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Informazioni di base sulle droghe d’abuso (6). Gli Oppiacei (1)

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di Sandro Russo

Per gli articoli precedenti, digitare:  droghe  nel riquadro in basso a sin. del frontespizio: “CERCA NEL SITO”

Gli oppiacei, sostanze d’abuso di origine antichissima, comprendono molecole di origine vegetale come l’oppio, sostanze raffinate chimicamente, come morfina ed eroina (di-acetil-morfina), e molecole di sintesi (metadone, pentazocina). L’eroina è presente sul mercato in vario grado di purezza, in associazione  con ‘sostanze da taglio’ che possono essere relativamente inerti, aggiunte al solo scopo di aumentare la quantità (dette ‘diluenti’: glucosio, lattosio, bicarbonato di sodio), o addizionate per modificare in vario modo gli effetti della droga (dette ‘adulteranti’: caffeina, lidocaina); particolarmente insidiosa, per gli effetti imprevedibili che determina, è l’associazione eroina + cocaina (speedball – vedi in seguito). Recentemente si è registrata l’introduzione sul mercato illecito di due sostanze particolarmente insidiose:

Kobrett (o Cobret), un composto da fumare a base di  eroina a bassa concentrazione.

– Krokodil”  (Coccodrillo) – Proveniente dalla Russia: una droga letale e a basso costo, un derivato della des-morfina, i cui effetti psichici spariscono rapidamente, entro due ore, ma gli effetti sul fisico sono devastanti. La droga provoca, infatti, flebiti e cancrene e può portare alla amputazione degli arti.

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Oppiacei. Cenni storici

 ‘Il fiore degli inferi’, di Paolo Nencini; 2004. Una rigorosa trattazione scientifica sulla diffusione e l’importanza dell’oppio nel mondo antico

Il testo del prof. Nencini, docente di Farmacologia dell’Università ‘Sapienza’ di Roma, parte da una rigorosa disamina delle fonti archeologiche che provano la presenza di semi carbonizzati e/o di capsule essiccate di papavero in diversi siti neolitici europei (10-5.000 anni a.C.) e giunge ad una prima conclusione a sorpresa: la coltivazione del papavero è primitivamente localizzabile non in Mesopotamia presso i Sumeri e di qui passato alla civiltà egizia, ma in Europa (numerosi siti di ritrovamento in Spagna, Svizzera, Gran Bretagna e anche nelle vicinanze di Roma), da cui si sarebbe attestata nelle isole dell’Egeo (civiltà minoica) e nell’antica Grecia; solo tardivamente avrebbe interessato l’Egitto dove la presenza del papavero da oppio sembra documentabile solo a partire dal XV sec. a.C.. Quindi un tragitto dall’Occidente verso l’Oriente, diverso da quello della Cannabis, che nel mondo antico avrebbe proceduto da Oriente in senso opposto.

A sin. l’idolo di Gazi (Creta), statuetta di terracotta alta 77,5 cm., assegnata al tardo periodo minoico (circa 1350 – 1250 a.C.); a dx sigillo rinvenuto nell’Acropoli di Micene, attribuibile circa allo stesso periodo

Nel particolare degli spilloni infissi nel copricapo dell’idolo di Gazi sono ben evidenti le capsule del papavero con le tipiche incisioni verticali che testimoniano l’applicazione di tecniche di raccolta dell’oppio. Il sigillo mostra tre figure femminili in atteggiamento offerente ad una dea seduta che tiene in mano tre steli con capsule di papaveri.

Dalla Grecia a Roma il passo sia geografico che culturale è breve, ma l’impiego del papavero sarebbe stato soprattutto alimentare e e simbolico. Per il primo aspetto a causa dell’enorme produzione di semi – commestibili e privi di proprietà psicotrope – da parte del papavero e il loro impiego per farne farine e per la produzione di olio. Per l’altro aspetto il papavero è stato associato ai riti della fertilità e al culto di Cerere, spesso rappresentata nelle statue coronata di spighe di grano e capsule di papaveri. Inoltre, in analogia con il sonno che il papavero induce, con una simbologia funeraria, quasi un augurio di risveglio dopo la morte.

