la controra, diciamo verso le quattro del pomeriggio, veniva su da noi per prendere il caffè assieme; era diventato un rito, e tutti i giorni puntualmente nel pomeriggio inoltrato, alla vista di Maria, il gallo cominciava a cantare, mia madre drizzava le antenne e si metteva sulla porta a guardare… Avessi avuto una videocamera avrei potuto immortalare le sequenza, tanto era ripetitiva… Maria saliva piano piano, pronta a ritornare indietro se vedeva che il gallo si muoveva verso di lei. La belva feroce faceva finta di non guardarla, anzi partiva verso un’altra direzione e scompariva alla vista di Maria; invece passava piano piano sotto il muretto e le arrivava dietro le spalle, gonfio, con le ali a terra e a testa bassa. Le saltava addosso pizzicandola nelle gambe… Urli a non finire… la povera Maria chiamava aiuto: ’Ndunèe vien’ accaa! ‘Stu disgrazziate me sta pizz’cann tutt’i ’ccosce!

Arrivava in soccorso mia madre e tutto finiva. A nessuno della casa il gallo mai si rivoltava contro!

Bevuto il caffè e fatte quattro chiacchiere, Maria doveva tornare a casa; mia mamma la doveva accompagnare fino dove si pensava che il gallo non arrivasse… Mamma salutava e la lasciava per far ritorno a casa… ed ecco che compare proprio davanti a Maria ‘Toro Scatenato’… e via altre urla, altre invocazione di aiuto: ’Ndunnèe! curre… chiste è proprie ’nu curnute! Ci’hallàve cu’ miche!

Qualche sasso, qualche beccata alle gambe, e lui rientrava felice al pollaio. Ma se c’era mio nonno in giro era tranquillo e non pizzicava nessuno.

Un bel giorno non ricordo chi fosse, ma penso il postino, si presenta a casa di mamma con il gallo preso per il collo: ’Ndunè’ ’u ’ualle è muorte! ’Stu’ strunz’…me vuleva ceca’ all’uocchie!

Così la fine del ‘guardiano delle ferriere’ finì per una lettera arrivata all’improvviso.

Mio nonno aveva  già deciso che l’avrebbe ucciso per la festa di San Silverio, ma arrivò in anticipo la festa, per il pollo. Sua Altezza il Gallo Guardiano venne sostituito da un galletto che doveva farsi le ossa; il nuovo arrivato si comportava benissimo con gli amici o con chi veniva a farci visita e mio nonno lo chiamò Beniamino.

Questa è una delle tante piccole storie della mia infanzia; man mano che mi tornano a mente, le metto per iscritto, a memoria di chi un domani le leggerà e saprà come si viveva a Ponza negli anni cinquanta: bastava poco e niente per sorridere e vivere felici, specie per i bambini…

 

Lino Catello Pagano

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