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Il riflesso di accudimento. La stagione dei piccoli ricci

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di Sandro Russo

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La natura ha predisposto i suoi trucchi per convincere i grandi ad accudire i piccoli.

Per esempio, è un riflesso insopprimibile, scatenato dall’arancio delle gole spalancate dei piccoli nidiacei, a stimolare mamma uccello a ripetuti viaggi al nido, con vermi e mosche fino ad esaurimento, finché quelle bocche implacabili (e insaziabili) rimangono aperte.

Ed è un ormone, la prolattina, l’ormone dell’accudimento, che rende così sensibile la madre al pianto, e anche solo al respiro del suo bambino. Alcuni che sono stati medici o infermieri possono capire meglio: quel senso di adempimento che porta a assistere con sollecitudine il sonno di un paziente, finalmente tranquillo dopo una notte agitata.

È una specie di riflesso ancestrale quello che impedisce al cane e al lupo di colpire a morte il contendente sottomesso, che alla fine di un combattimento perduto si espone indifeso.

La natura non si è fidata della buona volontà delle sue creature. E ha stabilito degli imperativi.

Ricade in questa categoria di processi naturali ‘l’obbligo’ di sentirsi responsabili e ‘prendersi cura’: dei piccoli, dei più deboli; e per estensione, dei giovani della propria specie; ma anche degli uccelli che cadono dal nido e dei ricci che attraversano la strada.

Forse non è un caso che ad una certa età si comprendano alcune cose che non erano evidenti prima, o non lo erano con la stessa forza.

Come se l’uomo, giunto ad un punto cruciale della sua evoluzione – mai prima d’ora aveva avuto tra le mani la possibilità di distruggere il suo stesso pianeta – sentisse di dover prendere tra le mani il destino e cominciare a curarsi di quel che ha intorno.

Come se avviandosi al compimento della propria vita di individui, la sopravvivenza della specie e del mondo intorno stesse ancora più a cuore; l’urgenza di imparare a leggere gli eventi naturali con il supporto della ragione, di cui la specie umana tanto si è compiaciuta…

***

In questo contesto ripensavo ad alcune cose lette in questi giorni sul sito.

L’opera di un gruppo di giovani, biologi o semplici appassionati, che con semplicità e modestia si sta occupando, qui da noi, del censimento e inanellamento degli uccelli (leggi qui).

…Lo stesso fiorire di articoli ed iniziative che riguardano una della parti più abbandonate della nostra isola. Quasi a renderla quasi viva, e bisognosa di attenzione…

Così scrive Enzo (leggi qui):

“…Ecco, in quel profilo “scolpito” nella punta (prora) di un faraglione sulla cui sommità c’è un faro morente io ci ho visto una polena, immagine evocativa e contraddittoria per essere insieme il testimone triste di vicende passate di cui sono rimasti solo i ricordi ed il guardiano perenne che la natura ha regalato ad  un luogo così bello, quasi per scongiurarne l’abbandono.

E così Polina (leggi qui):

“…Chissà, se il Faro della Guardia potesse parlare, cosa direbbe di noi!

Piccoli fatti e parole che, a volerli leggere in una prospettiva più ampia, indicano una rinnovata attenzione al “prendersi cura”, passato il tempo del disinteresse e della dissipazione. Piccoli segni che possono diventare simboli di grandi cose…

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2 commenti per Il riflesso di accudimento. La stagione dei piccoli ricci

  • enzo di fazio

    Forse, caro Sandro, se fossimo nati già vecchi, come Benjamin Button del film “Il curioso caso di Benjamin Button”, avremmo avuto prima il dono della saggezza e della maturità proprie dell’età adulta per capire in tempo che questo mondo, come ebbe a dire Roberto Benigni qualche tempo fa, “non lo abbiamo avuto in eredità dai nostri padri ma in prestito dai nostri figli”.

  • polina ambrosino

    La frase citata da Enzo Di Fazio, parte di un discorso di Benigni, appartiene agli Indiani d’America, popoli diversi, di grande dignità e profonda saggezza che, appunto, curavano la Madre Terra, fonte di vita, più di se stessi, finchè l’egoismo dei “civilizzatori” non spazzò via quei popoli, la loro cultura, la loro grande sapienza e soprattutto il rispetto e l’amore per la Madre Terra e le sue creature, di cui essi si sentivano debitori. Essi sostenevano di prendere in prestito dai giovani tutto ciò che avevano e, quindi, operavano in modo tale da lasciar tutto il più intatto possibile. Grandi uomini gli Indiani d’America, che se non avessero trovato sulla loro strada la prepotenza e l’inciviltà europea, oggi avremmo un’America degna di darci lezioni di vita, degna di essere una grande nazione. Esporterebbe cultura e non pessime abitudini di vita. Se noi europei, quindi anche noi italiani, cercassimo di fare come gli Indiani d’America invece che come gli americani moderni che hanno il culto dell’usa e getta e del “vecchio è brutto”, magari ci cureremmo di più di tutto ciò che è nel nostro dna, nel nostro costume e nel nostro patrimonio storico. Oltre che della nostra misera persona. La natura, i monumenti, i libri, solcano i secoli, noi siamo miseri granelli polvere di cui, fra meno di cento anni, nessuno saprà. Il faro della Guardia, e tutto il resto, hanno visto Ulisse… ora vedono noi… che pessima figura!

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