È soprattutto Plinio il Vecchio (23-79 d.C.), con la sua monumentale opera ‘Naturalis Historia’, la fonte delle conoscenze dell’epoca sul papavero, la sua coltivazione e la produzione dell’oppio (dal greco opion: succo).

Bassorilievo di ‘Saturnia tellus’ dall’Ara pacis (periodo Augusteo 13 – 9 a. C.) raffigurante la dea della fertilità. Alla destra della figura centrale (v. nel particolare ingrandito) sono visibili tre teste di papavero e delle spighe di grano, usuali attributi della dea Cerere

Degli usi più propriamente medici del papavero i primi accenni sono presenti nel Corpus hippocraticus (V sec. a.C.), la sterminata enciclopedia alla base del sapere medico occidentale, in circa settanta volumi. In epoche successive si trova una trattazione approfondita delle proprietà del papavero nell’opera del medico alessandrino Nicandro da Colofone, autore dei ‘Theriaka’ e degli ‘Alexipharmaka’, i più antichi testi di tossicologia a noi pervenuti (II sec. a.C.). Nel periodo imperiale di Roma si ricorda Aulo Cornelio Celso (circa 14 a.C – 37 d.C) autore anche lui di una vasta opera di cui un solo volume ‘De Medicina’ è giunto fino a noi.

A seguire, va citata l’opera di Galeno di Pergamo (129 – 216 d.C.) i cui punti di vista hanno informato e dominato la medicina europea per più di mille anni.

Ma si può dire che alla fine dell’impero romano l’interesse per la natura e vari altri saperi tra cui le conoscenze sull’oppio passarono di mano fino a divenire un elemento portante della farmacopea della grande scuola medica araba. A tal punto che il filosofo e medico Ibn Sina – più noto in occidente come Avicenna (980-1037) – arriva a descrivere chiaramente per la prima volta il fenomeno della dipendenza e i danni psicologici e fisiologici provocati dall’oppio, nel famoso ‘Canone della Medicina’ (Qanun). A patente dimostrazione che nel caso dell’oppio la teoria mal si accorda con la pratica, viene riferito dal suo discepolo e biografo Abu Al Guzani che la morte dello studioso fu dovuta ad un’eccessiva dose della sostanza!

Qualche analogia con un altro grande personaggio dell’antichità, lo svizzero Paracelso (1493 – 1541), noto alchimista, occultista, astrologo, medico e figura tra le più rappresentative del Rinascimento, cui si attribuisce l’invenzione del laudano (l’estratto alcolico dell’oppio). Suo il famoso aforisma: – “È la dose che fa il veleno”. Tra le molte e fantasiose ipotesi sulla sua morte, c’è anche quella dell’intossicazione da oppio.

Nel mondo antico del papavero erano ben conosciute le proprietà sedativo-ipnotiche, di tale potenza da essere capace di dare la morte.

Quelli che poi furono definiti farmacologicamente ‘gli alcaloidi dell’oppio’ contenuti nell’oppio grezzo, possiedono, oltre agli specifici e potenti effetti analgesici e sedativi, anche proprietà antitussigene, miorilassanti (papaverina), costipanti e anafrodisiache (inducono marcata diminuzione del desiderio sessuale, sia nei maschi che nelle femmine).

