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Tifone di Joseph Conrad (2)

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di Gianni Paglieri

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Tifone  – “Typhoon”

Tifone che è considerato il “racconto breve” per eccellenza é scritto in un linguaggio essenziale pervaso da una ironia che non è soltanto casuale ma vero e proprio espediente narrativo. Si tratta di un racconto altamente drammatico, denso di significati, che viene spesso paragonato a Il Negro del Narciso. In entrambi i Capitani sono responsabili dei danni subiti dalle loro navi in quanto le spingono contro la furia delle tempeste ma se, Allistoun, il Comandante del Narciso, rappresenta l’ideale romantico del Comandante intraprendente e coraggioso, Mac Whirr è uomo decisamente al di sotto della media sia come figura fisica che come capacità di comprensione.

La trama è semplice e racconta la storia di un piroscafo, il Nan Shan, che nel suo viaggio da sud verso il porto di Fu Chou, con un po’ di carico nelle stive e duecento coolies che tornano ai loro villaggi nella provincia di Fo-kien dopo alcuni anni di lavoro in varie colonie tropicali, subito dopo la partenza, incappa in un tifone.

I tifoni del Mar della Cina sono perturbazioni violente che le navi cercano di evitare deviando dalla loro rotta per tenersi il più lontano possibile dal loro centro. Per il Capitano Mac Whirr il tifone invece non è che una tempesta di tipo rotatorio che, contrariamente alla buona pratica marinaresca, egli ritiene di non dover aggirare per nessuna ragione. Alla fine sarà proprio lui a riconoscere che a nulla valgono i manuali perché la tempesta va affrontata, per tornare vivi prima di tutto, e poi, se sarà il caso, anche per raccontare e disquisire sui fatti vissuti.

Nel corso degli eventi, il suo prendere le cose secondo l’esatto significato della parola funziona, ironicamente, come un argine di fronte al tifone che minaccia di travolgere la nave. Nello scatenarsi violentissimo della tempesta l’equipaggio si sente perduto e impotente di fronte alla furia degli elementi ma scoprirà l’alto senso del dovere di quest’uomo apparentemente insignificante, la sua capacità di mantenere la calma e di comandare il piroscafo con grande carisma. Il Capitano Mac Whirr non cede al pensiero che la nave potrebbe non farcela, non si tira indietro e, decidendo di resistere e di giocarsi tutte le chance di cui è capace, alla fine salva la nave.

La tempesta è esperienza comune agli uomini di mare, ma per Conrad è soprattutto un tempo di confronto, il tempo in cui il marinaio è obbligato a fare i conti con se stesso, con la propria verità, la più profonda, la più inaspettata.

La tempesta che scuote la nave e assedia il cuore degli uomini, rivela senza alcuna menzogna la parte più sconosciuta di ognuno di noi. Di fronte alla furia scatenata del tifone nessuno potrà nascondersi, nessuno potrà mentire a se stesso o agli altri, ogni persona dovrà fare i conti con la propria coscienza. Il tifone scatena la furia del vento e del mare ma fa risaltare ed esalta la forza interiore del timido e insignificante Mac Whirr che senza cedere a paure o a emozioni, senza mai tirarsi indietro affronta con stoicismo le prove che il destino gli ha riservato.

Per il lettore, alla fine di tutta la storia, il Capitano Mac Whirr potrebbe non apparire come un vero eroe ma non è nemmeno più la macchietta che era quando salì a bordo la prima volta, un insignificante signore con bombetta e ombrello… ovvero l’antitesi del marinaio della vela. Infine, dato che non ha ceduto alla tempesta si ritrova migliorato, più forte, anche se, pur avendo salvato l’equipaggio dal caos e dalla morte, resta solo e incompreso da tutti.

Conrad sembra volerci dire che ogni esperienza, per quanto dolorosa, arricchisce e matura l’individuo e lo rende più forte.

La violenza del tifone che si abbatte sulla nave in navigazione nel mar della Cina, la selvaggia lotta dei coolies per il recupero dei loro poveri tesori dispersi e sconvolti dalla furia del vento e del mare, la calma, la sicurezza, l’impassibilità, l’eroismo del Capitano Mac Whirr, le diverse  reazioni degli altri personaggi alle circostanze che paiono soverchiarli in ogni momento, riempie di vita il breve romanzo, e ne rende stringente, incatenante, la lettura.

