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Ali nell’azzurro (3)

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di Tina Mazzella

…ispirata dalla vita di mia madre – Immacolata Mazzella – che avendone tutte le capacità, avrebbe voluto studiare e dedicarsi alla pittura, ho scritto questo racconto “Ali nell’azzurro”, in cui ho cercato di tratteggiare la condizione femminile a Ponza negli anni ’30.

[Dalla presentazione dell’Autrice]

Per le puntate precedenti, digitare: Ali nell’azzurro – nella sezione CERCA NEL SITO, nella colonna di sin. in basso, sul frontespizio

 

III.

Segretamente sentiva che non avrebbe sposato nessuno, ma al tempo stesso questo pensiero la turbava: che cosa avrebbero pensato di lei i genitori e le  amiche se solo avessero indovinato ciò che frullava in quella testolina così “matta”?

L’avrebbero ritenuta una pazza! E probabilmente un po’ pazza lo era davvero, poiché era incredibile e a dir poco stravagante concepire simili idee nel suo mondo ristretto, che consacrava il matrimonio, specie per una donna, come la sistemazione più ambita e definitiva, come il punto d’approdo di tutta l’esistenza terrena.

Ma c’era dell’altro nella mente di Paola; c’era quel sordo rancore forse mai sopito, che da tempo covava gelosamente dentro di sé verso i  genitori  e che col passar degli anni cresceva a dismisura e diventava palese ostilità.

Diveniva rifiuto di quella società arcaica ed immobile che sanciva per la  condizione femminile  un  ruolo subordinato e passivo.  Essere  donna significava vivere ai margini e completare quella  società egoisticamente congegnata a favore dei maschi, che attribuiva loro ogni scelta ed ogni privilegio.

Era stato così da sempre nella casa di Paola: i fratelli, allevati per servire la patria o per eseguire mansioni superiori, erano totalmente esonerati dal disbrigo dei lavori domestici, poco nobili e poco dignitosi; a differenza delle donne, potevano pensare, viaggiare, studiare. Perciò dopo la quinta elementare, a costo di gravosi sacrifici familiari erano stati inviati in collegio in città, perché potessero frequentare le scuole superiori, inesistenti al paese.

Papà e mamma facevano grandi progetti per loro: sarebbero forse diventati  medici o avvocati, chissà!

Per lei invece non esistevano ambizioni di questo genere: sarebbe stata una perfetta massaia, virtuosa e paziente, come tutte le altre donne del paese.

Quando spinta dal desiderio di conoscere, la ragazza aveva chiesto ai suoi di potere studiare come facevano i fratelli, essi le avevano sorriso bonariamente, opponendo un irrevocabile diniego. Forse avevano ritenuto quella proposta assurda un capriccio infantile della loro figlia ancora così bizzarra ed  impertinente; anche in quella circostanza lei, umiliata e triste, aveva taciuto ed obbedito.

Ciononostante il rifiuto subito le aveva scavato nella mente un abisso tra le certezze ormai consacrate del mondo degli adulti e le sue ansie di adolescente alla disperata ricerca di una propria identità.  Quasi per magia mamma e papà avevano perso ai suoi occhi tutta l’importanza e l’intero potere che avevano esercitato su di lei sin dalla  nascita, divenendo persone superficiali, capaci di essere ingiuste e crudeli. A questa folgorazione, Paola per la prima volta si sentì sola ed insicura nella propria casa.

Al contrario, il sogno di sapere, di imparare, di evadere diveniva in lei sempre più urgente. Cercava disperatamente di scoprire che cosa potesse esserci al di là dei limiti dell’orizzonte: c’erano altre terre, altre genti, altri pensieri, altri desideri.

Già si avvicinava il Natale e Pietro da qualche mese aveva smesso di frequentare la casa; la giovane lo aveva allontanato con la propria freddezza; inoltre, usando ogni arte, persino le lacrime, aveva persuaso i genitori loro malgrado ad accantonare per il momento l’idea del matrimonio. Di conseguenza il magnifico anello d’oro era stato restituito al legittimo proprietario e lei sembrava avesse riacquistato l’antica serenità.

Quando un giorno il parroco della chiesetta del villaggio le propose di dipingere uno scenario che avrebbe fatto da sfondo al presepe, Paola accettò volentieri. Rapida e solerte, spinta dalla passione per il disegno, preparò tele e colori e fu lieta di cimentarsi nell’impresa.

Tracciò sulla stoffa le prime linee, apparvero lentamente le prime macchie, emersero i primi colori.

A poco a poco tutto acquistò una forma precisa: si stagliarono nitide le brulle montagne; si delinearono i piccoli laghi dalle acque trasparenti; si distese il deserto giallo e pietroso; le capanne dei pastori assunsero contorni precisi.

Poi il paesaggio fiabesco fu finalmente completato dalla presenza degli uomini.

Ciò non fu semplice per la ragazza, che lavorò per lunghe ore soprattutto per creare il viso di Maria.

Con estrema cura ne tratteggiò la forma; quando la vide distinta e presente nel quadro, ebbe un brivido: i suoi occhi erano così vivi ed espressivi che sembravano quelli di una donna reale; lo sguardo era però triste; una tristezza profonda si diffondeva sul volto, conferendo all’immagine una espressione di dolore.

La giovane si chiese perché quegli occhi fossero così tristi. Quale ombra cupa e misteriosa poteva offuscare un momento  così ineffabile come la nascita di un figlio?

Pensò di avere sbagliato tutto e se ne rimproverò. Tuttavia, mentre stava per distruggere il lavoro, un dubbio la fermò…

Sulle prime si sentì smarrita, poi cercò di capire: da tempo, mentre preparava quel dipinto, pensava che Maria fosse stata una donna come tutte le altre; come tutte, anche lei era stata incapace di sfuggire al destino che altri le avevano preparato; anche per lei c’era stato chi aveva disposto, scelto e deciso.

E la libertà?

 

Tina Mazzella

[Ali nell’azzurro. (3) – Continua]

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