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Le passeggiate per terra. Al Porto e verso i Conti (4)

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di Pasquale Scarpati

Per le puntate precedenti digitare: Le passeggiate per terra – nel riquadro CERCA NEL SITO, colonna di sin. in basso sul frontespizio

 

Un giorno nei pressi del portone della casa di zia Civitella, cognata di mia nonna, prospiciente la strada e la cui casa è attaccata a quella di nonna, incontro don Aniello, un anziano sacerdote che scende lentamente, appoggiandosi, tremolante, ad un sottile bastone. Alla dottrina mi hanno insegnato che quando si incontra un sacerdote è doveroso baciargli la mano. Visto che lui mi fissa, un po’ titubante mi avvicino ma, nell’atto di  mettere in pratica ciò che mi è stato impartito, l’anziano sacerdote perde l’equilibrio e cade luong’ luong’ pe’ terra, perdendo anche un po’ di sangue. Spaventatissimo, non so cosa fare; per fortuna sopraggiungono i miei che seguono a poca distanza.

Quando però incontro Giuseppe a Giancos e facciamo la stessa strada, le cose vanno in modo diverso: non solo si precedono i nostri costantemente, ma si va anche  in esplorazione, cercando sentieri impervi  e scivolosi formati dalle acque dilavanti. Dobbiamo scoprire nuove vie, prendere  lucertole o meglio ancora, zufolare dopo aver asportato la parte superiore, morbida, di una canna: soffiando in essa si produce un suono sottile e tutto lo strumento vibra sotto lo sforzo del fiato che fa gonfiare le gote. Mamma non vuole perché dice che, così facendo, si ferma la crescita della canna, la quale non forma più lo scupazzo, altro attrezzo per le pulizie domestiche. Durante queste perlustrazioni, nella migliore delle ipotesi, mi sporco gli indumenti con le relative conseguenze.

Cardogna, il volpino, ci dà il benvenuto abbaiando, starnutendo e scodinzolando; scende velocemente le scale che portano alla curteglia; fa una gran festa quindi torna indietro, attraversa un buco creato apposta nella rete della porta d’ingresso e annuncia a quelli di casa l’arrivo di persone conosciute, poi ritorna di nuovo da noi  come per vedere se abbiamo proseguito il nostro cammino. Il più delle volte già troviamo gli altri zii e cugini quasi tutti più grandi di me ad eccezione di Giuseppe e Mario, figlio di zio Vittorio e zia Desina.

Gli adulti discutono animatamente, scummattono, su argomenti  noiosi e poco interessanti: come scugnare le lenticchie, come si presenta la vendemmia, la raccolta delle fave ed altro; parlano di Santella a chella vanna e del marito Micheliello;  di chill’  ‘e Migliano, di chill’ du prevete, della Fornesa, di Concetta ’a Spiritista (solo il soprannome evoca pensieri lugubri e lontani…) e di altre persone.

Francisco Vitiello, sua moglie Giovannina e la sorelle di lei, Santella, che stanno scugnando le lenticchie sulla curteglia; la foto è datata 1963

Nel mentre, noi ci allontaniamo di soppiatto in cerca di… avventure. Se sappiamo che sul tetto ci sono le mostarde ad asciugare ed è sparita, come al solito, la scala, ci rechiamo da zia Civitella, nonna di Giuseppe, e tentiamo un’altra strada, alquanto più pericolosa, perché dobbiamo scavalcare un piccolo fossato. Se ci sono i gustosissimi gelsi rossi, imperterriti, nonostante il pericolo sovrastante, andiamo lì per cogliere i succulenti frutti.

Non sono rari i litigi: normalmente io e Giuseppe ci coalizziamo contro Mario, che il più delle volte deve cedere alle nostre prepotenze. Abbiamo però l’accortezza di non strillare se ci facciamo male da soli, altrimenti arriva… ‘il resto’ (…po’ te dong’ ’u riest’); invece l’aria fuoriesce a pieni polmoni allorché qualcuno di noi crede di aver subito un’ingiustizia; forse si spera nella vendetta di riflesso: qualche adulto che  si faccia vindice del torto subito.

Se però ‘quelli’ intervengono, non  vanno tanto per il sottile perché… mazze e panell’ fanno i figli bell’. E …pane senza mazze fanne i figli pazz’… Mah! Io però di rimando, per difendermi, mi sono inventato una variante e qualche volta oso ribattere…  mazz’ e  sempre mazz’ fanno i figli pazz’. Ma poi, dopo avere risposto in modo impertinente, via di corsa, sperando che, trascorso un po’ di tempo,  le acque si  calmino. A volte, purtroppo, neppure il trascorrere del tempo riesce a lenire i furori…..

Qualche volta mio padre mi comanda di andare da nonna. Ovviamente protesto ma, vista l’impossibilità di essere ascoltato, sono costretto ad ubbidire. Velocemente attraverso Ciancòss, velocissimamente il ’u ’ruttone ’i Santa Maria tendendo l’orecchio ad ogni piccolo rumore: allo scalpiccio dei passi o al suono di qualche voce  che mi conforti.

Poi mi inoltro per la strada vecchia e raggiungo casa di nonna con la speranza di trovare qualche cugino coetaneo. D’estate è gradevolissimo entrare in quella casa perché è fresca rispetto alla curteglia inondata di sole. Durante i freddi ed umidi mesi invernali, trovo nonna seduta su una cassa che è posta al di sotto della finestrella della prima stanza, quasi a voler carpire tutti i deboli raggi del sole e, come tutte le persone anziane, indossa ’na sciallett’ sulle spalle e cuce o fila con il fuso; vicino ha un piccolo ’rasiere che  assolve egregiamente la sua funzione. Questo, inserito in una pedana di legno su cui è più comodo poggiare i piedi, sembra un  cappello cardinalizio cinquecentesco rovesciato. Accenderlo è un rito e un’attesa: due legnetti o penicilli, un po’ di carta, poi i cerini o meglio ancora i micciarielli che danno fuoco a un pezzo di giornale o carta, poi le gote che si gonfiano o un cartone o un ventaglio, per rinvigorire l’esitante fiamma.

Mia nonna Tummetella. La foto la ritrae nel 1956 negli USA a casa di uno dei suoi figli, quando lei si recò colà, per un breve periodo, già ultrasettantenne

Non appena entro la saluto e, se d’estate, corro alla piscina per lenire l’arsura. È un pozzo che raccoglie acqua piovana che viene giù dal tetto tenuto sempre pulito. Lì mi diverto due volte: la prima perché c’è un piccolo secchio con la carrucola ed un peso al lato e così non solo mi piace veder girare la puleggia, ma posso anche  tirare su, quasi  senza sforzo, il secchio piangente, la seconda perché mi disseto avidamente tuffando il viso in quell’acqua freschissima.

 

Pasquale Scarpati

[Le passeggiate per terra. Al Porto e verso i Conti (4) – Continua]

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