Sulla nave e sugli uomini si innalza e prevale un più feroce e indomabile personaggio, il mare, con la sua furia distruggitrice.

Per molto tempo questo breve romanzo fu visto come un esempio di bravura tecnica, come l’esaltazione del coraggio dell’uomo in mezzo alla tempesta ma il viaggio avventuroso e drammatico del Nan Shan è carico di significati ben più profondi.

I Personaggi

Tutto quello che il Comandante Mac Whirr fa nel primo capitolo del libro ce lo rende oggetto di derisione. E’ un uomo comune, un uomo solo, non è apprezzato nemmeno dai familiari e ha tutta l’aria di essere un uomo perdente.

“Fare un volo con la fantasia era altrettanto impossibile quanto un orologiaio montare un cronometro avendo come utensili un martello da un chilo e una sega da tronchi. Ma anche la vita così poco interessante di uomini totalmente presi dalla realtà della nuda esistenza ha il suo lato misterioso”

Il suo aspetto suggerisce timidezza ma, nello stesso tempo, trasmette una insolita tranquillità: ha i capelli biondi e fini, i peli della faccia sono rossi; é di statura inferiore alla media, le spalle sono un po’ curve, é così robusto di membra che gli abiti che porta sembrano sempre un tantino stretti. Porta una bombetta di colore scuro, delle scarpe nere ed un vestito scuro, insomma… nulla ricorda in lui la figura romantica del Capitano del Narciso.

Il Capitano Mac Whirr del piroscafo Nan-Shan, aveva, quanto all’aspetto esteriore, una fisionomia che era lo specchio fedele del suo animo: non presentava marcate caratteristiche di fermezza o di ottusità; era semplicemente comune, insignificante, impassibile. Si poteva forse dire che talvolta il suo aspetto esprimeva timidezza; come quando si presentava negli uffici di navigazione, abbronzato dal sole, un sorriso appena accennato, gli occhi bassi. Ma quando li alzava, ci si accorgeva che quegli occhi erano azzurri e avevano uno sguardo diritto.

La decisione del Comandante Mac Whirr di avviarsi alla vita sul mare, il suo matrimonio, i rapporti con la famiglia sono il racconto della vita di ogni marinaio.

com’era logico, il grande giorno del (suo) matrimonio seguì a breve distanza quello non meno grande della sua promozione a Comandante…”.

Partiva, stava lontano per lunghi periodi, tornava a casa ogni tanto e, di nuovo, ripartiva.

“…dalle coste della Cina scriveva a casa dodici volte all’anno”, esprimendo alla moglie il vago desiderio di “essere ricordato ai bambini” e firmandosi “il tuo affezionatissimo marito”, con la massima indifferenza, come se quelle parole usate da secoli da tanti uomini fossero, a prescindere dalla loro forma, cose ormai consunte e vuote di senso”.

Non si dilungava a raccontare le tempeste, le difficoltà e i pericoli della navigazione nei mari dell’Oriente non raccontava nulla di quello che accadeva a bordo, della navigazione, proprio come se la vita sul mare fosse una vera e propria routine grigia e senza emozioni.

Mac Whirr…  – “aveva navigato sulla superficie dell’oceano come certi uomini scivolano attraverso gli anni della loro esistenza per scendere poi dolcemente nella tomba, ignari fino all’ultimo della vita senza mai aver avuto occasione di vedere quel che essa ci può dare in materia di perfidia, di violenza e di orrore. Ci sono, sul mare e sulla terra, uomini così fortunati… o così disprezzati dal destino e dal mare”.

Non ha proprio l’aria dell’uomo di mare, ma tutti a bordo sanno che ogni nave da lui comandata… diventava la galleggiante dimora dell’armonia e della pace… Nessuno riuscì mai a capire che cosa spinse … quel tranquillo figlio di un piccolo droghiere di Belfast a fuggire di casa per diventare marinaio… ma sulla rotta che lo porta a Fu Chou c’è un tifone che lo sta aspettando e che si accanirà contro la sua nave nel momento in cui ci sarà bisogno di dimostrare coraggio, quando la violenza dell’uragano è massima e la nave sta per perdersi, egli saprà ritrovare quell’umanità che pareva assente dal suo animo, e saprà rincuorare, ascoltare, saprà dimostrare quelle qualità che elevano una persona dalla mediocrità e dall’anonimato.

