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La lezione de La Galite (1)

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di Sandro Russo

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Per la presentazione dell’incontro, leggi qui

“Una storia che si può raccontare come un romanzo, tra  ottocento e novecento; i tempi eroici della navigazione dei ponzesi 

Vite di povera gente tra i contrasti delle grandi potenze e due guerre mondiali 

Assetto definitivo del Mediterraneo; la diaspora e l’epilogo”

[dalla Locandina dell’evento]

 

Bello e interessante è stato riprendere le fila della storia de La Galite nella brillante presentazione tenuta da Philippe D’Arco nella sala del Museo di via Roma, a Ponza, il 21 giugno u.s., davanti ad un pubblico numeroso e molto interessato.

Philippe è discendente in linea diretta di quell’Antonio D’Arco, primo ponzese che si insediò sull’isola, giungendovi da La Calle in terra d’Algeria – parte dell’impero coloniale francese a partire dal 1830 – dove alcuni ponzesi si erano trasferiti già nel 1837.

Nel 1872 Antonio, con moglie e cinque figli giunge sull’isola; la sua presenza è rilevata nel 1876, nei documenti e disegni del secondo passaggio dello yacht ‘Violante’ di Enrico D’Albertis (1846 – 1932, famoso navigatore ed esploratore italiano – NdR).

Antonio D’Arco, sua moglie e 5 bambini abitano una grotta vicino ad una sorgente a metà strada fra la spiaggia a mezzogiorno e l’altopiano

Grande impressione desta nell’uditorio la rievocazione dei nomi attribuiti dai primi residenti a parti dell’isola, che richiamano l’analoga nomenclatura ponzese: abbiamo così la Punta della Guardia, la pointe de la Madonne, la ‘scarubade’, ’ncopp’ u chiane, una calavri, dalla nostra Cala vricci di Palmarola.

Philippe ci parla anche di una parola a lungo incomprensibile, perché apparentemente scritta in arabo: “cjill”, che a ripeterla a voce alta rivela il sua derivazione dal ponzese: ’u ciglie.

Continua la presentazione… E le storie dei ponzesi  – gli stanziali e i pescatori stagionali – si dipanano, intrecciate con la grande storia.

Ne risulta il quadro di una comunità residente che non ha mai superato le 200 unità, mentre molti di più erano ‘gli stagionali’, i pescatori delle imbarcazioni che intorno alla piccola isola – dai fondali ricchissimi di  aragoste e corallo – venivano a fare ‘la stagione’.

Questa era la situazione a fine ottocento e ai primi del novecento:

“Alla fine di agosto, i pescatori ponzesi navigano da Ponza a Cagliari  e quindi a La Galite su loro piccole barche a remi  – ‘a rimme’ – aiutandosi con una piccola vela; portano a bordo cibo, ordigni da pesca, sale e barili. Rimangono alla Galita per tre mesi: settembre, ottobre, novembre. Quindi tornano a casa”.

Scene della dura vita dei pescatori e dei corallari. L’attrezzo che si sta tirando da mare è ‘u ‘ngegn’, una pesante croce di ferro cui sono attaccati brandelli di rete, che veniva trascinata sul fondo e a cui rimanevano impigliati i coralli

Innegabili i vantaggi di avere un punto di appoggio sull’isola, acqua da bere – di cui l’isola è ricca, per la presenza di tre-cinque sorgenti; si risaldano rapporti familiari e si combinano matrimoni, anche a distanza. Alberi da frutta e perfino materiale da costruzione vengono portati dall’isola madre, oltre, ovviamente,  al culto di San Silverio, cui viene dedicata la piccola chiesa.

Contemporaneamente si delinea, sempre attraverso documenti d’epoca, la situazione geo-politica dell’isola, che da “res nullius – terra di nessuno”, comincia a destare qualche preoccupazione del Bey, capo del governo tunisino (cui formalmente appartiene), a causa della presenza degli italiani; fino all’imposizione del protettorato francese sulla Tunisia nel 1881.

Perché questi ‘coloni’… “a malapena conoscono le leggi, non pagano imposte; nella comunità si vive, si nasce e ci si sposa senza alcuna delle formalità legali adottate nei paesi civili” – “C’est à peine si ce groupe humain connaît  les lois, ne payant point d’impôts, vivant, naissant, se mariant sans aucune des formalités légales en pays civilisés…”

E ancora, da un documento del 1939, il gendarme Cottet Henri scrive:  È stato eseguito un servizio di Gendarmeria come misura preventiva anche se gli avvertimenti dati agli isolani hanno la tendenza a rimanere inapplicati; specialmente l’usanza di danneggiare le proprietà altrui”

Da parte dei coloni traspare – nei piccoli atti burocratici su varie questioni che i residenti scambiano con l’Amministrazione – la preoccupazione di mantenere buoni rapporti con il potere ufficiale; la situazione è complessa ma tutto sommato accettabile e vivibile. Dal 1881 la Tunisia, pur formalmente retta dal Bey, è soggetta al protettorato francese, e questi ultimi cercano di far crescere la popolazione europea nei due paesi; in questa politica sono da intendere il divieto al comando delle barche da parte dei non francesi e l’obbligo di nazionalità ai figli dei stranieri nati in Algeria e Tunisia.

In uno scorcio illuminante della presentazione di Philippe vengono presentate la lettera autografa di Antonio D’Arco che chiede la nazionalità francese (forse appunto per mantenere il comando della barca), e una testimonianza – sempre attraverso un documento ufficiale – della moglie Emilia Mazzella, che fieramente vuole mantenersi italiana…

La citazione dell’autorità matriarcale della cultura ponzese d’altri tempi (?), viene sottolineata da mormorìi e con viva partecipazione dai presenti…

 

Ma la situazione internazionale si complica, per la piccola isola, nei primi decenni del Novecento. La prima guerra mondiale è alle porte e benché l’Italia vi partecipi (in un secondo momento) dalla parte dell’asse Inghilterra-Francia, nascono situazioni ibride e casi di appartenenza a due eserciti (!)

Nell’intervallo tra le due guerre il protettorato francese sull’isola della Galite, fino ad allora benevolo e improntato al ‘laissez faire’, è messo alla prova dalle mire espansionistiche del regime fascista che si va instaurando in Italia.

Ma l’isola è ora saldamente sotto il controllo dell’Amministrazione francese, che vi installa un catasto, iniziano la distribuzione dell’acqua e opere di migliorie stradali, la scolarizzazione e addirittura un servizio postale con navi regolari e con l’hydravion

L’hydravion militaire de Karouba en 1931

L’epilogo della storia è condensato in questo manifesto che celebra il cinquantenario della partenza della popolazione residente a La Galite, una volta che la Tunisia ottiene prima l’autonomia (1954), poi l’indipendenza dalla Francia (1956)

 

Philippe D’Arco ci dà appuntamento al prossimo anno per un approfondimento della parte mancante, fino ai giorni nostri.

Per la mia parte mi impegno a completare la relazione con gli interventi di Enzo Di Giovanni, di Giovanni Conte e Antonio De Luca.

L’accordo con Philippe è di trasporre per esteso e in dettaglio, sulle pagine di Ponza racconta e poi forse in un vero libro, il risultato delle sue ricerche su La Galite.

 

Sandro Russo

 

[La lezione de La Galite (1) – Continua]

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