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La poesia del mare

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di Gabriella Nardacci

 

Nei confronti della poesia, ho avuto sempre un grande rispetto.

In una poesia, le parole devono essere ben pensate, con i suoni giusti e le giuste cadenze e anche se senza rime e costruzioni varie, devono, comunque, avere un loro ritmo e occorre far cadere l’accento giusto al momento giusto e rispettare una pausa  e la ripresa e dare il tono giusto della voce. Perché spesso una poesia è senza segni d’interpunzione e solo chi la sente la può leggere o recitare nel modo giusto.

La poesia, è stata per me, l’inizio di questa passione per la scrittura. Mi ricordo che già dall’adolescenza, negli spazi bianchi di alcune pagine dei miei libri, spesso durante alcune lezioni (probabilmente noiose), traducevo in versi le immagini che vedevo dalle finestre dell’aula e quelle che mi portavo nella mente.

C’erano le foglie ballerine dell’autunno, c’era l’odore del pane appena cotto e la fioritura dei ciliegi a primavera e poi, tante poesie sul mare e i suoi colori, calmo o agitato, all’alba e al tramonto, in ogni stagione e con tutte le emozioni e le  sensazioni che mi dava guardarlo, parlargli o anche soltanto pensarlo.

Nell’età degli studi, il mare lo si intende come evasione, divertimento e vacanza. Difficilmente si pensa ad esso come una metafora della vita, dell’amore, delle paure, dei grandi spazi, del bisogno di un porto, di una grande strada che porta a un’isola dorata…

“Tutte le strade finiscono al mare, dove ci sono i porti. Di là ci s’imbarca e si va nelle isole dove gli stradoni riprendono…” (Pavese)

Poi si cresce… Ci innamoriamo, soffriamo e camminiamo a un metro da terra. Il mare diventa l’estate con i disegni sulla battigia e i castelli con le stradine dove i tuoi bimbi spingono le biglie e scavano per trovare l’acqua da far passare sotto i ponti.  Noi  grandi che sonnecchiamo sotto l’ombrellone con un occhio chiuso al sole e l’altro aperto verso i figli che, instancabili, rincorrono le onde per riempire i secchielli di acqua e costruire altre torri, perché quelle di prima sono state distrutte da un’onda più lunga delle altre.

I figli crescono, le mamme imbiancano… dice una canzone. Ma i figli crescono e i grandi cominciano a stancarsi. Si guarda lontano, quando si va al mare. Oltre l’orizzonte. Interminabili sguardi nell’attesa di risposte, nella speranza che arrivi qualcosa che ci scuota, nelle domande circa il senso della vita e del tempo per se stessi che non basta più, e del tempo che passa e che fa diventare altro tutto ciò che viene. Un orizzonte irraggiungibile e che mai ci apparterrà…

“È stata ritrovata! Cosa? L’eternità. È il mare unito al sole” (Rimbaud)

Poi i figli se ne vanno, come è giusto che sia e spesso si rimane soli. Le fatiche della vita sfiancano e a volte, isolarsi da tutti o cercare un luogo dove poter trovare sollievo, diventa necessario. C’è chi pensa alla montagna e chi, come me, continua a credere che il mare sia il posto giusto per riconnettersi con se stessi.

Spesso, di mattina presto, durante l’estate, quando vado nella mia casa al mare, mi piace passeggiare sulla battigia. C’è solo qualcuno che fa jogging e qualche persona anziana che raccoglie le conchiglie. Mi piace arrivare in un dato punto dove c’è un sasso che sporge e che ha la forma di una poltroncina.

Mi siedo e osservo il mare e scrivo e penso. A volte  dirigo alcuni pensieri su quelle acque erranti e a volte il mare mi suggerisce le parole giuste. Sembra siano le onde stesse a parlare sospinte dalla brezza e nel loro movimento scorgo i gesti di un amico.

Sì, perché il mare a volte sembra compiere azioni umane…

“…si pettina, si struscia contro se stesso il mare pizzicato dall’aria, mordicchiato dal vento nella verde-azzurra pelle…” (Mario Luzi)

…E quanti modi di dire riguardanti la voce del mare! Un mare di parole, le parole sul mare, le parole che assomigliano al mare, le parole in mezzo al mare che possono evocare ricordi veri o fantastici. Le parole dentro il mare. Perché qualcuno si è domandato se i pesci parlano e  “…tutto, invece, può essere riconsiderato…” perché, forse, anche i pesci hanno un loro modo di parlare.