Il Direttore di Macchina  si chiama Solomon Rout“spesso chiamato Sol il lungo, Vecchio Sol, Papà Rout, che ormai si era rassegnato ad essere quasi sempre il più alto a bordo di ogni nave su cui imbarcava … aveva radi capelli color sabbia, guance lisce e pallide; e pallidi erano pure i polsi ossuti e le lunghe mani da intellettuale, quasi avesse vissuto sempre nell’ombra”

Alla moglie scrive lunghe lettere nelle quali racconta dei viaggi, del Mar della Cina, della nave e del Capitano Mac Whirr che, dice – …non fa niente di straordinario ma fa filare la nave a meraviglia senza dar fastidio a nessuno.

Jukes, il Primo Ufficiale, è un uomo giovane che rivela molto entusiasmo per la vita di mare, per la sua nave e un’incomprensione talvolta esasperata e talvolta indulgente verso il suo superiore  –  “…uno di quei ragazzi in gamba dei quali si possono trovare qualche dozzina, gettando una rete a casaccio in mare…”

Conrad non ne racconta la storia, non lo descrive fisicamente e si capisce che è un personaggio complesso solo col progredire del romanzo, attraverso i dialoghi con il capitano, con altri dell’equipaggio e le lettere all’amico al quale scriveva delle cose di bordo e del suo Comandante. Jukes rispetta il Comandante Mac Whirr ma non ne apprezza la semplicità e la mancanza di fantasia; lo ritiene un sempliciotto anche se è consapevole che sulle navi da lui comandate non ci sono problemi. Nel confronto con il suo Comandante rivela tutta la sua fragilità di ragazzo che non è ancora diventato un vero e proprio adulto…

“aveva conosciuto il maltempo, certo. Si era sentito inzuppare, sballottare, morire di stanchezza, nel solito modo: ma aveva sofferto sul momento e aveva subito dimenticato; perciò, in sostanza, aveva ragione di scrivere a casa che il tempo era stato bellissimo. Ma non aveva avuto neppure una pallida idea della violenza incommensurabile e della furia scatenata, l’ira che si attenua ma non si placa: l’ira e la furia del mare in tempesta”.

Jukes non capisce fino in fondo il suo Comandante anche se gli darà tutta la collaborazione possibile. Durante l’infuriare del tifone rimarrà sbigottito di fronte al precipitare degli avvenimenti e allo scatenarsi della furia degli elementi e il suo sgomento è lo sgomento che ogni uomo prova di fronte alla inspiegabilità della violenza della natura. Nel culmine più tragico della tempesta assomiglierà ad un bambino sperduto che ha bisogno di essere confortato e salvato dalla tanto disprezzata autorità paterna, cioè dal Comandante Mac Whirr.

Il Secondo ufficiale è la sola figura negativa e la descrizione che di lui Conrad ci fa è spietata – “…era un ometto anziano e male in arnese, con i denti guasti e senza pelo sulla faccia. Era stato imbarcato in fretta e furia a Shanghai…Col suo naso tagliente, rosso sulla punta, e le labbra sottili e serrate, sembrava sempre in preda ad una furia repressa ed era così conciso nel parlare da sfiorare la villania.  Passava tutto il tempo libero dal servizio nella sua cabina, con la porta chiusa, e restava così silenzioso da far credere che si addormentasse appena entrato: ma l’uomo che si recava a svegliarlo per il turno di guardia in coperta lo trovava  invariabilmente con gli occhi spalancati, sdraiato nella cuccetta, che lanciava sguardi irritati da un cuscino sudicio… Non scriveva mai lettere….era uno di quegli uomini che si pescano in tutti i porti del mondo al momento del bisogno che … non danno prova di nessun vizio specifico e recano nella persona tutti i segni di un palese fallimento …. E se ne vanno senza una parola di commiato …portando con se una cassetta malconcia legata come se fosse uno scrigno, e con l’aria di scuotersi dai piedi la polvere della nave”. E’ un codardo, un uomo che nel momento cruciale della tempesta rivelerà tutta la sua bassezza e arriverà ad accusare il Capitano Mac Whirr di viltà, addirittura lo aggredirà dopo aver perduto il controllo di sé.

Alla fine del romanzo uscirà di scena coerentemente con la sua personalità e lascerà la nave senza salutare nessuno, per andare in cerca di un imbarco, da qualche altra parte. La sua condizione è quello di un uomo solo, senza famiglia, senza una donna, senza un amico.

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Gianni Paglieri

 

 [Tifone  di Joseph Conrad  (2) – Continua]

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