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Le passeggiate per terra. Al Porto e verso i Conti (2)

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di Pasquale Scarpati

Per la parte  precedente di queste ‘passeggiate’, leggi qui

Quando, però, resto solo e non trovo nessuno che mi aiuti, sono costretto a seguire i miei che sistematicamente, quasi tutte le domeniche, vanno dalla nonna materna ai Conti. Sono sempre riottoso e borbotto. Oltrepassiamo ’u ’ruttone di Sant’Antonio, un piccolo tunnel fiancheggiato su ambo i lati da grotte maleodoranti chiuse da assi sconnesse (una di queste grotte serve, tra l’altro, per custodire gli animali in attesa di essere portati al mattatoio); c’è anche un pozzo dove si dice che, appena finito il secondo conflitto mondiale, sia caduto un bambino.

Oltrepassato S. Antonio, imbocchiamo ’u ’ruttone ’i Ciancòss e qui svaniscono le mie speranze di rimanere ’ncopp’a piazza per giocare con gli amici. È lungo come quello di S. Antonio, ma non ha lo stesso numero di grotte. Mentre lo attraversiamo sopraggiunge il rumore cadenzato del motore della centrale che fornisce energia elettrica. All’uscita, verso Giancos,  si avverte, sulla destra, un odore abbastanza forte: un misto di nafta e piscio.

‘U ’rutton’ ‘i Ciancòss fa da  spartiacque tra la piazza,  Sant’Antonio e un mondo totalmente diverso.

Si entra, infatti, in un’altra dimensione: finisce l’aria di festa con i negozi prospicienti le strade, i bar, le panchine, gli alberi; subentra il silenzio, rotto soltanto dal rumore monotono del motore della centrale. Passando davanti ad essa, mentre papà scambia due chiacchiere con Gennarino ’a centrale, mi sorprendo a guardare la ruota del motore, molto alta e con i raggi, che gira non molto veloce, mentre esce fumo scuro là nell’incavo nero della montagna grigia, nera e gialla.  Dopo un po’ si riprende il cammino. La località sembra una zona piuttosto abbandonata: non negozi né bar, ad eccezione del ristorante Scoglio di Frisio gestito da Peppe ’a culera o da sua madre; la strada asfaltata è una striscia scura che contrasta con il bianco dello sterro che sta tutt’intorno, abbellito da pochi alberi, quasi un avanzo di quelli di S. Antonio. Alla spiaggia che è piuttosto ruvida rispetto a quella di Sant’Antonio si accede da una piccola scarpata anch’essa sterrata. Vicino la centrale scorre un rivolo d’acqua sempre sporca. Sulla strada si affacciano varie case, in esse abitano alcuni amici:  Enzo all’inizio e Peppe quasi alla fine. Lungo la strada alzo gli occhi per vedere se incrocio quelli di Mario, amico simpaticissimo di mio fratello, come se lui stesse sempre lì, dietro le vetrate di casa sua, in posizione dominante a controllare tutti e tutto. Resto un po’ deluso se non lo vedo. Mario fa parte della banda musicale e dell’orchestrina dei “Duri”. Suona un sassofono di dimensione più piccolo di quello  di mio fratello ed io penso che, per questo, sia meno importante nel contesto generale della musica e della banda. Quando confabula con mio fratello, tendo l’orecchio per captare qualcosa (mi interessa sempre ciò che fanno e dicono quelli più grandi di me), ma sistematicamente arrivano… i càucie’ …oppure i due si allontanano con aria furtiva, quasi membri di società segreta.

Un poco più avanti della casa di Mario, abitano zia Marietta e zio Costantino con i figli Giovanna e Giuseppe. Sono molto legato a Giuseppe e spero di vederlo da nonna oppure, meglio ancora, che faccia la strada insieme a noi. Con Giovanna, che è più grande di me, parlo di rado, o per meglio dire è lei che non mi dà retta. Verso l’estremità, all’inizio delle scale che portano a Sopra Giancos, abita l’amico Peppe che, però, in quella zona non incontro quasi mai. Dopo lo scoglio di Frisio, ci viene incontro un antro buio, un buco nero, un mostro: chiunque entra, infatti, quasi subito sparisce nell’oscurità, ingoiato da quelle fauci.

