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A Ponza, una serata di Poesia

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di Vincenzo Ambrosino

 

L’architetto Winspeare lo ha progettato anche per te questo porto, ha arredato questa arena per le tue poesie? Ma tu poetavi già quando davi asilo a quei vecchi pavimenti nel tuo piano-bar, quando valorizzavi l’antico bancone del Tripoli. Intorno a te c’era un’altra vita che pullulava, che non ti è mai piaciuta, e tu, impaurito e sperduto, sei riuscito a conservare la tua splendida pazzia.

Che cos’era quella colonna sonora, che riempiva scenografie quotidiane, di Thelonius Monk, di Paolo Conte, se non un tentativo di vivere oltre la realtà. E il nostro Fieno nato rifugio, diventato una stazione dalla quale partire per percorsi ideali.

Che cos’era quel fotografare muri, se non marcia verso se stessi: croste di muri colorati o pezzi di legno logorati dal tempo cos’erano, se non poesia?

E cos’è la tua casa dove c’è tutto quello che non trovi in una casa normale: non c’è tranquillità, riposo, conforto, ma parole, ricordi, testimonianza, indagine, passione, visione.

 

Mi hai invitato, questa sera, alla presentazione del tuo libro e vedo già tante anime, che si accalcano accanto ai vini, vini di questa terra, che tu hai sempre amato e almeno lei, non l’hai mai tradita, vini per brindare una nuova resurrezione.

Io brindo al tuo libro e idealmente saluto Andrea Simi. Non so come si possono amare due poeti tanto da mescere nello stesso libro i propri versi, ma penso che tutto sia nato spontaneamente, guardandosi negli occhi, bevendo del buon vino, in una giornata dove le cose intorno, cominciano a parlare a raccontare e ci si riconosce di stare in armonia con le parole.

Sono seduto, ma sono lontano, non riesco a concentrarmi, io con la mia piccola famiglia, tu con il tue visioni mediterranee.

Ascolto e non ascolto, non voglio sussurrare a te le mie emozioni , non voglio interrogarti visto che mi hai tradito; voglio parlare ai tuoi versi, voglio interrogarli per tentare di scacciare la tentazione di ritornare adolescente.

“Nascemmo nell’acqua l’umido della terra

è un cammino pagano,

il largo traboccato dall’epopea mare,

un oceano diventa passaggio,

solo a incontrare l’errante adolescente che mi porto.”

E adolescenti tentavamo di innamorarci, tu idealista dell’amore sacro che cercavi in una donna-madre morbida e protettiva, io a sfuggire la prigione dei sentimenti. Oggi ci troviamo, capovolti, su mondi paralleli inconciliabili.

“Gli amori segreti sono quelli che condividiamo con un luogo,

allora questa follia mi appartiene

l’amore non sempre segue un programma”.

Tuo padre calava dalla sua cabina di comando e con il suo sarcasmo rimproverava il nostro inesorabile disordine. Ora so cosa avresti voluto dire al comandante “la scrittura non è sempre un punto nave”. Avresti voluto abbracciarlo e urlargli: Papà, ti voglio bene ma perché non mi comprendi? Ma lui ti ordinava: “Studia, prendi una laurea, fatti una famiglia non perdere tempo”.

Tutto ti sei portato nelle tue poesie, anche i tuoi studi che approfondivi a tal punto da non terminarli:

Vivo sopra un’isola

uno scoglio di pietra viva

pinastri e dirupi

un fico, la vigna e l’ulivo

e il faro di tutta la vita sta qua

sopra uno sperone trachitico.

Vivo sospeso tra la terra e il cielo

mi nutro di succo d’uva, frutti di mare

e lettere d’amore dal mondo

del mare conosco la luce e le tenebre

utilizzo catrame di resina.

Una nemesi mediterranea.

 

Tutto hai svelato alle tue poesie, anche i sospiri in musica di Gaber, De Andrè, di Leonard Cohen

Il vero amore non lascia tracce…

Con questo mare intorno

ora mi hai fatto piangere.

Non mi inganni, amico mio, tu sei segnato come un vecchio tronco, sradicato giovanissimo e gettato nei gorghi di un fiume, hai cercato una ragione nel mare della vita, ma mutevole come le tue passioni, hai vagato spinto da onde avverse, “incavigliate”, inesorabili, hai provato ad aggrapparti ad una scogliera, hai cercato una spiaggia per riposarti, ma niente ti consolava:

“…che mai ero appartenuto a qualcuno

vivevo tra quello che ero stato e quello che sarà

su un territorio di frontiera senza nessuno

dove erano più le domande che le risposte!”

 

Domande che non possono avere risposte perché “stiamo sull’orizzonte che vorremo essere non su quello che realmente siamo”.

