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Programmazione nell’isola d’Ischia: utopia o realismo?

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di Giuseppe Mazzella

 

E’ nelle edicole e nelle librerie dell’isola d’Ischia a partire da mercoledì 20 giugno 2012 il numero di giugno-luglio – anno XXXIII n. 4 – de “La Rassegna d’Ischia”, il periodico di ricerche e di temi turistici, culturali, politici e sportivi diretto dal prof. Raffaele Castagna, a cui è allegato il libro di Giuseppe Mazzella “Ischia, la pianificazione mancata – la storia di uno sviluppo edilizio ed economico senza programmazione dal 1949 al 2012” –  con una postfazione di Franco Borgogna, presidente dell’Osservatorio sui fenomeni socio-economici dell’isola d’Ischia (OSIS).

Quella che segue è una presentazione inviataci dall’Autore.

La Redazione

 

Una Legge Speciale del Parlamento per razionalizzare la crescita economica e sociale al tempo della recessione

di Giuseppe Mazzella di Rurillo

L’obiettivo  fondamentale della politica urbanistica è di tradurre sul territorio i programmi economici. La Programmazione Economica e la Pianificazione  Urbanistica non rappresentano due fasi separabili sotto il profilo operativo ma sono due aspetti di un unico processo”.

L’affermazione, così perentoria, è di due economisti, Giorgio Fuà e Paolo Sylos-Labini, ed è contenuta nel loro libro “Idee per la Programmazione Economica” del 1963.

I primi anni ’60 del ’900 in Italia furono quelli della “svolta a sinistra”, del primo governo di centro-sinistra cioè della diretta partecipazione del Partito Socialista Italiano al Governo insieme alla DC, al PSDI ed al  PRI dopo circa vent’anni di governi “ centristi” con il PLI. Furono anche gli anni della “rottura a sinistra” con il PCI schierato all’opposizione.

Il decennio 1962-1972 può essere definito come quello della “grande speranza” della politica di Programmazione intesa come “Terza Via” tra il modello di sviluppo liberista e quello collettivista, cioè il più serio tentativo di coniugare la libertà economica con l’esigenza di eguaglianza politica. La politica di Programmazione prevedeva un ruolo decisivo dello Stato nell’economia, ancora più interventista di quello costruito dai governi centristi. Ad onor del vero e alla prova della Storia tutti i governi diretti dalla DC con la partecipazione del PSDI, del PRI e del PLI chiamati “centristi” non furono mai “liberisti”, ma significativamente “statalisti” con un grande intervento dello Stato in economia per eliminare gli squilibri territoriali ed accrescere l’occupazione con un sensibile miglioramento delle condizioni della classe operaia.

Per quanto concerne il nostro Sud con l’eterna “questione meridionale” furono i governi centristi a varare la Cassa per il Mezzogiorno con un grande programma di opere pubbliche e con grandi incentivi alle imprese per accrescere lo sviluppo e l’occupazione nel Sud.

La partecipazione dei socialisti al Governo, salutata come “una svolta epocale”, voleva mettere l’acceleratore ad una sostanziale politica di riforme di struttura capaci di  realizzare un moderno “Stato Sociale”. La “Programmazione” sul piano locale dei Comuni significava dotarsi di Piani Regolatori  detti “Generali” perché non  dovevano essere soltanto  di “fabbricazione” ma anche di “sviluppo economico” e lo Stato doveva essere “decentrato” con la nascita delle Regioni.

Come sono andate effettivamente le cose, perché fu chiusa quell’esperienza, cosa ha rappresentato il cosiddetto “pentapartito” negli anni ’80, perché si sviluppò “tangentopoli” con la distruzione dei partiti della “prima Repubblica”  – sono domande alle quali qui non si forniscono risposte.

 

Qui voglio cercare di spiegare come è nato lo straordinario sviluppo economico nell’isola d’Ischia nel secondo dopoguerra, come è stato possibile avviare uno sviluppo economico fondato sull’espansione edilizia senza rimuovere le leggi di vincolo, di tutela paesistica che esistevano fin dal 1939. Ho cercato di spiegarlo raccogliendo le dichiarazioni, gli scritti, le memorie  di alcuni protagonisti di quello sviluppo e confrontarli con quello che oggi si dice.

Ma mi è parso necessario partire dalla perentoria affermazione di Fuà e Sylos-Labini perché la politica urbanistica è sì stata “quella di tradurre sul territorio i programmi economici” ma lo è stato e lo è ancora in un modo terribilmente farraginoso con una legislazione contorta e contraddittoria al limite dell’assurdo. Purtroppo “Programmazione Economica e Pianificazione Territoriale” hanno rappresentato due fasi di due aspetti di un processo politico degenerativo che ha finito per ridicolizzare l’una e l’altra.

