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Ali nell’azzurro (1)

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di Tina Mazzella

 

Gentile Redazione,

ispirata dalla vita di mia madre – Immacolata Mazzella – che avendone tutte le capacità, avrebbe voluto studiare e dedicarsi alla pittura, ho scritto il racconto “Ali nell’azzurro”, in cui ho cercato di tratteggiare la condizione femminile a Ponza negli anni ’30.

Nell’augurarmi che possa essere di interesse per i Lettori di Ponzaracconta, provvedo ad inoltrarvelo, ringraziandovi fin d’ora per l’attenzione che vorrete riservargli.

Grazie per la collaborazione e cordiali saluti.

Tina Mazzella 

  

Con piacere pubblichiamo il racconto-testimonianza di Tina, di cui si possono leggere gli altri scritti cercando “Mazzella Tina” nell’elenco Autori, nel riquadro della colonna di sin., in basso, sul frontespizio del sito.

La Redazione

 

I.

Il rumore della macina a mano che preparava la farina di granturco  la svegliò come ogni mattina.

Paola  sbadigliò assonnata, si stirò pigramente, rabbrividì un poco uscendo dal letto e si vestì in fretta.

Rapida saltellò sulla vecchia scala di legno dai gradini ormai consunti e fu subito in cucina.

Si avvicinò al lavandino di legno posto in un angolo della stanza e lavò il viso nella bacinella di ferro smaltato. Poi pettinò i capelli e li raccolse dietro la testa fermandoli con un nastrino rosso. Si soffermò a guardarsi con approvazione nel piccolo specchio ovale  che le avevano regalato per il  compleanno. Sorrise compiaciuta, perché sapeva di essere bella. Guardò il viso rotondo e sbarazzino, la pelle rosea e vellutata, gli occhi a mandorla maliziosi ed intelligenti, i lunghi capelli castani lisci e folti.

La figura era piccola, graziosa e ben modellata ed aveva già assunto le fattezze di una donna.

Paola aveva da poco compiuto i diciotto anni ed i genitori la ritenevano ormai in età da marito; perciò doveva comportarsi come una persona seria e posata.

In verità sin da quando era bambina lavorava come un’adulta.

La giornata iniziava sempre all’alba e si concludeva a sera, quando rubava un po’ di tempo libero per sé, leggendo al lume di una fioca candela.

Durante quelle ore non poteva mai concedersi pause per le numerose incombenze. D’altra parte le faccende da sbrigare erano tante, la casa era grande, i fratelli numerosi e la mamma da sola non riusciva a far tutto; Paola era una donna e quelli erano i propri compiti. Ogni settimana l’attendeva il bucato che, con le sue fasi rituali ed impegnative, la occupava all’incirca per tre giorni. Era così duro lavare con l’acqua gelata al lavatoio specie nei giorni d’inverno, in cui fischiava gelida la tramontana!

A quei tempi si lavava a mano strofinando la biancheria  sopra  inclinati lavatoi di pietra,  prima  di candeggiarla  con  l’impiego  della  cenere  bollente,  di risciacquarla e di stenderla al sole.

Paola da sempre faceva il bucato. Si ricordava bambina, quando, aiutata da uno sgabello, si arrampicava sul lavatoio per strofinare la biancheria con le mani infantili  e magre.

Pur così piccola, aveva imparato ad accendere il fuoco, a soffiare forte per ravvivare la fiamma provocata dalla legna o dai carboni. Faceva ciò malvolentieri anche da grande, perché il fumo le anneriva le mani ed il viso e le riempiva gli occhi di lacrime.

I lavori domestici sembravano interminabili e, a completare l’opera, c’erano gli animali da seguire con cura: bisognava sorvegliare le galline, portare la capra e la pecora al pascolo, mungerle, sfamare gli insaziabili conigli, non dimenticarsi dei piccioni.

Anche l’orto spesso aveva sete ed era necessario annaffiarlo, tirando a mano l’acqua dal pozzo.

Durante le ore pomeridiane la ragazza dedicava molto tempo a  rammendare maglioni e calzini o a cucire i primi pantaloncini per i fratelli. Aveva anche imparato a lavorare a maglia e spesso aiutava la mamma a filare la lana. Era brava nel ricamo e, sin da piccola, aveva adornato i fazzoletti di cotone o guarnito le tovaglie, le lenzuola e gli asciugamani di lino che un giorno da giovane sposa avrebbe portato in dote al suo uomo nella  nuova casa.

Forse Paola non era mai stata una bambina o era cresciuta troppo in fretta. Ben presto aveva abbandonato le bambole di stoffa fabbricate con le proprie mani, per stringere tra le braccia bambini in carne ed ossa. Sin dall’età di sei anni si era occupata dei fratelli minori e, attenta e giudiziosa, più che una compagna di giochi, era stata per loro una piccola mamma.

A nove anni si era sentita orgogliosa ed importante, quando la madre, costretta a curarsi con i fanghi ad Ischia, si era dovuta assentare per dieci giorni e le aveva affidato le cure della casa e dei fratelli.

Talvolta, quando pensava al futuro, provava un nodo alla gola; era una strana sensazione di angoscia, che la induceva a chiedere a se stessa se non avesse paura di crescere.

Allora, forse per sfuggire alla realtà incalzante, si rifugiava nel passato e ripensava ai giorni della scuola.

Erano stati quelli momenti così lieti e diversi dalla consueta monotonia quotidiana, che, riscaldati dal calore della memoria, le apparivano ancora più belli.

La scuola le aveva dato molto, nonostante i genitori non la pensassero come lei. Sui vecchi banchi tarlati e macchiati d’inchiostro aveva conosciuto molti amici, vergato con la mano tremante i primi incerti pensieri, imparato a leggere, risolto i primi problemi, ma soprattutto aveva fatto una grande scoperta: aveva capito che per lei il disegno era incredibilmente affascinante.

I suoi fogli d’album, colorati con stupefacente maestria, facevano il giro delle aule e riscuotevano l’apprezzamento dei coetanei e le lodi dei maestri.

Consapevole di questa  dote, Paola disegnava per tutti nella sua classe e, dimostrando uno spiccato senso degli affari, barattava i propri lavoretti con un pennino, una matita colorata o una gomma. Sempre pronta alle arguzie, alle battute sagaci, sapeva accogliere gli scherzi dei compagni, per poi ricambiarli alla prima occasione propizia. Malgrado i giorni della scuola le sembrassero così lontani e perciò quasi irreali, Paola conservava in sé tutta la gioia di vivere. Con la stessa gioia calda ed innocente rallegrava i convitati, quando, nei giorni di festa, si trovava in casa di parenti o di amici per ballare o per giocare alla tombola. Vi trascorreva pomeriggi indimenticabili. Li sognava, li aspettava con ansia per tutta la settimana, mentre, metodica e precisa, svolgeva i lavori domestici. Intanto cantava e lasciava vagare lontano la fantasia…

 

Tina Mazzella

[Ali nell’azzurro. (1) – Continua]

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