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I cambi di stagione e il mistero dello scrigno

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di Enzo Di Fazio

 

Sono tornato a Ponza nei giorni scorsi e nel prendere la strada verso casa mi sono fermato, come d’abitudine, agli inizi di via Scarpellini  a salutare zia Giovanna, una delle mie  tre zie di Ponza, sicuramente la più scherzosa e gioviale.

Zia Giovanna, quando mi vede,  mi ricorda sempre che, oltre ad essermi zia, è anche la mia madrina di battesimo.

– “Ma tu ‘u ssai ca t’aggie purtate a battia’..” – mi dice, e aggiunge – “cumme pesave, siri belle paffute, paffute” – e ancora, in perfetto italiano, quasi a voler rafforzare un maggior diritto nel nostro rapporto affettivo, rispetto alle altre zie: – “Ricordati che io sono la tua comare di battesimo !”

L’altro giorno l’ho trovata, tutta indaffarata, in camera da letto a piegare e riporre nel cassettone coperte e lenzuola…

– “Oramai fa caude – mi ha detto – e ‘sta rrobbe pesante nu’ serve chiu’ pe’ chist’anne”.

L’ho lasciata lì alle sue faccende ed ho ripreso la strada verso gli Scotti…

Mentre salivo, in quel nel breve tratto che mi separa da casa, stimolato da quell’incontro, ho ripensato a cosa accadeva anche da noi, quando eravamo piccoli,  in occasione dei cambi di stagione…

***

Poteva essere la fine di aprile, al massimo gli inizi di maggio.

Portavo ancora i pantaloni lunghi di velluto a coste ed i calzettoni di lana che agli inizi della primavera avrebbero dato il posto ai pantaloni corti con i calzini di cotone.

I cambi dei “panni” seguivano quelli delle stagioni.

Non importa se queste avessero metereologicamente una cadenza diversa; mia madre, con le tante cose da fare e a cui pensare, non poteva stare appresso al tempo.

I panni andavano sistemati alle epoche programmate secondo le antiche abitudini di famiglia, in base alle quali a novembre bisognava mettersi la maglia di lana ed i pantaloni lunghi, a maggio la canottiera di cotone e i pantaloni corti.

Ricordo che ai cambi di stagione c’era sempre tanto movimento a casa ed io, in un certo qual modo, ne ero affascinato.

La camera da letto, così poco frequentata durante gli altri periodi dell’anno, diventava il palco di un piccolo teatro e si arricchiva di una scenografia in continuo movimento.

Mia madre l’attrice principale, io e mia sorella incuriositi spettatori e piccole comparse quando ci veniva chiesto di aiutarla.

C’erano due grandi comò in quella stanza e, ai piedi del grande letto matrimoniale, un baule di legno – ‘a casce – ben curato con una sottile cornice che impreziosiva la parte superiore dove si apriva.

Ai lati due maniglie di  ferro lavorato e davanti, appena sotto la cornice, una borchia probabilmente di ottone, anch’essa lavorata, con al centro il foro per introdurvi la chiave.

Questa la custodiva mia madre lontano da occhi indiscreti, ma non in luogo segreto.

La teneva, in effetti, nel primo cassetto di uno dei comò in una scatola di cartone (di quelle che contengono le scarpe) assieme a dei santini e a delle carte avvolte e strette in un elastico (le bollette pagate della luce, quelle dell’acqua, la ricevuta della cauzione per la fornitura del gas in bombole…)

Nel baule era custodita la biancheria “buona”, diceva mia madre: la coperta ricamata, regalo di nozze, le lenzuola e le federe di lino, la camicia di seta forse mai indossata.

– “Ma perché della biancheria chiusa a chiave?” – mi chiedevo.

Il cambio di stagione diventava, così, l’occasione per dare una risposta a quel “perché”.

Mia madre doveva aprirlo per riporvi le coperte di lana e prendervi quelle di cotone, o viceversa, ed io timidamente mi avvicinavo al cassettone allungando lo sguardo oltre l’ordine delle lenzuola per tentare di dare una forma concreta alle mie fantasie…

E quasi come violassi la promessa di un giuramento mi impadronivo ogni volta di un pezzetto di quel segreto.

Vedevo così asciugamani con i bordi ricchi di frange, federe con i bottoncini di madreperla, lenzuola con dei bellissimi  ricami..

Ma nel baule c’era anche, munito di una piccola chiave, uno  scrigno di legno intarsiato che mia madre prendeva e riponeva, più o meno, una volta a mese.

In quelle occasioni lo poggiava sul marmo del comò, lo apriva e vi toglieva una serie di oggetti tra i quali si distingueva un sacchettino di velluto grigio, chiuso da un cordone rosso, su cui si attardava più che sulle altre cose.

Cosa avesse di tanto importante da custodire in quello scrigno l’ho capito solo più avanti nel tempo, da adulto, quando si comincia a parlare alla pari con i propri genitori.

In effetti  mia madre lì conservava, oltre a dei piccoli oggetti preziosi, quello che riusciva a risparmiare dello stipendio che ogni fine mese mio padre, interamente, le consegnava.

Chella femmene tene ‘i mmane d’oro” – diceva Tatonne ogni qualvolta si parlava di spese straordinarie, come comprare un paio di scarpe o un cappotto o cominciare a pensare alla festa della prima Comunione, eventi che procuravano inevitabilmente una certa apprensione ma che venivano affrontati sempre con i piedi ben saldi per terra.

“Velia trovava la soluzione a tutto”.

Quei riti, inevitabilmente, si ripetevano all’incontrario tra ottobre e novembre e sono stati, negli anni, sempre carichi di attrazione e di magia fin quando l’età ci ha consentito di farci trastullare dalla fantasia…

***

Oggi quel baule è sempre lì, nella stanza da letto. Vi sono ancora conservate, protette da palline di naftalina, alcune coperte e tanta “biancheria” e, sul fondo, il piccolo scrigno…

…che  non custodisce più, ovviamente, i risparmi, né l’anello d’argento con la pietra di corallo, né la collana d’oro arricchita da un cammeo con l’effige della dea bendata, dono di mio padre a mia madre in occasione di una importante promozione nella sua carriera di fanalista.

Scomparsa mia madre, quei preziosi sono andati a far parte della gelosa custodia di noi figli.

Le coperte, le lenzuola e le federe non vivono più secondo  i cambi di stagione.

Altri oggetti, come il lume a petrolio, la custodia della spazzola, il distributore di acqua di colonia, il cofanetto della cipria sono lì a richiamare, anche se non più usati, ogniqualvolta li incroci, movenze ed attenzioni d’altri tempi.

E’ straordinario come in quei momenti il vissuto, solo apparente, di quella stanza diventi improvvisamente tangibile.

Nel corso degli anni i ricordi si sovrappongono e gli oggetti e le cose che ancora conserviamo, anche se spesso in disordine ed impolverati, sono contenitori di storie che, come dei vecchi libri sparsi, basta toccare e sfogliare per far rivivere il passato…

 

Enzo Di Fazio

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