“La ricerca e la sperimentazione urbanistica degli ultimi decenni, pur in assenza di una riforma della legge urbanistica nazionale che risale al 1942, hanno evidenziato le criticità e le arretratezze di un modello di pianificazione convenzionale ereditato da quella legge e praticato a partire dal secondo dopoguerra” scrive il prof. Michelangelo Russo, docente di Urbanistica  alla Federico II di Napoli, in un intervento apparso sull’ edizione napoletana de “La Repubblica” mercoledì 18 aprile 2012.

Russo sottolinea  inoltre che “l’urbanistica è materia di legislazione concorrente tra Stato e Regioni” ed ancora esprime l’opinione, riferendosi al Piano Regolatore Generale della Città di Napoli – ma può essere estesa ovunque – “che non è più possibile ritenere il piano come lo strumento che racchiude in sé tutte le potenzialità e le risorse per lo sviluppo e il cambiamento del territorio. Il piano è una tra le componenti del processo di pianificazione e di governo del territorio che, nei diversi livelli, consente di affermare una idea di città qualora riesca a sostenere e orientare politiche, azioni e progetti coerenti e coordinati”.

Russo afferma ancora che “il piano urbanistico non è più il “totem” della gestione del territorio, nella sua forma chiusa, bloccata e convenzionale; ma …uno strumento capace di gestire e accogliere la domanda di cambiamento nel rispetto conformativo delle scelte di lungo periodo, che tutelano i valori collettivi…”.

Russo rifugge “da un piano urbanistico burocratico, rigido, inflessibile, lento da modificare, incomprensibile ai più, incapace di produrre sviluppo, cioè in quella forma inattuale che ha immobilizzato il territorio italiano per decenni e al contempo ne ha decretato il consumo e il degrado per l’incapacità di impedire l’abusivismo, l’incuria, la mortificazione di ogni progettualità” e da qui l’esigenza di “aggiornare scelte e strategie, …che possono dare contenuto a una domanda di innovazione e di cambiamento resa più forte e urgente dalla profondità e dalla pervasività della crisi che viviamo”, concludendo che “cambiare modello non solo oggi è possibile, ma appare improrogabile”.

Se queste sono severe osservazioni di uno studioso riferite alla Città di Napoli che ha un Piano Regolatore Generale in vigore per il decennio 1993-2004 cosa si può dire per Ischia, la più importante località turistica della Campania per ricettività con  almeno 40mila posti-letto, che non ha mai avuto un Piano Regolatore Generale in vigore ma ha un Piano Paesistico approvato con decreto ministeriale nel 1995  che vieta ogni modifica del territorio?

Come può un sistema economico così complesso funzionare  – con 3mila imprese iscritte alla Camera di Commercio e circa 13mila lavoratori iscritti al Centro per l’Impiego – in una “economia aperta” con uno strumento urbanistico “sovraordinato” rispetto a tutti gli altri che impedisce una ulteriore “crescita” o addirittura di “consolidare” una simile espansione?

Ritengo che per dare serietà alla Programmazione – che deve ritornare come strategia di politica economica dopo vent’anni di sfrenato liberismo – e applicare la giusta osservazione di Fuà e Sylos-Labini vecchia di circa 50 anni bisogna mettere ordine  nel  quadro normativo dell’urbanistica dell’isola d’Ischia con una Legge Speciale dello Stato e addirittura una “legislazione speciale” per i trasporti marittimi perché nel Golfo di Napoli c’è un movimento  secondo nel mondo solo ad Hong Kong così la politica dei tagli alla spesa del Ministero della Giustizia con la paventata soppressione della sezione distaccata del Tribunale di Napoli non può essere applicata senza tener conto della consistenza demografica (65 mila abitanti) e quella economica e sociale dell’isola più grande ed importante dei golfi di Napoli e Gaeta. Addirittura bisogna attuare un nuovo Distretto Turistico delle Isole Napoletane da Capri a Ponza, come già ho proposto, per allargare l’offerta turistica in tempo di recessione e di spietata competizione mondiale.

Come farla, questa “Legge Speciale”? Da dove cominciare? Servono ancora sei Comuni? A che servono ancora le leggi vincolistiche del 1939? come realizzare le opere pubbliche infrastrutturali come la depurazione delle acque reflue? Come gestire efficientemente il servizio di distribuzione idrica, i porti turistici, i trasporti pubblici, la raccolta rifiuti e perfino la stessa  propaganda o promozione turistica?

Sono alcuni interrogativi ai quali l’Autore non fornisce risposte; del resto lo scopo di questo lavoro è “seminare dubbi non raccogliere certezze” [Norberto Bobbio].

 

Giuseppe Mazzella di Rurillo

Casamicciola, 19 giugno 2012

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