Il mare è terapia dell’anima. Entra dentro i pensieri e li innalza rendendoli potenti e sovrani.

Di poesie sul mare ce ne sono innumerevoli così come i racconti che sono poesia pur essi, perché quando si parla del mare, immediatamente si cambia espressione e ci si pone in un ascolto che sa di preghiera.

“…i confini del mare somigliano al cerchio di gesso che continua ad essere descritto e cancellato, che le onde e i venti, le imprese e le ispirazioni allargano o restringono. Lungo le coste di questo mare, passava la via della seta, s’incrociavano le vie del sale e degli olii e dei profumi, dell’ambra e degli ornamenti, della sapienza  e della conoscenza e dell’arte…” (Predrag Matvejevic, in Breviario mediterraneo).

Ma molti Autori ne hanno parlato e troppo sarebbe ancora da dire. Voglio soffermarmi su un poeta appena conosciuto: Antonio De Luca.

Ho avuto modo di conoscere qualche suo pezzo sul sito, e curiosa di saperne di più, sono stata anche alla presentazione del libro qui a Roma.

Andrea Simi, Isabel Russinova e Antonio De Luca alla presentazione di “Adespota” a Roma, il 29 maggio u.s.

Nell’entrare in quella meravigliosa biblioteca e nel vedere tanta gente austera in giacca e cravatta, ho pensato inizialmente di aver sbagliato luogo. L’idea che mi ero fatta di Antonio, leggendo una sua poesia, era diversa da ciò che vedevo in quel momento.

All’ingresso della grande sala, le cui sedie scricchiolavano al minimo movimento, seduto su tre gradini laterali, c’era un uomo giovanile nell’aspetto ma vestito in modo diverso dagli altri : jeans e giacca jeans, scarpe da ginnastica, una sciarpa al collo che, dai colori,  avevo scambiato per una sciarpa della Roma…

Aveva una prospettiva ampia della sala da quella parte e osservava curioso e pensieroso, tutta la sala e tutte quelle persone. Così lo avevo immaginato e mi ha fatto piacere quando ho avuto l’opportunità di appurarlo.

“Grazie delle sue parole e dei suoi pensieri” – così mi ha dedicato il suo libro.

Ho provato a fare un’analisi della sua grafia e della personalità che c’è dietro (seppure la grafologia non sia una scienza esatta): è una personalità complessa e inquieta seppure intrisa di forte passionalità e attaccamento alle cose che conosce e che ama. Ma più che la grafia, ho ritrovato nella sua poetica, ogni cosa di cui sopra e che è appartenuto anche ai sommi.

La sua “anima barocca”, “il porto di se stesso”, l’oceano che diventa passaggio ma anche “i libri ormeggiati come navi…”, il “pensiero rivolto all’orizzonte, nel mare d’inverno nascosto nelle barche scolpite dal vecchio, nella lotta “di tutte le attese davanti al mare”, nell’ ascolto di un’isola e nel suo altrove, negli “amori segreti che si condividono con un luogo”.

Tante sono le cose che mi hanno fatto pensare a tanti poeti in un poeta.

I suoi amici, sul sito, ne hanno parlato con affetto e sorpresa. È bello riscoprire un amico nell’animo e ritrovarlo nei ritmi alterni della propria vita.

Ma il suo vivere su un’isola citandone il fico, la vite e l’ulivo, prodotti cari anche a vati eccellenti… sospeso tra cielo e terra nutrendosi di frutti di mare e di vino e di lettere d’amore… credo sia una immagine così serena, espressione di quella malinconia positiva e creativa dentro un’apparente solitudine, che mi ha  fatto stare in sua compagnia, leggendone le poesie.

La poesia sa consolare, a volte, e la si comprende anche da una sola parola o solo nella sua musicalità, in qualsiasi lingua venga recitata.

A tal proposito mi sovviene la scena del film “Il postino” di Massimo Troisi.

Il poeta, Pablo Neruda, parla con il suo amico di fronte al mare e recita una poesia nella sua lingua, lo spagnolo.

L’amico napoletano non coglie le parole ma ne avverte il ritmo e dice al poeta:

“Mentre parlavate, le parole entravano dentro di me e andavano di qua e di là come il mare”.

Sì il mare… metafora dell’amore.

Gabriella Nardacci

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