’U ’ruttone ‘i Santa Maria è uno dei luoghi più paurosi che io conosca; da incubo. Dei tre è il tunnel più lungo, senza grotte sui lati. Rischiarato da tre buchi: due voragini che fanno piovere un po’ di luce e qualche goccia d’acqua dall’alto e un’apertura laterale. Lungo il percorso, in alto, sulla volta o appese ai muri, fioche e rare lampadine senza alcuna plafoniera o protezione, rischiarano a malapena il buio; mi figuro i lumini che stanno al cimitero o davanti alle fotografie dei defunti che giganteggiano di norma nelle camere da letto. I passi rimbombano e, nella semioscurità, se sono da solo, vedo fantasmi e  i murticielli di nonna Civitella. Al pensiero di attraversarlo da solo mi rifiuto di eseguire ciò che mio padre qualche volta mi comanda: andare da nonna ai Conti o da zia Sabettina per prendere le cucuzzelle. Se odo dei passi o delle voci, mi rincuoro, ma accelero lo stesso il passo. Altre volte incrocio asini e conducenti che scendono dai Conti per andare al porto a rifornirsi di vettovaglie o altro.

Andare ai Conti o a Santa Maria è, per me, lontanissimo: le distanze mi sembrano considerevoli. Nel ’ruttone normalmente sto vicino ai miei, altrimenti  li seguo, il più delle volte li precedo.  All’uscita abbiamo due alternative: o imboccare subito gli scalini a sinistra e quindi prendere la vecchia strada prima sterrata e poi acciottolata che s’inerpica più ripidamente, ma è più breve, oppure tirare diritto e quindi camminare per la strada nuova, asfaltata, ma il percorso è più lungo. Nei giorni feriali, da solo o con mia madre, senza indugio preferisco la prima strada. Il tratto sterrato è più pulito; quasi a metà percorso si incontra una cappella votiva chiamata della “Santa Croce”. Poi, superato un ponticello, inizia la salita. All’inizio questa si insinua tra case e alti muri a secco, parracine, e sembra eternamente priva di sole; poi, mano a mano che si sale, specialmente dopo la seconda curva che piega a destra, le case si spostano sulla destra di chi proviene da Santa Maria, lasciando che lo sguardo possa spaziare per tutta la valle verdeggiante, ben coltivata, e possa inebriarsi, verso occidente, delle pendici del Ciglio e del Pagliaro, lussureggianti di lunghi filari di viti. La salita è alquanto faticosa e, durante l’estate, il sole è accecante. La strada si presenta disseminata di escrementi di animali: asini, buoi, e soprattutto pecore e capre. È difficile evitarli! …forse per questo si dice che se malauguratamente si poggia il piede… porta fortuna! Ai suoi lati corre un rivolo d’acqua piuttosto scura, qualche volta odorosa di sapone. Si sente odore di paglia, di erba; passando vicino agli orti giunge l’odore delle erbe aromatiche e dalle stalle echeggiano belati di pecore, grugniti di maiali e qualche muggito di vacche munte ogni mattina, il cui latte viene venduto ancora caldo; la signora che provvede a questo è ’a vaccara per antonomasia. Non manca poi il chiocciare delle galline e qualche gallo che fa sentire il suo chicchirichì, ma sopra tutto e tutti domina incontrastato il raglio dell’asino.

A primavera a questi odori e rumori si mescola il profumo delle ginestre e dappertutto si sente il cinguettio degli uccelli. E’ un’esplosione di colori e di odori. Dal giallo delle ginestre, al verde delle foglioline nascenti, ai variopinti colori dei fiori degli alberi. Sembrano fuochi d’artificio.

 

Pasquale Scarpati

 

[Le passeggiate per terra. Al Porto e verso i Conti (2) – Continua]

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