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Quella che segue è la prima descrizione di una overdose da sostanze oppiacee, tratta da ‘Alexipharmaka’ di Nicandro da Colofone:

“…impara inoltre che quando gli uomini bevono le lacrime del papavero (…) cadono subito addormentati; le estremità sono fredde, gli occhi non si aprono, ma restano assolutamente immobili, serrati dalle palpebre. Con il collasso, tutto il corpo si copre di un sudore dal forte odore, le guance impallidiscono e le labbra si gonfiano; i legami che fermano la mascella si allentano e attraverso la gola passa un respiro faticoso, debole e freddo. E spesso l’unghia livida e la narice arricciata preannunciano la morte; a volte la preannunciano gli occhi rovesciati”  [cit. da P. Nencini; v. sopra].

L’oppio era uno dei componenti essenziali della ‘teriaca’ (dal greco thériakè: antidoto), una sorta di rimedio universale contro tutti i mali introdotto da Andromaco, il medico personale di Nerone; largamente empirico e variabile nella sua composizione.

Malgrado le approfondite conoscenze sull’oppio non sembra che nel mondo antico fossero ben conosciute le caratteristiche di additività legate al suo uso, anche se sono riportati degli stati di dipendenza associati all’uso continuato di piccole quantità giornaliere della triaca.

Si ipotizzano, nella storia del periodo aureo della romanità alcuni casi di personaggi famosi dipendenti dall’oppio: l’imperatore Marco Aurelio, il filosofo Plotino e forse lo stesso Ovidio, ma nel complesso le fonti storiche di una accertata dipendenza sono molto scarse.

Ad una particolare elaborazione della teriaca detta galenos fecero ricorso anche Nerva e Traiano. Adriano, che ne fece uso per sopportare il dolore della scomparsa del suo amato Antinoo; Tito, che forse morì per averne assunta in dose eccessiva e Cornelio Nepote, che confessò di essersene servito per uccidere il padre. Ma sono casi sporadici; fondamentalmente il fenomeno della dipendenza non aveva rilevanza sociale e comunque era ristretto ad enclavi privilegiate, dato l’alto costo delle preparazioni.

Dopo l’eclisse degli anni oscuri tornerà in Occidente l’interesse per le scienze – e la medicina in particolare – con la Scuola Medica Salernitana (IX – XI sec.), nella quale si operò la saldatura con l’antica medicina greco-romana e si inaugurò per la prima volta nell’Europa medievale l’insegnamento medico, mentre veniva riscoperto l’uso dell’oppio.

La tesi esposta nel libro sopramenzionato (P. Nencini, v. sopra) è che il papavero da oppio – pure ben conosciuto nell’antichità e in Occidente – a causa dei caratteri propri della cultura greco-romana, non ha dato luogo nel passato a quei fenomeni che saranno poi tipici di secoli successivi, nella diffusione del consumo in Oriente (soprattutto nel 1800 in Cina) e in quella di ritorno dell’Europa del XIX sec. (soprattutto Francia e Inghilterra); fino alla diffusione delle sostanze oppiacee nella nostra società, con un acme intorno agli anni ’80 del secolo appena trascorso.

Viene documentato come la supposta tendenza innata dell’uomo all’utilizzo di sostanze fonte di piacere – alcool in primo luogo – , e poi cannabis, tabacco, sostanze oppiacee, cocaina, sostanze allucinogene – si indirizzi verso composti differenti nelle diverse epoche storiche ed in relazione alle matrici sociali e culturali dominanti. È quindi in questo contesto, piuttosto che nella ineluttabilità biologica, che va cercata la ragione della spinta al consumo di certe sostanze; ambiti diversi possono fare la fortuna dell’una o dell’altra, nelle diverse epoche.

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Abbiamo richiamato le conoscenze e i fatti salienti fino circa all’anno 1000. Vedremo quali profondi influssi i derivati dell’oppio avranno nel successivo millennio; di quali interessi economici, sciagure, guerre e sconvolgimenti sociali è stata protagonista una sostanza che si fa fatica a ricordare essere solo derivata da una pianta e non dall’inferno stesso…

 

Sandro Russo

 

[Informazioni di base sulle droghe d’abuso (6). Gli Oppiacei (1) – Continua]

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