La sofferenza fortifica e magnifica la solitudine che apre mondi sconosciuti, regala due nuovi occhi, due nuove gambe, apre nuove prospettive, nuovi scenari: sviluppa un nuovo senso della sopravvivenza che è l’essenza del vivere al mondo.

“Siamo ciò che sentiamo non ciò che vediamo”

Finalmente solo! Puoi liberare quello che hai accumulato che ti ha dato la sopravvivenza. Puoi bruciare l’ipocrisia delle convenzioni e hai il coraggio di mettere in versi i tuoi sogni.

E così per caso, in città che hai sempre conosciuto, seduto su bitte di porti, tra cime e marinai, in quartieri proibiti dalla morale cristiana hai conosciuto nuovi fratelli, nuovi amici: nuovi ma sempre uguali perché l’uomo vero, viaggia con gli stessi piedi da migliaia di anni per capire se stesso

A Marsiglia, hai trovato un compagno di viaggio Jean-Claude Izzo che ti ha regalato i suoi occhiali per rivedere il Mediterraneo e con quegli occhiali hai rivisto il film della tua esistenza. “Anche noi dal nostro piccolo guardiamo il mondo, ma loro, i grandi, al loro mondo non mettono confini perché danno al mondo un’anima e un pensiero”.

Ti sei sentito confortato dall’ultimo iugoslavo, Predrag Matvejevic, che ti ha condotto con mano a comprendere ciò che hai sempre conosciuto

“…dello sciacquio e dello sciabordio del mare lungo la riva, di ciò che resta delle onde che si sono esaurite e smorzate, i loro rumori o le loro voci quando schizzano di spruzzi gli scafi delle navi o gli angoli dei moli. Il rumore, il suono o forse il canto dei grilli non turbano l’insonnia, questo lo so per esperienza, nelle notti d’estate quando è più facile star svegli che dormire, quando sono gli animi a voler vegliare e si potrebbe dire, a sentirsi uniti e raccolti lungo tutto il Mediterraneo”.

E da allora nei tuoi viaggi non sei stato, più solo, la tua valigia era il tuo passato, la letteratura la tua energia, hai letto con avidità Antonio Tabucchi e sei entrato “nel suo baule pieno di gente” che ti ha portato a scoprire Pessoa e il Portogallo.

E da Lisbona l’amico Fernando Pessoa ti ha indicato l’oceano fonte di ispirazione per continuare a navigare l’anima della Vita, con una consapevolezza rinnovata:

“il poeta è un fingitore

Finge così completamente

che arriva a fingere che è dolore

Il dolore che davvero sente”.

 

E su queste tracce hai voluto sfiorare il “bastone” di Pedro Salinas che ti ha parlato di amore e di poeti:

“solo gli amanti e i poeti

conoscono il segreto per affidare al vento

le loro emozioni affinché sopravvivono alla loro vita.

 

E infatti tu scrivi in ‘Casa di isola’:

Chi scrisse il divino Odisseo al viaggio

il poeta il demiurgo o il fato.

Viaggiare il bambino che fui

un’isola è tutto terra e cielo

il mare il grembo che mi portò.

Tutto trova ordine, una nuova dimensione del vivere esule, uomo del mondo, cullato dal mare della nuova speranza di civiltà, di umanità, di amore, e trovi conforto e conferma nelle poesie del sommo Quasimodo, come in ‘Vicolo’:

Mi chiama talvolta la tua voce

e non so che cieli ed acque

mi si svegliano dentro:

una rete di sole che si smaglia

sui tuoi muri ch’erano a sera

un dondolio di lampade

dalle botteghe tarde

piene di vento e di tristezza.

Altro tempo: un telaio batteva nel cortile

e s’udiva nella notte un pianto

di cuccioli e bambini.

Vicolo: una croce di case

che si chiamano piano,

e non sanno ch’è paura

di restare sole nel buio.

 

 

Amico ritrovato, non sei cambiato, hai solo una nuova consapevolezza: quella di essere comunque vissuto e nessuno ti ha regalato quello che sei diventato.

“la vita me la sono inventata, distillata

Chiedo agli dei che il mio none sia Nessuno

Sui versi che lascio sia scritto Caino.”

 ***

Sono andato lontano, le poesie mi hanno portato via da questo posto. Ritorno e mi trovo seduto in mezzo ad altre anime innamorate e riesco ad ascoltare qualche poesia, qui stasera. Non mi chiedo più chi è il poeta che ha scritto questi versi, se Andrea Simi o Antonio De Luca, o quegli altri… li vedo comprendersi, complici, li vedo ripartire, prendere la nave, li vedo brindare alla libertà che permetterà loro di sperimentare nuovi percorsi: io resterò seduto sulla bitta, prigioniero, con il cuore in mano a salutarli.

 

Vincenzo Ambrosino

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